La formazione dell’opera

La scrittura, ri-scrittura e composizione dei Ricordi accompagna Guicciardini per un ampio tratto della sua esperienza esistenziale, riflettendo, talvolta evidentemente, talvolta invece più sottilmente, le varie vicende politiche che vedono impegnato lo scrittore in questi anni (ricordo alcune delle più importanti cariche ricoperte da Guicciardini: ambasciatore presso il re di Spagna, governatore di Reggio e di Parma, commissario dell’esercito pontificio). Per ricostruire la formazione di questo testo importante e innovativo, innovativo soprattutto per le convinzioni storico-filosofiche che veicola e per la struttura frammentaria, mi servo delle precise ed esaustive parole di Matteo Palumbo:

«la composizione dell’opera ha il suo nucleo, o idea generativa, in due quaderni che appartengono al 1512. La dimensione fortemente municipale di questo primo gruppo di ricordi, attestata dall’interesse quasi esclusivo per la vicenda di Firenze, è già attutita e sublimata nella prima vera redazione dell’opera, che raccoglie ora 161 pensieri, di cui 8 appartengono ai quaderni del 1512, mentre ben 153 sono nuovi. Allo sviluppo quantitativo si accoppia anche un deciso mutamento di tono e di impostazione. Un “interesse eminentemente speculativo” diventa dominante rispetto all’osservazione politica cittadina e conferisce al testo una conformazione dichiaratamente teorica e riflessiva. La successiva redazione, operata nel 1528, indica un modesto ampliamento rispetto a quella precedente. Sono aggiunti altri pensieri fino al totale di 181; in realtà solo dodici sono nuovi, mentre gli altri sono ripresi dai primi quaderni. Rispetto alla raccolta precedente l’impegno di Guicciardini è, in questo caso, soprattutto stilistico e linguistico. Nel 1530 Guicciardini ripiglia in mano il manoscritto e lo rielabora in profondità. I ricordi diventano ora 221. Di questi, 91 sono nuovi e rappresentano un tratto qualificante dell’opera; gli altri sono trasformati, sviluppati, limati, riscritti radicalmente, riorganizzati in un ordine inedito. Alcuni sono fusi e raggruppati in un solo corpo, altri sono liberati dai legami che li stringevano ai testi vicini. Ora ciascun pensiero tende a imporsi nella sua autonomia assoluta, sciolto da ogni dipendenza, tanto logica quanto sintattica. La legittimità del ricordo dipende unicamente dalle ragioni che esso, nella sua finita unità, riesce a manifestare. Non ha bisogno di sostegni, di rinvii ad altri luoghi, di intrecci con precedenti o successivi ragionamenti. Fonda la sua forza sulla compattezza della propria regolata estensione. In questo senso, davvero la redazione del 1530, nata nel clima della sconfitta [è necessario ricordare sempre che nel 1527 si è consumato il traumatico sacco di Roma, che segna, più o meno sotterraneamente, tutte le opere scritte subito dopo[1]], rappresenta l’approdo e la conclusione degli interventi correttivi di Guicciardini e incarna, anche sotto il profilo delle idee, “l’assoluto di quest’uomo nutrito di relativo”. Compiutezza compositiva e precisione concettuale si fondono così in una sola, serrata connessione» [2].

All’interno dei Ricordi è possibile distinguere tre principali direttrici: una direttrice propriamente filosofica, che ricorda moltissimo il Leopardi dello Zibaldone e dei centoundici Pensieri, da cui emerge in particolar modo il pessimismo guicciardiniano [3]; una direttrice anticlericale, in cui l’autore polemizza con le istituzioni ecclesiastiche ed i suoi degeneri esponenti, talvolta raggiungendo un’asprezza tale da ricordare le celebri, infuocate invettive dantesche; infine una direttrice storica, in cui Guicciardini palesa tutto il suo dissenso nei confronti di Machiavelli, da cui si allontana con decisione. Ed è proprio seguendo queste tre direttrici che propongo una piccola antologia dei Ricordi di Guicciardini.

