I. La famiglia casuale

Dopo aver terminato di redigere le proprie memorie, Arkadij invia il manoscritto in lettura al suo ex precettore, Nikolaj Semënovič, uomo «perfettamente estraneo e anzi alquanto egoista, ma indiscutibilmente intelligente». E in effetti la sua intelligenza si manifesta tutta nella lettera di risposta che accompagna la restituzione del manoscritto, che conclude il romanzo. Questo semplice dato, la collocazione al termine dell’opera, dunque nella posizione più importante, o, quantomeno, di maggior rilievo, rivela il carattere fondamentale delle riflessioni di Nikolaj Semënovič; insomma, è davvero Dostoevskij a suggellare il romanzo, inserendo peraltro delle interessantissime considerazioni sul proprio modo di fare letteratura, che leggeremo in conclusione di questo studio. Tra le altre cose, il precettore rivela al protagonista ciò che la sua bizzarra famiglia effettivamente è: una famiglia casuale.

«Ditemi ora, Arkadij Makarovič, che questa famiglia è un fenomeno fortuito, e io mi rallegrerò nello spirito. Ma non sarebbe, al contrario, più giusta la deduzione che ormai un numero di simili famiglie russe di indubbia discendenza si trasformano in massa, con una forza incontenibile, in famiglie casuali e si fondono con esse nel disordine generale e nel caos? Il tipo di questa famiglia casuale è in parte indicato anche da voi nel nostro manoscritto. Sì, Arkadij Makarovič, voi siete membro di una famiglia casuale, in contrapposizione ai nostri tipi ancora recenti di discendenza, i quali avevano un’infanzia e un’adolescenza così diversa dalle vostre» [1].

Quello della famiglia casuale è un tema che in questi anni sta particolarmente a cuore a Dostoevskij e, oltre al fatto che egli su di esso vi abbia costruito un intero romanzo, lo dimostra anche l’attenzione riservatagli in un altro spazio, non esclusivamente letterario. Mi riferisco naturalmente al Diario di uno scrittore, e precisamente al fascicolo di gennaio 1876, dunque l’anno successivo all’uscita dell’Adolescente, dove compare un articolo intitolato Un futuro romanzo. Di nuovo una «famiglia casuale». Leggiamo.

«Quando un anno e mezzo fa Nikolaj Alekseevič Nekrasov mi invitò a scrivere un romanzo per le “Otecestvennye Zapiski”, per poco non cominciai i miei Padri e figli [2], ma, grazie a Dio, seppi trattenermi; non ero pronto. Non ho scritto finora che L’adolescente che contiene il primo saggio della mia idea [l’idea di scrivere un romanzo sui bambini, i loro padri e i rapporti esistenti tra di essi]. Ma qui il fanciullo è già uscito dall’infanzia e appare tutt’al più come un uomo non ancora pronto, che desidera, con audacia e timidità insieme, fare il suo primo passo nella vita. Ho preso un’anima innocente, ma già macchiata da una spaventevole possibilità di depravazione, dall’odio precoce della propria nullità e “casualità”, e da quel compiacimento con cui un’anima ancora casta accoglie coscientemente il vizio nel pensiero, lo accarezza nel cuore, lo ammira nei suoi sogni pudichi ma già tempestosi e impuri nello stesso tempo; tutto ciò in un essere abbandonato esclusivamente a se stesso, alle proprie forze e alla propria riflessione e, si capisce, alla volontà di Dio. Sono, questi, aborti della società, membri “casuali” di famiglie “casuali”.
Tutti hanno letto recentemente nei giornali dell’assassinio della piccolo-borghese Perova e del suicidio del suo assassino. Vivevano insieme; lui era un operaio tipografo disoccupato, lei affittava camere. Cominciò la discordia. La Perova pregò l’uomo di lasciarla. Il carattere dell’assassino era di quelli nuovissimi: “O mia o di nessuno”. Le diede la sua parola d’onore che “l’avrebbe lasciata” e barbaramente l’uccise durante la notte, coscientemente e premeditatamente, dopo di che si uccise. La Perova ha lasciato due figli, uno di dodici e uno di nove anni, tutti e due figli naturali avuti da un altro uomo e prima della sua relazione con l’assassino. Essa li amava. Tutti e due erano stati testimoni, la sera precedente, della spaventosa scena che egli aveva fatto alla loro madre, coprendola di rimproveri fino a farla svenire; e avevano pregato la madre di non andare in camera da lui, ma essa ci andò egualmente.
[…] Ecco ancora una famiglia “casuale”, ancora dei bambini, con nella giovane anima una così cupa impressione. Il quadro cupo resterà in essa in eterno e peserà morbosamente sulla loro giovine fierezza fin da quei giorni in cui

…. sono per noi nuove
tutte le impressioni della vita.

