La mandragola è non solo il capolavoro propriamente letterario di Niccolò Machiavelli, ma anche il capolavoro dell’intera produzione comica italiana del XVI secolo. Scritta probabilmente nel 1518, dunque nel periodo di forzata inattività politica dell’autore, causata dal rientro a Firenze dei Medici, la commedia fu messa in scena forse nel settembre dello stesso anno, in occasione delle nozze di Lorenzo de’ Medici, e pubblicata sempre nel 1518, ottenendo un grande successo. Questa la vicenda, ambientata a Firenze:

Callimaco Guadagni desidera più di ogni altra cosa la bellissima Lucrezia, consorte di messer Nicia Calfucci, dottore in legge, ma, a dispetto del titolo, uomo sciocco e gretto. La grande onestà della donna – per la quale il giovane Callimaco si è trasferito da Parigi a Firenze – sembra non concedere margini di realizzazione all’ardente desiderio dell’innamorato, ma interviene l’intrigante parassita, Ligurio, personaggio straordinario, dai tratti mefistofelici, che escogita il seguente stratagemma: messer Nicia non riesce ad avere figli – e per un uomo limitato come lui la procreazione è tutto, naturalmente -, e gli viene proposto un rimedio infallibile, una miracolosa pozione di mandragola, da somministrare alla moglie e grazie alla quale la donna finalmente resterà incinta. Solamente una controindicazione: il primo uomo che avrà rapporti con Lucrezia dopo l’ingerimento della pozione morirà. La soluzione è sostituire messer Nicia con un altro uomo, un «garzoncello», sotto le cui spoglie si celerà in realtà Callimaco. Lo sciocco accetta con entusiasmo, ma come convincere la virtuosa e pudica Lucrezia? A tal proposito interviene il confessore della donna, il corrotto fra Timoteo, che, dietro adeguato compenso, la convince ad accogliere nel suo letto uno sconosciuto. A questo punto nell’irreprensibile Lucrezia avviene una vera e propria, inattesa, metamorfosi: venuta a conoscenza della reale identità del «garzoncello» e del piano ordito alle spalle del marito, non si ritrae inorridita e offesa, anzi, accetta di diventare l’amante di Callimaco. Felice della futura prole, riconoscente nei confronti del giovane Guadagni – perché all’inizio della commedia, su suggerimento del mefistofelico Ligurio, è stato proprio lui, spacciandosi per medico, a svelare a messer Nicia l’esistenza della miracolosa pozione di mandragola -, lo stolto dottore in legge lo accoglie in casa, favorendo così la relazione adultera tra Callimaco e Lucrezia, con inoltre il sacro suggello di fra Timoteo.

Come previsto dal teatro comico latino – a cui il neonato teatro comico cinquecentesco italiano è immensamente debitore -, La mandragola si apre con un Prologo, in cui l’autore traccia le coordinate dell’imminente spettacolo, fornendo informazioni sulla vicenda e i personaggi. Ma in questo caso i passi più interessanti e significativi sono quelli in cui Machiavelli inserisce preziosissimi cenni autobiografici, grazie ai quali è possibile ricostruire il suo stato d’animo al momento della scrittura della Mandragola. Sin dal Prologo emerge la problematicità del riso machiavelliano, un riso amaro, smorzato, figlio innanzitutto della situazione di esilio forzato da cui nasce la commedia [1]:

«E se questa materia non è degna, / per esser pur leggieri, / d’un uom che voglia parer saggio e grave, / scusatelo con questo, che s’ingegna / con questi van pensieri / fare el suo tristo tempo più suave, / perch’altrove non have / dove voltare el viso: / ché gli è stato interciso / monstrar con altre imprese altra virtue, / non sendo premio alle fatiche sue».