Il pessimismo

«15. Io ho desiderato, come fanno tutti gli uomini, onore e utile; e n’ho conseguito molte volte sopra quello che ho desiderato o sperato; e nondimeno non v’ho mai trovato drento quella satisfazione che io mi ero immaginato; ragione, chi bene la considerassi, potentissima a tagliare assai delle vane cupiditá degli uomini» [4].

Si tratta di un pensiero davvero leopardiano. Guicciardini sottolinea l’invincibilità dell’umana insoddisfazione, e la testimonianza di un uomo così fortunato, così realizzato, come ammette egli stesso, assume una validità pressoché assoluta, inconfutabile. Dopo la realizzazione di un desiderio non proviamo mai quella soddisfazione piena che ci eravamo figurati nell’attesa. Resta sempre dell’amaro in bocca. Personalmente penso sempre a Pigmalione e alla sua delusione dopo la trasformazione di Galatea, quando mi confronto con questo tema [5]. Ciò dovrebbe convincerci della vanità delle nostre brame, conclude Guicciardini, e potremmo facilmente integrare questo suo pensiero con la constatazione che in realtà ciò non accade mai, e che la spiegazione di tale assurdità, di tale insensatezza risieda nell’innata, atavica predisposizione dell’uomo alla contraddizione. Ma sono andato troppo oltre, meglio procedere con il prossimo ricordo.

«16. Le grandezze e gli onori sono comunemente desiderati perché tutto quello che vi è di bello e di buono apparisce di fuora, ed è scolpito nella superficie; ma le molestie, le fatiche, e’ fastidi ed e’ pericoli sono nascosti e non si veggono; e’ quali se apparissino come apparisce el bene, non ci sarebbe ragione nessuna da dovergli desiderare, eccetto una sola, che quanto piú gli uomini sono onorati, reveriti e adorati, tanto piú pare che si accostino e diventino quasi simili a Dio; al quale chi è quello che non volessi assomigliarsi?»

Guicciardini constata come, nonostante le «fatiche» e i «pericoli», gli uomini desiderino comunque «grandezze» ed «onori», spiegando questa contraddizione con l’aspirazione degli individui ad eguagliare Dio, spiegazione che contiene una buona dose d’ironia, indirizzata verso quegli esiti superomistici cui era approdata una certa cultura umanistica e rinascimentale di stampo platonico.

«17. Non crediate a coloro che fanno professione d’avere lasciato le faccende e le grandezze volontariamente e per amore della quiete, perché quasi sempre ne è stata cagione o leggerezza o necessitá; però si vede per esperienzia che quasi tutti, come se gli offerisce uno spiraglio di potere tornare alla vita di prima, lasciata la tanto lodata quiete, vi si gettano con quella furia che fa el fuoco alle cose bene unte e secche».

Guicciardini invita a non fidarsi ciecamente degli slanci nobili degli uomini, sottolineando come esista sempre uno scarto – negativo – tra i proclami ed i reali sentimenti degli individui. Essi agiscono sempre e solo per interesse, a discapito delle belle parole.

«60. Lo ingegno piú che mediocre è dato agli uomini per la loro infelicitá e tormento; perché non serve loro a altro che a tenergli con molte piú fatiche e ansietá che non hanno quegli che sono piú positivi».

L’ingegno superiore è destinato all’«infelicità» e al «tormento», perché la sua mente è sempre occupata da «fatiche e ansietà». Beati i poveri d’intelletto! Viene in mente il Dialogo della Natura e di un’Anima di Leopardi.

«161. Quando io considero a quanti accidenti e pericoli di infirmitá, di caso, di violenzia ed in modi infiniti, è sottoposta la vita dell’uomo; quante cose bisogna concorrino nello anno a volere che la ricolta sia buona; non è cosa di che io mi maravigli piú, che vedere uno uomo vecchio, uno anno fertile».

La vita è dominata dal caso, dalla precarietà e dall’imprevisto, a tal punto che si accoglie con stupore un’esistenza che ha compiuto la sua parabola naturale o un anno dal raccolto buono.