E di qui sgorgheranno problemi che essi saranno incapaci di risolvere, una precoce sofferenza dell’amor proprio, una falsa vergogna che colorirà tutto il passato e in fondo all’animo un odio sordo per gli uomini, che non finirà forse che con la morte. Dio benedica l’avvenire di questi fanciulli innocenti e che nella loro vita non cessino di amare la loro madre e non abbiano rimproveri per la sua memoria e non si vergognino del loro amore» [3].

Nemico di ogni sterile e pericoloso astrattismo, di ogni acrobazia narrativo-speculativa avulsa dalla realtà e fine a se stessa, Dostoevskij attinge a piene mani dalla cronaca, traendone insegnamenti fondamentali. Dostoevskij affonda la penna in profondità nel proprio tempo, egli stesso è conficcato in esso come le radici di un albero nella terra, possedendo la straordinaria capacità, propria di pochissimi scrittori, di non arrestarsi al fatto in sé, alla superficie, ma di assolutizzarlo, rendendolo universalmente emblematico. Dovremmo imparare moltissimo dal modo di affrontare, di indagare la cronaca proprio di Dostoevskij; in lui non c’è la minima traccia di quel disgustoso gusto dell’orrido che domina il nostro tempo, ma la volontà di porre all’attenzione dei lettori una questione morale decisiva. Lo scrittore non si lascia mai andare a semplicistiche categorizzazioni (relativamente a questo specifico caso di cronaca, i media contemporanei parlerebbero di femminicidio, questo insensato neologismo che non fa altro che etichettare e banalizzare ciò che in nessun caso si dovrebbe etichettare e banalizzare: l’umana bestialità), ma spinge il suo sguardo in profondità, puntando l’obiettivo, nella fattispecie, su chi resta, due poveri bambini innocenti traviati per sempre dall’atroce delitto, precocissime vittime della casualità. Casualità figlia evidentemente di una crisi di coscienza, innanzitutto di coscienza, conseguenza del disordine e, al tempo stesso, sua causa. Lo scrittore raggiunge un’eccezionale efficacia morale (chi, oggi, potrebbe eguagliarlo, ma, ancor più indietro, chi, oggi, potrebbe permetterselo? Ma è proprio questa la funzione dei Classici oggi, colmare il vuoto spaventoso che regna sovrano e nel quale precipitiamo senza neppure rendercene conto, anzi, felici e contenti di questo, in preda a quella «Grande Stupidità» di cui parla Mann nella Montagna incantata, e che allora condusse l’umanità a due conflitti mondiali, oggi?, direttamente all’estinzione? [4]), mostrando gli effetti devastanti del delitto sui fanciulli, costretti con violenza ad affrontare problemi per loro irrisolvibili e vittima di una misantropia cupa che può essere lenita solo dall’amore, in particolar modo dall’amore per la madre, ma a patto che essi non se ne vergognino e non rendano la povera donna responsabile della loro – loro, innanzitutto – disgrazia. Dostoevskij mostra, recide le palpebre del lettore, nel tentativo di non rendere tanto dolore del tutto vano, del tutto sprecato, affinché la tragedia non si disperda nel nulla, ma riecheggi quale monito. Dostoevskij non si volta mai dall’altra parte, inorridisce ma non maledice, anzi, dà voce al male – una voce persino più efficace e ammaliante di quelli che per il male operano – affinché su di esso prevalga il bene. Un rischio, certo, ma calcolato, complice anche una fiducia totale, incondizionata verso il popolo russo, ultimo baluardo del più puro e autentico messaggio cristiano, strumentalizzato dalla chiesa di Roma [5].