La mandragola diverte, suscita il riso degli spettatori e dei lettori, ma nasce dalla disperazione. Perché sono versi davvero disperati questi, in cui Machiavelli di fatto si denuda, mostrando al pubblico la sua condizione di dolore, e quanto è pregnante quell’«interciso», dal latino intercidere, ovvero spezzare, troncare, significato violento dotato di un significante spigoloso. A ciò si aggiunga il fatto che La mandragola trae spunto e mette in scena la spaventosa e verticale decadenza di Firenze:

«El premio che si spera è che ciascuno / si sta da canto e ghigna, / dicendo mal di ciò che vede o sente. / Di qui depende senza dubbio alcuno / che per tutto traligna / da l’antica virtù il secol presente; / imperò che la gente, / vedendo ch’ognun biasma, / non s’affatica e spasma / per far con mille suoi disagi un’opra / che ‘l vento guasti o la nebbia ricuopra».

E si comprende come il riso di Machiavelli sia il riso di chi sa che non c’è niente da ridere; un vero riso smorzato, proprio del sarcasmo [2].

Machiavelli pone al centro della Mandragola il tema amoroso, seguendo così lo schema fissato dalla commedia latina e ripreso già da Ariosto [3], il primo autore a tentare la via della produzione comica originale con la Cassaria (1508), ma inserendovi fattori fortemente innovativi: l’iniziale attivismo di Callimaco, pronto a tutto per conquistare Lucrezia – attivismo che ben presto perde vigore per la graduale importanza assunta da Ligurio -, e soprattutto il modo in cui viene spesso trattata la tematica erotica, un modo basso, triviale, opposto agli elevati slanci di nobiltà in cui si esibisce il giovane amante.

Dal tema amoroso scaturisce l’altro tema fondamentale, quello della beffa. Machiavelli prosegue così una tradizione secolare, che aveva raggiunto il culmine con Boccaccio. E il beffato machiavelliano, messer Nicia, ricorda moltissimo un celebre beffato che compare nel Decameron, il pittore Calandrino [4]. Entrambi i personaggi si caratterizzano infatti non solo per la limitatezza, l’ottusità mentale che rende facile la beffa, ma anche per una certa malvagità, che si manifesta soprattutto nell’atteggiamento autoritario e violento nei confronti delle rispettive consorti – ricordo che Calandrino arriva persino a pestare a sangue la moglie, e non esiste gesto più orrendo nella prospettiva femminista, chiamiamola così, adottata da Boccaccio in gran parte della sua produzione [5]-.

Nella Mandragola messer Nicia si impone come il più “illustre” rappresentante di quella degenerazione di cui è vittima Firenze e che Machiavelli sottolinea nel Prologo. E si noti in particolar modo il meschino provincialismo del dottore in legge, rinchiuso in una dimensione ristrettissima dalla quale non intende uscire, anzi. Messer Nicia è l’esatto contrario di quell’uomo attivo vagheggiato da Machiavelli, frutto di un tempo incapace di eroismo:

NICIA Io credo ch’e tua consigli sien buoni, e parla’ne iersera con la donna. Disse che mi risponderebbe oggi, ma a dirti el vero io non ci vo di buone gambe.
LIGURIO Perchè?
NICIA Perché io mi spicco mal volentieri da bomba. Dipoi a avere a travasare moglie, fante, masserizie, ella non mi quadra. Oltra di questo, io parlai iersera a parecchi medici. L’uno dice che io vadia a San Filippo, l’altro alla Porretta, e l’altro alla Villa: e’ mi parvono parecchi uccellacci, e a dirti el vero questi dottori di medicina non sanno quello che si pescono.
LIGURIO E’ vi debbe dare briga quello che voi dicesti prima, perché voi non siete uso a perdere la Cupola di veduta.
NICIA Tu erri! Quando io ero più giovane io sono stato molto randagio. E non si fece mai la fiera a Prato che io non vi andassi, e non ci è castel veruno all’intorno dove io non sia stato: e ti vo’ dire più là: io sono stato a Pisa ed a Livorno, oh va’!
LIGURIO Voi dovete avere veduto la carrucola di Pisa.
NICIA Tu vuo’ dire la Verrucola.
LIGURIO Ah! sì, la Verrucola. A Livorno vedesti voi el mare?
NICIA Bene sai che io il vidi!
LIGURIO Quanto è egli maggiore che Arno?
NICIA Che Arno? Egli è per quattro volte, per più di sei, per più di sette mi farai dire: e’ non si vede se non acqua acqua acqua.
LIGURIO Io mi maraviglio adunque, avendo voi pisciato in tante neve, che voi facciate tanta difficultà d’andare al bagno.
NICIA Tu hai la bocca piena di latte. E’ ti pare a te una favola avere a sgominare tutta la casa? Pure io ho tanta voglia d’avere figliuoli che io son per fare ogni cosa. Ma parlane un po’ tu con questi maestri, vedi dove e’ mi consigliassino che io andassi; ed io sarò intanto con la donna, e ritroverrenci.
LIGURIO Voi dite bene (atto I scena II).