«176. Pregate Dio sempre di trovarvi dove si vince, perché vi è data laude di quelle cose ancora di che non avete parte alcuna; come per el contrario chi si truova dove si perde, è imputato di infinite cose delle quali è inculpabilissimo».

I meriti e le colpe degli uomini non dipendono dalle loro effettive azioni, ma da fattori esterni. Ancora una volta Guicciardini proclama la dittatura del caso, e ancora una volta il riferimento a Dio contiene una forte carica ironica. Guicciardini ridicolizza il secolare gesto della preghiera, nient’altro che superstizione in una vita dominata dal caso e dagli imprevisti. Il caso ci agita come burattini, e viene in mente l’incontrastato dominio della fortuna nell’Orlando furioso di Ariosto [6].

«189. Tutte le cittá, tutti gli stati, tutti e’ regni sono mortali; ogni cosa o per natura o per accidente termina e finisce qualche volta; però uno cittadino che si truova al fine della sua patria, non può tanto dolersi della disgrazia di quella e chiamarla mal fortunata, quanto della sua propria; perché alla patria è accaduto quello che a ogni modo aveva a accadere, ma disgrazia è stata di colui abattersi a nascere a quella etá che aveva a essere tale infortunio».

Ancora una volta, e forse con maggiore evidenza dei Ricordi precedenti, emerge da questo pensiero la totale impossibilità dell’uomo di incidere sulla realtà, collegata in questo caso al tema, di derivazione biblica, della inevitabile distruzione dei regni. E il tono di Guicciardini in questo caso assume la forza della profezia apocalittica, risuonando minaccioso ed implacabile. Sfortunato colui che viene al mondo proprio nel momento della fine della sua patria! (e l’autore pensa a se stesso e alla drammatica sorte dell’Italia; evidentissima l’influenza del tragico e traumatico evento del sacco di Roma.)

L’anticlericalismo

In questa sezione mi permetto di sovvertire l’ordine dei Ricordi. Partiamo dalla profonda ed irriducibile avversione di Guicciardini nei confronti della metafisica.

«125. E’ filosofi ed e’ teologi e tutti gli altri che scrivono le cose sopra natura o che non si veggono, dicono mille pazzie; perché in effetto gli uomini sono al bujo delle cose, e questa indagazione ha servito e serve piú a esercitare gli ingegni che a trovare la veritá».

Per Guicciardini «gli uomini sono al bujo delle cose», ovvero ignorano le cause ultime, profonde. Un’affermazione che mira a colpire filosofi e teologi che dedicano le proprie attenzioni non alla «natura», ma a ciò che sta sopra di essa, dicendo nient’altro che «pazzie». Guicciardini riduce così l’intera attività filosofico-metafisica ad un mero esercizio sofistico e retorico.

«159. Non biasimo e’ digiuni, le orazione e simili opere pie che ci sono ordinate dalla Chiesa o ricordate da’ frati; ma el bene de’ beni è, ed a comparazione di questo tutti gli altri sono leggieri, non nuocere a alcuno, giovare in quanto tu puoi a ciascuno».

Guicciardini esorta ad un’azione pratica, intrisa di un moralismo che recupera l’autentico messaggio di Cristo (un approccio che potremmo definire tolstoiano [7]). Non un’opera individualistica, ma collettiva, che agisca socialmente «el bene de’ beni è» (anche se, ad essere sinceri, una ventina di Ricordi prima l’autore spende parole tutt’altro che pacifiche e concilianti nei confronti del popolo, in realtà neppure definito tale, ma come una massa indistinta priva di una propria identità: «Chi disse uno popolo disse veramente uno animale pazzo, pieno di mille errori, di mille confusione, sanza gusto, sanza diletto, sanza stabilitá»; e non è certo l’unica contraddizione riscontrabile nell’opera).

