… ecco il flagello
de’ principi, il divin Pietro Aretino.

Ludovico Ariosto, «Orlando furioso»

Altro illustre esponente dell’anticlassicismo cinquecentesco è Pietro Aretino, scrittore di enorme successo ed indipendente, grazie all’abile e spietato sfruttamento delle straordinarie potenzialità della neonata industria editoriale. Indipendenza che gli permette di imporsi come vero e proprio «flagello» dei principi, come lo definisce Ariosto nei versi del Furioso posti in esergo [1], e di fare della polemica contro le corti e gli intellettuali cortigiani, sottomessi alla volontà dei loro signori, uno dei cardini della sua irriverente, discussa e biasimata attività letteraria. Grazie alla versatilità della sua penna acuminata, ben più acuminata della lama che nella notte del 28 luglio 1527 lo scalfisce senza riuscire ad ucciderlo – mandante dell’agguato è il cardinale Giberti, sdegnato, tra le altre cose, dai Sonetti lussuriosi -, l’Aretino riesce a conquistarsi quella libertà tanto agognata dal collega Francesco Berni [2], che gli consente di non temere ritorsioni da parte di quei principi che sferza senza alcuna pietà. Altrettanto aspra è la sua polemica contro l’ideale classicistico. L’Aretino all’arte preferisce la natura, che indica l’autonomia dello scrittore rispetto all’istituzionale principio dell’imitazione teorizzato da Bembo nelle Prose della volgar lingua: «Andate pur per le vie che al vostro studio mostra la natura, se volete che gli scritti vostri faccino stupire le carte dove son notati; e ridetevi di coloro che rubano le paroline affamate, perché è gran differenzia dagli imitatori ai rubatori, che io soglio dannare», scrive l’Aretino in una lettera del 1537 indirizzata a Lodovico Dolce, rivendicando con orgoglio la libertà dello scrittore, chiamato a dare libero sfogo alla propria spontaneità ed imprevedibilità, e a deridere senza pietà i ridicoli ladruncoli di Petrarca [3].

Come in Berni, anche in Pietro Aretino l’impeto alternativo si traduce spesso nel ricorso agli aspetti più volgari, osceni, pornografici di fatto dell’esistenza. Volgarità, oscenità e pornografia che nella produzione dell’Aretino trionfano in quei famigerati Sonetti lussuriosi già citati e che quasi gli costarono la vita. A mero titolo esemplificativo, leggiamone il primo:

Fottiamci, anima mia, fottiamci presto
perché tutti per fotter nati siamo;
e se tu il cazzo adori, io la potta amo,
e saria il mondo un cazzo senza questo.

E se post mortem fotter fosse onesto,
direi: Tanto fottiam, che ci moiamo;
e di là fotterem Eva e Adamo,
che trovarno il morir sì disonesto.

Veramente egli è ver, che se i furfanti
non mangiavan quel frutto traditore,
io so che si sfoiavano gli amanti.

Ma lasciam’ir le ciance, e sino al core
ficcami il cazzo, e fà che mi si schianti
l’anima, ch’in sul cazzo or nasce or muore;

e se possibil fore,
non mi tener della potta anche i coglioni,
d’ogni piacer fortuni testimoni [4].

Édouard-Henri Avril, illustrazione dei «Sonetti lussuriosi», 1892

Eufemisticamente, siamo agli antipodi della lirica petrarchista di stampo neoplatonico imperante all’epoca. Non solo l’Aretino si fonda sulla natura, ma la spinge fino alle estreme conseguenze, e di questo processo di dilatamento, di distorsione il «divino», come amava appellarsi egli stesso, si compiace. Perché l’importante è «stupire», anche scandalizzando, perché no – scandalizzare ovvero strappare quel manto d’ipocrisia dietro il quale l’uomo si nasconde, nasconde la propria indole bestiale e godereccia -.

