«L’uomo è l’essere che a tutto si abitua, e io penso che sia questa la sua migliore definizione» [1]: credo che non ci sia citazione più adatta per iniziare un percorso di analisi e di ri-lettura delle Memorie di una casa morta, una citazione che rivela il carattere limite dell’esperienza della reclusione, alla quale il protagonista e narratore in prima persona dell’opera, Aleksandr Petrovič Gorjančikov, è costretto dopo aver ucciso la moglie. Un espediente letterario che svanisce immediatamente, perché, salvo la ragione della condanna alla katorga, la corrispondenza tra Dostoevskij e il protagonista è pressoché perfetta. Della colpa, per quanto terribile, di Aleksandr Petrovič, si accenna solo nell’Introduzione e poi non se ne parla più: non è certo questo il punto, allo scrittore interessa altro, interessa fornire un quadro della vita in prigione, con la lettera al fratello Michail del 30 gennaio-22 febbraio 1854, che ne rappresenta l’archetipo [2]. Già qui viene perfettamente delineata la figura del terribile maggiore «Ottocchi», il cui spettro spaventoso si allunga più volte nelle pagine delle Memorie, e sin dall’inizio:

«Era severo fino alla demenza, “si gettava sulle persone”, come dicevano i forzati. […] Egli non faceva che inasprire coi suoi atti furiosi, cattivi, della gente già inasprita» (24).

Insomma, il maggiore «Ottocchi» tiranneggia nel reclusorio, e con la sua personalità bestiale, da violento alcolizzato, meriterebbe i lavori forzati più di molti detenuti. «Ottocchi» è una delle anime più nere che compaiono nelle Memorie, e la sua condotta immotivatamente aggressiva ha un effetto nocivo sui prigionieri, esasperandone l’indole criminale. Non basta certo un autoritarismo cieco e crudele a riportare ladri, assassini, vagabondi sulla via della legge e della legalità, anzi, Dostoevskij sottolinea, appena ne ha l’occasione, come ci sia bisogno innanzitutto di umanità, in un luogo terribile, talvolta persino infernale, ma abitato pur sempre da uomini. Uomini dotati di perspicacia e di un’intelligenza pratica, capaci anche di certi slanci poetici, struggenti, seppur inconsapevolmente, come quando giustificano i loro deliri notturni, nel sonno:

«Quasi tutti i detenuti parlavano di notte e deliravano. Ingiurie, parole del gergo, coltelli e accette erano ciò che più spesso veniva loro sulla lingua nel delirio. “Noi siamo gente battuta”, dicevano, “il nostro interno è fracassato, è per questo che gridiamo di notte”» (27).

Il sonno è sempre un momento topico nella vita del prigioniero, e vengono in mente le terribili parole di Primo Levi, in Se questo è un uomo [3], dedicate al sogno di Tantalo, che tormenta il sonno dei deportati nei Lager:

«Si sentono i dormienti respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare: anche questo è un sogno collettivo. È un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo. Non si vedono soltanto i cibi, ma si sentono in mano, distinti e concreti, se ne percepisce l’odore ricco e violento; qualcuno ce li avvicina fino a toccare le labbra, poi una qualche circostanza, ogni volta diversa, fa sì che l’atto non vada a compimento. Allora il sogno si disfa e si scinde nei suoi elementi, ma si ricompone subito dopo, e ricomincia simile e mutato: e questo senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la durata del sonno» [4].

Se questo è un uomo, l’ultimo capolavoro della letteratura italiana, oramai morta e sepolta.

All’interno del reclusorio la pena è tripla. Alla privazione della libertà si aggiungono il lavoro, punitivo perché coatto – «il lavoro […] non mi sembrò affatto così pesante, così da galera, e solo un bel pezzo dopo intuii che la gravosità da galera di quel lavoro non stava tanto nella sua difficoltà e continuità quanto nel fatto di essere coattivo, obbligatorio, eseguito sotto il bastone» (34) -, e la convivenza:

«In appresso capii che, oltre la privazione della libertà, oltre il lavoro coatto, nella vita del reclusorio c’è un altro tormento, quasi quasi più forte di tutti gli altri. È questo la convivenza obbligatoria generale» (35).

Soprattutto per un nobile come il protagonista-narratore Aleksandr Petrovič, come Dostoevskij:

«Gli ex-nobili ai lavori forzati li guardano in generale con occhio torvo e malevolo» (42); «Essi osservavano con compiacimento le nostre sofferenze, che noi ci sforzavamo di nascondere loro. […] Non c’è nulla di più difficile che acquistare la fiducia del popolo […] e meritarne l’affetto» (43); «A me è stato necessario passare quasi due anni nel reclusorio per acquistarmi la benevolenza di alcuni dei forzati» (ivi).

