Alla peculiare e distintiva attività artistica – costellata di capolavori ineguagliabili che soli basterebbero a nobilitare il genere umano, e ben al di là dei suoi effettivi meriti e delle sue effettive possibilità -, per gran parte della sua lunga vita Michelangelo affiancò un’intensa attività letteraria e, in particolar modo, poetica, come dimostra il cospicuo volume di Rime pubblicato nel 1623 dal nipote Michelangelo Buonarroti il Giovane. E la mole di componimenti è senza dubbio indice di una necessità, una necessità impellente, talmente intima, talmente profonda – innata, in una sola parola -, da superare di slancio il termine dilettantistico per attestarsi su quello ben più lusinghiero della vocazione.

Ora, Michelangelo scrive poesia in un’epoca dominata, sulla scia del modello fornito da Bembo, il dittatore intellettuale del XVI secolo, dal petrarchismo, ma da questa tendenza diffusissima si discosta, accogliendo il tanto bistrattato modello dantesco, e soprattutto il Dante aspro ed espressionista delle Rime petrose [1]. I versi michelangioleschi non si contraddistinguono affatto per l’equilibrio e l’armonia di stile tanto in voga all’epoca, ma per asprezza e spigolosità, manifestazioni del profondissimo e irriducibile tormento esistenziale dell’io lirico. Ed in questo suo atteggiamento tutt’altro che conciliante Michelangelo, di fatto, precorre i tempi, anticipando numerosi aspetti che, nel secolo successivo, diverranno tipici del manierismo e del barocco. Naturalmente echi petrarcheschi compaiono anche nelle Rime michelangiolesche, ma a livello di temi ed immagini, mai a livello formale, come ad esempio emerge chiaramente dal sonetto Giunto è già ‘l corso della vita mia, scritto probabilmente intorno al 1554.

Giunto è già ’l corso della vita mia,
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.

Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.

Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia [2].

È evidente la distanza che separa Michelangelo dal petrarchismo suo contemporaneo (anche se il sonetto prende le mosse da un tema tipico di Petrarca, la vanitas, e si serve di un’immagine, quella della vita paragonata ad una barca in balia del mare in tempesta, sviluppata dall’aretino, in particolar modo nel componimento numero CLXXXIX del Canzoniere [3]): la leggerezza, la musicalità, l’armonia tipiche della diffusissima tendenza poetica del Cinquecento scompaiono in favore di un’asprezza, di una spigolosità che rivelano tutto il travaglio interiore di cui è vittima l’autore.

Sono poi interessantissimi i riferimenti all’arte, che rispondono a quell’empito autobiografico caratteristico della poesia michelangiolesca. Ciò che stupisce è il giudizio negativo sull’arte, definita dapprima, benignamente, «affettuosa fantasia» (v. 5), ma subito dopo, al verso successivo, «idol e monarca» (v. 6), in una connotazione del tutto profana e quindi ostile allo slancio religioso che pervade il sonetto. Inoltre, in conclusione del componimento, proprio nell’ultima terzina, Michelangelo sottolinea tutta l’insufficienza dell’arte, perché né la pittura né la scultura possono placare «l’anima, volta a quell’amor divino / c’aperse, a prender noi, ‘n croce le braccia» (vv. 13-14). Riecheggia in questi versi quell’insoddisfazione michelangiolesca nei confronti dell’arte che ebbe il suo momento culminante nel leggendario scatto d’ira contro il suo Mosè («Perché non parli!?», ricordate? [4]).

Insomma, anche in poesia Michelangelo raggiunge risultati davvero importanti, del resto parliamo di uno dei più grandi geni della storia dell’umanità. E il suo merito maggiore, a livello letterario, sta nel non adeguare i propri sentimenti al modello imperante dell’epoca, il petrarchismo. Michelangelo non adatta la propria personalità alla forma – forma canonizzata, istituzionalizzata, ufficializzata -, ma fa esattamente il contrario, adattando la forma alla propria personalità. Ne nasce così una poesia aspra, spigolosa, carsica, ruvida (si noti il trionfo della vibrante, arrotante erre nell’ultimo verso) che si impone per originalità nel panorama letterario italiano del XVI secolo.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul ciclo delle cosiddette Rime petrose di Dante rimando all’articolo Madonna Pietra ovvero l’anti-Beatrice.

[2] Michelangelo Buonarroti, Rime, a cura di Enzo Noè Girardi, Laterza, Bari 1960.

[3] Per un approfondimento su Petrarca rimando agli articoli Francesco Petrarca, il «doppio uomo». Prima parteSeconda parteFrancesco Petrarca, Secretum: in guerra contro se stessiIl Canzoniere di Francesco Petrarca: storia di un amore umanoTrionfalmente Francesco Petrarca.

[4] Per un approfondimento sul celebre episodio rimando all’articolo «Perché non parli!?» – Una riflessione sul Mosè di Michelangelo.

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