Per quanto riguarda la polemica contro la corte, l’opera dell’Aretino in cui essa si manifesta con maggiore chiarezza sono i Ragionamenti, che contengono due testi già pubblicati separatamente: il Ragionamento della Nanna e della Antonia (1534) e il Dialogo nel quale la Nanna insegna a la Pippa (1536). Nel primo testo la Nanna racconta alla vecchia Antonia le tappe fondamentali della sua illustre carriera erotica, dapprima come monaca, poi come moglie ed infine come prostituta. Nel secondo testo invece la Nanna indottrina la figlia Pippa sulla veneranda «arte puttanesca», cui seguono il racconto delle «poltronerie degli uomini inverso de le donne» e una guida sul «modo di ruffianare». L’Aretino fa il verso all’intera trattatistica rinascimentale, in cui si codificano le maniere raffinate e le conversazioni eleganti, e si pensi soprattutto al fortunatissimo Libro del Cortegiano di Castiglione [5], di cui l’Aretino realizza una vera e propria parodia. E il comico, unito sempre alla dimensione volgare, conditio sine qua non, acquista efficacia e forza corrosiva perché inserito all’interno delle tradizionali forme ufficiali – il dialogo -, con la chilometrica distanza che si misura esclusivamente a livello contenutistico, come emerge con chiarezza dal seguente passo.