«28. Io non so a chi dispiaccia piú che a me la ambizione, la avarizia e le mollizie de’ preti; sí perché ognuno di questi vizi in sé è odioso, sí perché ciascuno e tutti insieme si convengono poco a chi fa professione di vita dipendente da Dio; e ancora perché sono vizi sí contrari che non possono stare insieme se non in uno subietto molto strano. Nondimeno el grado che ho avuto con piú pontefici, m’ha necessitato a amare per el particulare mio la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo, non per liberarmi dalle legge indotte dalla religione cristiana nel modo che è interpretata e intesa communemente, ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati a’ termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autoritá».

Ed eccoci giunti al culmine della polemica anticlericale. Guicciardini si scaglia senza mezzi termini contro gli esponenti ecclesiastici, malati di ambizione, avarizia e lussuria – ricordate Dante? «Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento» [8], e le cose non sono certo cambiate oggi, chi crede il contrario non so se mi faccia più rabbia o tenerezza -. Solo il proprio interesse, il «particulare», lo ha costretto ad amare la grandezza dei papi (Leone X, Adriano VI, Clemente VII); se non fosse stato per questa ragione avrebbe amato Lutero [9] quanto se stesso, e non certo per ragioni ideologiche, dogmatiche, «ma per vedere ridurre questa caterva di scelerati [espressione fortissima, carica di vero e proprio odio] a’ termini debiti». Inoltre si legga, qualora ci fosse bisogno di ancora maggior chiarezza, questo ricordo escluso dalla stesura definitiva:

«Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna; uno vivere di repubblica bene ordinata nella città nostra, l’Italia liberata da tutti i barbari e liberato il mondo dalla tirannide di questi scelerati preti».

Quella del clero è una vera e propria «tirannide», nociva per il mondo intero, e di cui ci si dovrebbe liberare per un cambiamento positivo.

Guicciardini contra Machiavelli

La sistematica confutazione della concezione storica machiavelliana, trova la sua realizzazione più organica nelle Considerazioni intorno ai «Discorsi» del Machiavelli, ma anche nei Ricordi sono numerosi i riferimenti polemici all’autore del Principe [10]. Vediamone alcuni.

«6. È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente, e per dire cosí, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la varietá delle circunstanzie, in le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzione ed eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione».

Machiavelli studia ed interpreta la storia basandosi su regole assolute, generali. Un approccio fondamentalmente astorico nella prospettiva guicciardiniana, che ritiene ogni evento distinto ed eccezionale. Dai libri non si apprende nulla, ciò che conta è la «discrezione» ovvero la capacità di distinguere, valutare il singolo avvenimento, il singolo problema volta per volta, nei suoi tratti specifici, particolari. L’accenno polemico ai libri segna tutta la distanza tra Guicciardini e Machiavelli, che prova una vera e propria venerazione per gli antichi, conforto e fonte d’esperienza durante l’inattività politica forzata, come emerge dalla lettera a Francesco Vettori del 1513 [11], modello su cui fare riferimento e da cui trarre la forma e il metodo di governo ideali, come mostrano i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Guicciardini ribalta così la tradizione secolare di Historia magistra vitae, a cui pure Machiavelli era legatissimo, fondando un nuovo approccio basato sulla «discrezione», approccio ben più asciutto, pragmatico, attivo, che costringe l’uomo a fare da solo i conti con la realtà e con tutte le incertezze, spesso rischiosissime, che nasconde.

«30. Chi considera bene non può negare che nelle cose umane la fortuna ha grandissima potestá, perché si vede che a ogn’ora ricevono grandissimi moti da accidenti fortuiti, e che non è in potestá degli uomini né a prevedergli né a schifargli; e benché lo accorgimento e sollecitudine degli uomini possa moderare molte cose, nondimeno sola non basta, ma gli bisogna ancora la buona fortuna».

Se Machiavelli nel Principe aveva bilanciato fortuna e virtù umana creando un equilibrio perfetto («iudico potere esser vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi»), Guicciardini individua nella fortuna la forza maggiore, dotata di «grandissima potestà». Come abbiamo già visto nei Ricordi precedenti, nella concezione guicciardiniana della storia è il caso a dominare incontrastato, con l’uomo che, soprattutto rispetto alla visione umanistica, subisce un importante ridimensionamento, se non addirittura una svalutazione. L’uomo, per quanto accorto e sollecito, ha sempre bisogno di «buona fortuna».