Ho riportato questo articolo di Dostoevskij per rimarcare l’importanza del tema della famiglia casuale all’interno dell’attività letteraria e pubblicistica di questo periodo dello scrittore, certo, ma anche perché in esso compaiono indicazioni interessanti sull’Adolescente e il suo protagonista-narratore. Esaminando le righe dedicate al romanzo e al giovane Arkadij, ritengo che un dato essenziale sia quello riguardante il suo stato di abbandono: «un essere abbandonato esclusivamente a se stesso, alle proprie forze e alla propria riflessione e, si capisce, alla volontà di Dio», scrive precisamente Dostoevskij. È questo un aspetto fondamentale (ricordo che anche Raskol’nikov concepisce il suo piano criminale in uno stato di solitudine totale, che sconfina addirittura nella selvatichezza [6]), che emerge di continuo dalle pagine dell’Adolescente, a tinte più o meno forti, e dal quale possiamo partire per una rapida ricostruzione della famiglia casuale di Arkadij, da questa, per quasi vent’anni, completamente escluso, con il rischio di diventare, senza mezzi termini, un «aborto della società» deleterio per se stesso e per gli altri.

Sof’ja Andreevna, appena diciottenne, sposa il cinquantenne Makar Ivanov Dolgorukij, ma ha una relazione extraconiugale con Versilov, loro signore e padrone. Da questa unione nasce Arkadij, figlio illegittimo del nobile Versilov, ma riconosciuto legalmente, giuridicamente da Makar. Al contrario di quanto accade nella stragrande maggioranza di questi casi, Versilov non abbandona Sof’ja, anzi, la riscatta da Makar e la prende con sé. Dalla loro unione, oltre ad Arkadij, nasce anche una figlia, Liza, che il protagonista vedrà per la prima volta solo trasferendosi a Pietroburgo. Altra singolarità di questa famiglia casuale: il rapporto con Makar non si interrompe; egli, fattosi pellegrino e messosi sulla strada, si fa vivo di tanto in tanto, ma senza chiedere mai nulla, e solo per brevi soggiorni, qualche giorno e non di più. Arkadij, per volere di Versilov, viene affidato subito ad estranei, in diciannove anni vede il padre naturale una sola volta, la madre non più di due volte. Terminato il liceo decide di non intraprendere gli studi universitari e, su invito di Versilov, da Mosca si trasferisce a Pietroburgo. Finalmente può ricongiungersi con la famiglia, conoscere i genitori, la sorella, dopo aver trascorso l’intera infanzia e parte della giovinezza – i due momenti più importanti nella formazione di un individuo – in una condizione di solitudine totale, di esclusione, tormentato da continue, dolorose umiliazioni, soprattutto nel periodo trascorso nell’istituto di Touchard, riservato ai rampolli dell’illustre nobiltà russa (alla quale appartiene Versilov, di cui però Arkadij è semplicemente un figlio illegittimo, privo di ogni diritto), e in cui egli è dunque un estraneo [7]. Abbandonato, escluso, estraneo, solo, offeso: ecco come è cresciuto Arkadij ed è facile immaginare il suo carattere esacerbato. Il rischio di perdersi è altissimo, ma egli ha un’idea nella quale trovare rifugio e conforto, un’idea dai numerosi lati oscuri, pericolosa per molti versi, e che pure lo tiene a galla, diciamo così, non lo lascia sprofondare nel male, nel sottosuolo del sottosuolo, non del tutto, almeno. Terminato il liceo, Arkadij intende iniziare a lavorare per essa, a metterla in pratica, immergendovisi interamente, ma il disordine, di cui Pietroburgo è il teatro ideale e insieme la più esatta rappresentazione urbana [8], ne metterà a dura prova la capacità di resilienza.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, L’adolescente, introduzione di Eridano Bazzarelli, Rizzoli, Milano 2011, p. 757.

[2] Dostoevskij non amava affatto Turgenev, in una memorabile lettera descrive la rottura con il più europeo degli scrittori russi dell’epoca, così europeo da rinnegare la propria patria e farsi tedesco, nei Demòni ne realizza una ridicolissima caricatura, attraverso il personaggio di Karmazinov, ma riconobbe sempre l’importanza storica del romanzo Padri e figli, anche se in questo caso vi accenna con pungente ironia. Per un approfondimento sull’opera più celebre di Turgenev rimando all’articolo Ivan Turgenev, Padri e figli: il dramma del nichilista.