Nanna
Che collera, che stizza, che rabbia, che smania, che batticuore e che sfinimento e che senepe è cotesta tua, fastidiosetta che tu sei?
Pippa
Egli mi monta la mosca, perché non mi volete far cortigiana come vi ha consigliata monna Antonia mia santola.
Nanna
Altro che terza bisogna per desinare.
Pippa
Voi sète una matrigna, uh, uh…
Nanna
Piagni su, bambolina mia.
Pippa
Io piagnerò per certo.
Nanna
Pon giuso la superbia, ponla giuso dico: perché se non muti vezzi, Pippa, se non gli muti, non arai mai brache al culo, perché oggidì è tanta la copia de le puttane, che chi non fa miracoli col saperci vivere non accozza mai la cena con la merenda e non basta lo esser buona robba, aver begli occhi, le trecce bionde: arte o sorte ne cava la macchia, le altre cose son bubbole.
Pippa
Sì dite voi.
Nanna
Così è, Pippa, ma se farai a mio senno, se aprirai ben le orecchie ai miei ricordi, beata te, beata te, beata te.
Pippa
Se vi spacciate a farmi signora, io le aprirò a fatto a fine.
Nanna
Caso che tu voglia ascoltarmi e lasciar di baloccare ad ogni pelo che vola, avendo il capo ai grilli come usi di fare mentre io ti rammento il tuo utile, ti stragiuro per questi paternostri che io mastico tuttavia, che fra .XV. dì a la più lunga ti metto a mano.
Pippa
Dio il volesse, mamma.
Nanna
Vogli pur tu.
Pippa
Io voglio, mammina cara, mammina d’oro.
Nanna
Se tu vuoi, anche io voglio; e sappi figliuola, che son più che certa del tuo diventar maggiore di qual sia mai suta favorita di papi, e ti veggo al Cielo: e perciò bada a me.
Pippa
Ecco che io ci bado.
Nanna
Pippa, se bene ti faccio tener da la gente di .XVI. anni tu ne hai .XX. netti e schietti, e nascesti poco doppo al roinare del conchiavi di Leone, e quando per tutta Roma si gridava «palle, palle», io raitava «oimè, oimè»: e appunto si appiccavano l’armi dei Medici su la porta di San Pietro quando io ti feci.
Pippa
E perciò non mi tenete più a vendemiar nebbia: che mi dice Sandra mia cugina che si usano di .XI. e di .XII. per tutto il mondo, e che l’altre non hanno credito.
Nanna
Non tel nego, ma tu non ne mostri .XIV. E per tornare a me, dico che tu mi attenda senza trasognare, e fà conto che io sia il maestro e tu il fanciullo che impara a compitare, anzi pensati che io sia il predicatore e tu il cristiano: ma se vuoi esser il fanciullo, ascoltami come fa egli quando ha paura di non andare a cavallo, se vuoi essere il cristiano, fa pensiero di odirmi nel modo che ode la predica colui che non vuole andare a casa maladetta.
[…]
Nanna
Odimi pure e ficcati nel capo le mie pistole e i miei vangeli, i quali ti chiariscano in due parole dicendoti: se un dottore, un filosofo, un mercatante, un soldato, un frate, un prete, un romito, un signore e un monsignore e un Salamone è fatto parer bestia da le pazzarone, come credi tu che quelle che hanno sale in zucca trattassero i babbioni?
Pippa
Male gli trattarebbono.
Nanna
E perciò non è il diventar puttana mestiere da sciocche e io, che il so, non corro a furia col fatto tuo, e bisogna altro che alzarsi i panni e dir «Fà, che io fo», chi non vuol fallire il di che apre bottega. E per venir al midollo, egli interverrà, sentendosi che tu sei manomessa, che molti vorranno esser dei primi serviti, e io somigliarò un confessore che riconcili la ciurma, cotanti pissi pissi arò ne le orecchie dagli imbasciadori di questo e di quello, e sempre sarai caparrata da una dozzina: talché ci verria bene che la stomana avesse più di che non ha il mese, ma eccoti che io sto in su le mie, e rispondo a un servidor di messer tale: «Egli è il vero che Pippa mia ci è stata colta Iddio sa come (comar vacca, comar ruffiana, io te ne pagarò) e la mia figliuola, più pura che un colombo, non ci ha colpa, e da leal Nanna, una volta sola ha consentito, e vorria esser ben barba chi mi recassi a dargnele, ma sua Signoria mi ha incantata di sorte che io non ho lingua che sappia dirgli di no: sì che ella verrà poco doppo l’avemaria». […]
Nanna
Or tu te ne andrai a casa de l’uomo da bene che io ti do per essempio, e io con teco; e subito arrivata a lui, ti verrà incontra o in capo la scala o fino a l’uscio: fermati tutta in su la persona, che potria sgangararsi per la via; e rassettate le membra sul dosso e guardati un tratto sottomano i compagni che ragionevolmente gli staranno poco di lungi, affige umilmente i tuoi occhi nei suoi, e sciorinata che tu hai una profumata riverenzia, sguaina il saluto con quella maniera che sogliono far le spose e le impagliate (disse la Perugina), quando i parenti del marito o i compari gli toccano la mano.
Pippa
Io diventarò forse rossa a farlo.
Nanna
E io allegra, perché il belletto che ne le gote de le fanciulle pone la vergogna, cava l’anima altrui.
Pippa
Basta dunque.
Nanna
Fatte le cerimonie secondo che si richiede quello col quale tu hai a dormire, la prima cosa te si farà seiere a lato, e nel pigliarti la mano accarezzarà me che, per far correre il volto dei convitati nel tuo viso, terrò sempre fitti gli occhi ne la tua faccia, facendo vista di stupire de le tue bellezze. E così cominciarà a dirti: «Madonna vostra madre ha ben ragione di adorarvi perché le altre fanno donne, ed ella angeli», e si avviene che dicendo simili parole si chini per basciarti l’occhio o la fronte, rivolgetigli dolcemente e sfodera un sospiretto che appena sia inteso da lui: e si fosse possibile che in cotal atto tu ti facessi le guance del rosato che io dico, lo coceresti al primo.