«110. Quanto si ingannono coloro che a ogni parola allegano e’ romani! Bisognerebbe avere una cittá condizionata come era loro, e poi governarsi secondo quello esemplo; el quale a chi ha le qualitá disproporzionate è tanto disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facessi el corso di uno cavallo».

In questo ricordo l’attacco a Machiavelli è ancora più scoperto e diretto, Machiavelli che fa di Roma l’esempio politico virtuoso per eccellenza, valido sempre, universalmente, a cui ispirarsi senza riserve. Guicciardini non ridimensiona affatto la grandezza di Roma, non è certo questo il suo scopo, ma sottolinea la sua irriproducibilità, dovuta ai profondi mutamenti avvenuti nel corso dei secoli. È impensabile riportare nel presente l’illustre modello romano, sarebbe come chiedere ad un asino di correre come un cavallo. Paragone da cui emerge il giudizio negativo di Guicciardini sulla contemporaneità. Machiavelli individua leggi storiche universali, applicabili ad ogni epoca, mentre Guicciardini si fa portavoce di una concezione della storia che alla causalità sostituisce la casualità. Ogni modello è di fatto inutile, è necessaria invece quella «discrezione» di cui sopra.

«114. Sono alcuni che sopra le cose che occorsono fanno in scriptis discorsi del futuro, e’ quali quando sono fatti da chi sa, paiono a chi gli legge molto belli; nondimeno sono fallacissimi, perché dependendo di mano in mano l’una conclusione dell’altra, una che ne manchi, riescono vane tutte quelle che se ne deducono; e ogni minimo particulare che vari, è atto a fare variare una conclusione; però non si possono giudicare le cose del mondo sí da discosto, ma bisogna giudicarle e resolverle giornata per giornata».

Secondo Guicciardini non è possibile prevedere il futuro, le cose del mondo «bisogna giudicarle e resolverle giornata per giornata», perché governate dal caso, che le rende assolutamente imprevedibili. Anche qui è chiara la polemica anti-machiavelliana. Machiavelli che nel Principe, proprio nel capitolo conclusivo del trattato, si rende protagonista di uno slancio utopico impossibile e fondamentalmente ridicolo per Guicciardini. Anch’egli ovviamente si augura di vedere un’Italia «liberata da tutti i barbari», ma è ben consapevole del fatto che, pur vivendo a lungo, non assisterà mai ad un simile evento.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul drammatico evento rimando all’articolo Roma umiliata.

[2] Matteo Palumbo, Francesco Guicciardini, Liguori, Napoli 1988.

[3] Per un approfondimento sul poeta recanatese rimando all’articolo Giacomo Leopardi, il nulla.

[4] Le citazioni sono tratte da Francesco Guicciardini, Opere, a cura di Roberto Palmarocchi, Laterza, Bari 1933.

[5] Per comprendere il riferimento al mito mi permetto di rimandare all’operetta tumorale Dialogo di Pigmalione e di Galatea.

[6] Per un approfondimento sul poema ariostesco rimando all’articolo Momenti dell’«Orlando furioso».

[7] Per un approfondimento sullo scrittore russo rimando agli articoli Resurrezione, il più grande romanzo di TolstojPadre Sergij, oltre se stessiGuerra e rivoluzione: l’anarchico Tolstoj contro la superstizione statalista.

[8] Inferno, XIX, v. 112. Per un approfondimento sul canto e l’intera prima cantica della Commedia rimando agli articoli Divina Domenica – Inferno – Canto XIXSulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Prima parteSulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Seconda parte.

[9] Per un approfondimento sul teologo tedesco rimando all’articolo Martin Lutero – L’anima della Riforma.

[10] Per un approfondimento sul trattato rimando all’articolo «Il principe»: l’antropopessimismo di Niccolò Machiavelli.

[11] Per la lettura e l’analisi della lettera rimando l’articolo Niccolò Machiavelli tra i «pidocchi».

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