[3] Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore, traduzione di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2010, pp. 214-216.

[4] Thomas Mann, La montagna incantata, traduzione di Ervino Pocar, Corbaccio, Milano 2014, pp. 588-599. Per un approfondimento su quello che, personalmente, reputo l’opus magnum dello scrittore tedesco rimando all’articolo L’evoluzione di Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann.

[5] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[6] Per un approfondimento sul primo dei quattro maggiori romanzi di Dostoevskij – gli altri sono L’idiota, I demòni, I fratelli Karamazov – rimando all’articolo Delitto e castigo, dalla dialettica alla vita.

[7] Sul penoso e servile stato di Arkadij nell’istituto di Touchard, emblematiche le seguenti righe: «Ce Touchard entrò con la lettera in mano, si avvicinò alla nostra grande tavola di quercia, davanti alla quale tutti e sei stavamo studiando qualcosa, mi afferrò saldamente per una spalla, mi sollevò dalla sedia e mi ordinò di prendere i miei quaderni. “Il tuo posto non è qui, ma là” e mi indicò una minuscola stanzetta a sinistra dell’anticamera, dove c’erano una semplice tavola, una sedia impagliata e un divano d’incerato, proprio come ora nel mio abbaino. Vi passai con stupore e molto intimidito: sino allora non ero mai stato trattato rozzamente. Dopo una mezz’ora, quando Touchard uscì dall’aula, cominciai a scambiare occhiate e risatine con i compagni; certo, ridevano di me, ma io non lo intuivo e credevo che ridessimo perché eravamo allegri. Ma proprio a questo punto piombò dentro Touchard, mi afferrò per il ciuffo e si mise a strapazzarmi. “Tu non devi stare con i ragazzi nobili, sei di nascita vile e non hai nulla di diverso da un lacchè!”. E mi batté dolorosissimamente sulla rosea guancia paffuta. Ne fu subito compiaciuto, e mi batté una seconda e una terza volta. Piangevo singhiozzando, ero terribilmente stupito. Per un’ora intera rimasi col viso tra le mani e piangevo, piangevo. Era avvenuto qualcosa che non capivo in nessun modo. Non capisco come un uomo non cattivo, quale era Touchard, uno straniero, il quale anzi si rallegrava tanto della liberazione dei contadini russi, potesse picchiare un ragazzo tanto stupido quale ero io. Del resto, ero solo stupito, ma non offeso; non sapevo ancora offendermi. Mi pareva di aver commesso qualche monelleria, ma che, quando mi fossi corretto, sarei stato perdonato e saremmo ridiventati tutti allegri, saremmo andati a giocare in cortile e avremmo vissuto nel migliore dei modi» (Fëdor Dostoevskij, L’adolescente, cit., pp. 182-183).

[8] A proposito di Pietroburgo, celebre la seguente fantasia di Arkadij: «Cento volte, in mezzo a questa nebbia, mi veniva una strana ma insistente fantasticheria: “E che, se si sciogliesse questa nebbia e andasse su, non si dileguerebbe insieme ad essa anche questa città marcia, sdrucciolevole, non si solleverebbe con la nebbia e sparirebbe come fumo, e non resterebbe solo la palude finnica di un tempo, e in mezzo ad essa, magari per ornamento, il cavaliere di bronzo sul cavallo al galoppo, dal respiro ardente?”. In una parola, non posso esprimere le mie impressioni, perché in fin dei conti è tutta una fantasia, poesia, insomma, e perciò assurdità; e tuttavia mi è spesso presente e si presenta una domanda già del tutto insensata: “Ecco che tutti loro si affannano a correre e si arrabattano, e chissà, potrebbe darsi che tutto questo sia solo il sogno di qualcuno, e che non ci sia qui nemmeno una persona vera e propria, nemmeno un’azione reale. A un tratto quel qualcuno che fa questo sogno si sveglierà, e tutto improvvisamente sparirà”» (Ivi, p. 208).

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