Pippa
Si, eh?
Nanna
Madesì.
Pippa
La ragione?
Nanna
La ragione è che il sospirare e lo arrossare insieme, sono segni amorosi e un principiar di martello; e perché ognuno si contiene stando in sul tirato, colui che ha a goderti la seguente notte cominciarà a darsi ad intendere che tu sia guasta di lui: e tanto più il crederà, quanto più lo perseguitarai con gli sguardi; e ragionando tuttavia teco, ti tirarà a poco a poco in un cantone: e con le più dolci parole e con le più accorte che potrà, entraratti su le ciance. Qui ti bisogna risponder a tempo, e con boce soave sforzati di dire alcuna parola che non pizzichi del chiasso. Intanto la brigata, che si starà giorneando meco, si accostarà a te come bisce che si sdrucciolano su per l’erba, e chi dirà una cosa e chi un’altra, ridendo e motteggiando: e tu in cervello; e tacendo e parlando, fà si che il favellare e lo star queta paia bello ne la tua bocca; e accadendoti di rivolgerti ora a questo e ora a quell’altro, miragli senza lascivia, guardandogli come guardano i frati le moniche osservantine, e solamente lo amico che ti dà cena e albergo pascerai di sguardi ghiotti e di parole attrattive. E quando tu vuoi ridere, non alzar le boci puttanescamente spalancando la bocca, mostrando ciò che tu hai in gola: ma ridi di modo che niuna fattezza del viso tuo non diventi men bella; anzi accrescile grazia sorridendo e ghignando, e lasciati prima cadere un dente che un detto laido; non giurar per Dio né per santi, ostinandoti in dire «Egli non fu così», né ti adirare per cosa che ti si dica da chi ha piacere di pungere le tue pari: perché una che sta sempre in nozze debbe vestirsi più di piacevolezza che di velluto, mostrando del signorile in ogni atto; e ne lo essere chiamata a cena, se bene sarai sempre la prima a lavarti le mani e andare a tavola, fattelo dire più d’una volta: perché se ringrandisce ne lo umiliarsi.
Pippa
Lo farò.
Nanna
E venendo la insalata, non te le avventare come le vacche al fieno: ma fà i boccon piccin piccini, e senza ungerti appena le dita póntigli in bocca; la quale non chinarai, pigliando le vivande, fino in sul piatto come talor veggo fare ad alcuna poltrona: ma statti in maestà, stendendo la mano galantemente, e chiedendo da bere, accennalo con la testa; e se le guastade sono in tavola, tòtene da te stessa, e non empire il bicchiere fino a l’orlo, ma passa il mezzo di poco: e ponendoci le labbra con grazia, nol ber mai tutto.
Pippa
E s’io avessi gran sete?
Nanna
Medesimamente beene poco, acciò che non te si levi un nome di golosa e di briaca. E non masticare il pasto a bocca aperta, biasciando fastidiosamente e sporcamente: ma con un modo che appena paia che tu mangi; e mentre ceni favella men che tu puoi: e se altri non ti dimanda, fà che non venga da te il ciarlare, e se te si dona o ala o petto di cappone o di starna da chi siede al desco dove tu mangi, accettalo con riverenzia, guardando perciò l’amante con un gesto che gli chiegga licenza senza chiederla, e finito di mangiare, non ruttare, per l’amor d’Iddio!
Pippa
Che saria se me ne scappasse uno?
Nanna
Ohibò! Tu caderesti di collo a la schifezza non che agli schifi.
Pippa
E quando io farò quello che mi insegnate e più, che sarà?
Nanna
Sarà che tu acquistarai fama de la più valente e de la più graziosa cortigiana che viva; e ognuno dirà, mentovandosi l’altre, «State queti, che val più l’ombra de le scarpe vecchie de la signora Pippa, che le tali e le cotali calzate e vestite»; e quelli che ti conosceranno, restandoti schiavi, andran predicando de le tue vertù; onde sarai più desiderata che non son fuggite quelle che han i fatti di mariuole e di malandrine: e pensa s’io ne gongolarò.
[…]
Pippa
Purché sia così.
Nanna
Così sarà, non dubitare. Corrucciati con grazia, Pippa: fallo in un certo andare che ognuno ti dia ragione. Se l’amico tuo ti prometterà Roma e toma, statti spettando la promessa un dì o due senza fargliene motto; passato mezzo il terzo dàgli un bottoncino; ed egli: «Non ti dubitare, che vedrai e basta»; e tu mostrati allegra ed entra in ragionar del Turco che dee venire, del papa che non crepa, de lo imperadore che fa miracoli, e del Furioso e de la Tariffa de le cortigiane di Vinegia, che dovea dir prima; poi lasciati cadere il mento in seno e ammutisce in un tratto, e pensa e ripensa un pezzo; e levandoti suso, dì con voce fioca: «Io non l’arei mai creduto». In questo mi par veder lo indugia-presenti dirti: «Che ci è di nuovo?»; e tu a lui: «Dove foste ier sera?»; e senza volerne altra risposta, fuggiti in camera e serratici drento; e s’ei picchia, lascialo picchiare; s’egli abbaia, lascialo abbaiare: che io per me gli darò sempre il torto, e giurando gli affermarò che ti è suto detto che viene a spassar teco il martello che egli ha con la tale. E son certa che se ne andrà giù per la scala bestemmiando e negando; e volendo ritornar ivi a un pezzo, o allotta o il dì che viene, fagli risponder che hai da fare o che sei accompagnata.
Pippa
Sì, sì: la pace si farà col portarmi la promessa a doppio.
Nanna
Ora sì che io son certa che tu sarai tu con altro viso che io non sono stata io [6].