E l’ironia di Machiavelli raggiunge il massimo della sua efficacia allorquando è proprio messer Nicia a lanciarsi in una violenta invettiva contro i Fiorentini, che con il suo linguaggio basso, volgare, definisce «cacastecchi»:

NICIA Questo tuo padrone è un gran valente uomo.
SIRO Più che voi non dite.
NICIA El re di Francia ne de’ fare conto.
SIRO Assai.
NICIA E per questa cagione e’ debbe stare volentieri in Francia.
SIRO Così credo.
NICIA E fa molto bene. In questa terra non ci è se non cacastecchi, non ci si apprezza virtù alcuna. S’egli stessi qua, non ci sarebbe uomo che lo guardassi in viso. Io ne so ragionare, che ho cacato le curatelle per imparare due hac: e se io ne avessi a vivere, io starei fresco, ti so dire!
SIRO Guadagnate voi l’anno cento ducati?
NICIA Non cento lire, non cento grossi, oh va’! E questo è, che chi non ha lo stato in questa terra, de’ nostri pari, non truova can che gli abbai, e non siamo buoni ad altro che andare a’ mortori o alle ragunate d’un mogliazzo o a starci tutto dì in sulla panca del Proconsolo a donzellarci. Ma io ne li disgrazio, io non ho bisogno di persona; così stessi chi sta peggio di me. Non vorrei però che le fussino mia parole, che io arei di fatto qualche balzello o qualche porro di drieto che mi fare’ sudare.
SIRO Non dubitate.
NICIA Noi siamo a casa: aspettami qui; io tornerò ora.
SIRO Andate (atto II scena III).

Accanto a messer Nicia, altro grande rappresentante della contemporanea degenerazione è fra Timoteo, che fa del denaro il suo dio e agisce dunque solo ed esclusivamente per il proprio interesse. In esso Machiavelli concentra tutta l’ipocrisia ecclesiastica.

Ma la vera anima della Mandragola è Ligurio, il mefistofelico parassita [6]. È lui ad architettare lo stratagemma, e a metterlo in pratica mostrando una lucidità e una freddezza straordinarie. Non c’è niente che possa sorprenderlo; Ligurio ha sempre la soluzione pronta, a portata di mano. E ciò che colpisce di più è la gratuità del suo agire. Contrariamente a fra Timoteo, che agisce solo dietro lauto compenso, Ligurio agisce solo per la sua innata, mefistofelica predisposizione all’intrigo. Volendo fare un paragone con un personaggio boccacciano, come fatto prima per messer Nicia – fra Timoteo da parte sua può essere avvicinato a frate Cipolla [7], ma è di certo meno luminoso -, l’agire disinteressato di Ligurio ricorda quello di ser Ciappelletto [8], la cui falsa confessione è figlia proprio della sua innata, atavica attitudine a delinquere. Per quanto riguarda gli elementi in comune tra Liguro e il principe disegnato da Machiavelli nell’omonimo trattato [9], essi esistono, è innegabile – che sia una sottilissima forma di autoironia? -, ma ciò non deve affatto condurre ad un’automatica valutazione positiva del personaggio. Anche Ligurio, e forse lui più di ogni altro, è tra i protagonisti della decadenza fiorentina. Anch’egli «traligna / da l’antica virtù». Non bisogna mai dimenticare il carattere critico, causticamente critico della Mandragola.