Anche qui, come in tutta la trattatistica rinascimentale, si persegue uno scopo educativo, e ciò rende il discorso ancor più ironico e corrosivo. La Nanna si rifà al Galateo di Giovanni Della Casa, nella lezione sulle buone maniere da mantenere a tavola, e riprende gli ideali di «grazia» e «sprezzatura» teorizzati da Castiglione nel Libro del cortegiano. Ma gli scopi degli insegnamenti della vecchia cortigiana sono ben altri: innanzitutto il denaro, perché solo nella piena soddisfazione dei piaceri materiali, carnali sta la vera beatitudine: «beata te, beata te, beata te», ripete tre volte la Nanna alla figlia, se quest’ultima saprà apprendere e mettere in pratica i suoi preziosissimi consigli. Ecco che l’Aretino rovescia completamente la trattatistica rinascimentale ufficiale. Altro che grazia e amore platonico, qui a trionfare è il più basso, becero erotismo, gli interessi più bestiali. E lo stile non può che adeguarsi alla materia, con il ricorso frequente a vivaci forme del parlato.

Francesco Berni, che ho evocato più volte nel corso del presente contributo, e Pietro Aretino furono acerrimi rivali, e non se le mandarono certo a dire (si ricordi, ad esempio, l’incipit del componimento di Berni Contra Pietro Aretino, che fa crudelmente riferimento alle coltellate ricevute dall’autore dei Sonetti lussuriosi: «Tu ne dirai e farai tante e tante, / lingua fracida, marcia, senza sale, / che al fin si troverà pur un pugnale / miglior di quel d’Achille [Achille Della Volta è il sicario ingaggiato dal Giberti] e più calzante» [7]). A livello letterario, ciò che distingue questi due pilastri dell’anticlassicismo cinquecentesco, è la presenza-assenza del sostrato morale, che anima molti testi del Berni e che invece manca del tutto nella produzione dell’Aretino. Quest’ultimo scrive opere sovversive e critiche, sì, ma si contraddistingue per una a-moralità pressoché totale, che lo rende una delle personalità più affascinanti e, al tempo stesso, inquietanti della storia della letteratura italiana. E giudicare basandosi su categorie quali bene e male un autore vissuto totalmente al di là del bene e del male sarebbe oltremodo scorretto.

Anselm Feuerbach, La morte di Pietro Aretino, 1854

NOTE

[1] Per un approfondimento sul poema di Ariosto rimando all’articolo Momenti dell’«Orlando furioso».

[2] Per un approfondimento sul poeta rimando all’articolo La letteratura italiana alternativa del Cinquecento. Francesco Berni.

[3] Per un approfondimento sul poeta rimando agli articoli Francesco Petrarca, il «doppio uomo». Prima parteSeconda parteFrancesco Petrarca, Secretum: in guerra contro se stessiIl Canzoniere di Francesco Petrarca: storia di un amore umanoTrionfalmente Francesco Petrarca.

[4] Pietro Aretino, Sonetti lussuriosi e altri scritti, Sonzogno, Milano 1986.

[5] Per un approfondimento sul trattato rimando all’articolo Dal Cortegiano di Castiglione al Malpiglio di Tasso ovvero: dalla vocazione pedagogica alla sopravvivenza.

[6] Pietro Aretino, Sei giornate, Mursia, Milano 1991.

[7] Francesco Berni, Rime, Mursia, Milano 1985.

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