Concludo spendendo qualche parola sul personaggio di Lucrezia. Figura assai particolare, fondamentale, ma sostanzialmente muta. Sono quasi sempre gli altri a parlare per lei. Ma ciò che attira l’attenzione è la sua metamorfosi finale: da modello di donna casta e virtuosa, Lucrezia diviene un’adultera. Perché? Sono state avanzate numerose ipotesi: dalla celebrazione del piacere all’antropopessimismo che caratterizza il pensiero filosofico-politico di Machiavelli e finisce per travolgere anche l’unica figura positiva della Mandragola. Personalmente propendo per questa seconda ipotesi, cui credo vada aggiunto il giudizio negativo di Machiavelli sulla donna, che trova in conclusione del XXV capitolo del Principe la sua espressione più chiara ed inquietante:

«Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano»

NOTE

[1] Condizione descritta nella celebre epistola del 10 dicembre 1513 indirizzata all’amico Francesco Vettori. Per la lettura e l’analisi della lettera rimando all’articolo Niccolò Machiavelli tra i «pidocchi».

[2] A proposito del sarcasmo scrive Francesco Muzzioli: «E c’è il riso della satira, […] un riso sulfureo, al calor bianco, che può essere definito nel termine “sarcasmo”. È un riso amaro, che non si diverte per niente a dover fare i conti con una realtà malata e degradata, magari assurta ai fasti del potere. È un riso che sa che non c’è niente da ridere, ma che, paradossalmente, quando tutto è perduto, non resta che ridere. Sarcasmo deriva dal “mordersi le labbra”, corrisponde al “riso smorzato” di Bachtin, ma smorzato non per una diminuita capacità di rivolta; semmai, è l’eccesso di ribellione che ingorga lo sbocco, né può trovare una emissione tranquilla e soddisfacente. Il sarcasmo tradisce la rabbia; e la rabbia è un grande motore della espressione letteraria […], che implica la spinta del linguaggio “fuori di sé”, la strategia d’urto e lo sfregio urticante. La parola polemica contiene questo riso “sordo”, tanto più esplosivo perché trattenuto, un riso con la bocca “storta”» (Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, Milano 2014, p. 61).

[3] Per un approfondimento su Ludovico Ariosto rimando agli articoli Ludovico Ariosto, l’intellettuale cortigiano dissidenteMomenti dell’«Orlando furioso».

[4] Per un approfondimento sul personaggio di Boccaccio rimando all’articolo Il comico boccaccesco: ser Ciappelletto, frate Cipolla e Calandrino.

[5] Per un approfondimento sulla vocazione letteraria femminile, definiamola così, di Boccaccio rimando agli articoli Giovanni Boccaccio, uno scrittore al servizio delle donne. Elegia di Madonna FiammettaGiovanni Boccaccio, uno scrittore al servizio delle donne. Decameron.

[6] Naturalmente mi riferisco al Mefistofele goethiano. Per un approfondimento sull’opus magnum del poeta e scrittore tedesco rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

[7] Per un approfondimento sul personaggio di Boccaccio rimando all’articolo Il comico boccaccesco: ser Ciappelletto, frate Cipolla e Calandrino.

[8] Per un approfondimento sul personaggio di Boccaccio rimando all’articolo Il comico boccaccesco: ser Ciappelletto, frate Cipolla e Calandrino.

[9] Per un approfondimento sulla più celebre opera machiavelliana rimando all’articolo «Il principe»: l’antropopessimismo di Niccolò Machiavelli.

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