Come ho già scritto nell’introduzione, l’impossibilità per un nobile istruito di integrarsi all’interno di un ambiente e di un sistema a trazione popolare, è uno dei temi principali delle Memorie, che Dostoevskij sottolinea subito nella lettera al fratello Michail, in cui racchiude l’essenza dei quattro anni di katorga, ed è il detenuto Akim Akimyč a chiarire la ragione della naturale ostilità dei detenuti nei confronti dei nobili:

«Sissignore, i nobili non li amano, […] specialmente i politici, li divorerebbero con piacere, è facile a capire. In primo luogo, voi siete altra gente, diversa da loro, e in secondo luogo, essi tutti, prima, o appartenevano a proprietari o erano di condizione militare. Giudicate voi stessi, possono affezionarsi a voi?» (46).

No, evidentemente non possono, per una predisposizione atavica ormai. Eppure Dostoevskij, che ha visto il proprio padre trucidato dai suoi stessi contadini, esasperati dai continui soprusi di un uomo tutt’altro che buono, ma spigoloso ed autoritario, non si ritrae inorridito, non si chiude in se stesso, anzi: «Se non posso elevare il popolo fino a me, devo io stesso scendere al suo livello […]: ecco la conclusione alla quale giunse Dostoevskij» [5]. Del popolo russo lo scrittore diverrà la potente voce, facendone l’ultimo portatore e baluardo dell’autentico e puro messaggio cristiano [6].

Le Memorie di una casa morta sono costellate dall’inizio alla fine di spunti interessantissimi, e talvolta Dostoevskij pone delle questioni davvero spinose e di difficile risoluzione, come quella riguardante la relatività, diciamo così, della pena, la disparità del castigo per chi, coscienziosamente evoluto, condanna se stesso più duramente di ogni legge, e chi, invece, trova nel reclusorio il suo habitat naturale e vive la prigionia con leggerezza:

«Ecco, per esempio, un uomo istruito, dalla coscienza evoluta, che ha consapevolezza e cuore. Soltanto il rovello del suo proprio cuore, prima di qualsiasi castigo, lo ucciderà coi suoi tormenti. Egli stesso si condannerà per il suo delitto più implacabilmente, più spietatamente che non possa condannarlo la più terribile legge. Ed ecco accanto a lui un altro che, durante tutto il tempo dei lavori forzati, non pensa nemmeno una volta al delitto commesso. Egli crede perfino di aver ragione. Ci sono anche di quelli che a bella posta commettono dei delitti, solo per finire in galera e con ciò liberarsi di una vita che in libertà era incomparabilmente più da galera. Prima costui viveva in un estremo grado di avvilimento, non mangiava mai a sazietà e lavorava per il suo imprenditore da mane a sera; nel reclusorio invece il lavoro è più leggero che a casa, il pane abbondante e quale egli ancora non aveva veduto mai; alle feste carne di manzo, e c’è l’elemosina, c’è la possibilità di guadagnare qualche soldo. E la compagnia? Gente scaltra, abile, onnisciente; ed ecco, egli guarda i suoi compagni con rispettoso stupore; non ne ha ancora mai veduti di simili; li considera come la più alta società che possa esserci al mondo. Davvero per questi due il castigo sarebbe ugualmente sensibile?» (73-74).

Una questione insolubile, come la definisce l’autore stesso subito dopo, ma che rivela di colpo tutta l’inadeguatezza del sistema carcerario, concentrazionario, la sua limitatezza, la sua completa inutilità nella maggior parte dei casi.

«Dappertutto ci sono uomini cattivi, ma fra i cattivi ci sono anche i buoni» (98), pensa, nel tentativo di consolarsi, Aleksandr Petrovič. Buono e myškinianamente bello è Alej, ventenne tartaro originario del Daghestan e di fede mussulmana, detenuto con due suoi fratelli maggiori per una rapina finita male:

«io considero Alej come un essere tutt’altro che comune e rammento l’incontro con lui come uno dei migliori incontri della mia vita. Ci sono dei caratteri tanto belli per natura, a tal segno dotati da Dio, che anche il solo pensiero che possano un giorno o l’altro mutarsi in peggio ci sembra impossibile. Per loro siete sempre tranquilli. E io adesso son tranquillo per Alej. Ma dov’è ora?» (90).

Servendosi del Nuovo Testamento, uno dei pochissimi libri ammessi nel carcere, Aleksandr Petrovič insegna ad Alej il russo (episodio raccontato da Dostoevskij nella lettera al fratello Michail), ed è commovente il ringraziamento di questa giovane anima buona e bella al protagonista prima di lasciare il reclusorio e tornare alla libertà:

«Tu hai fatto tanto, hai fatto tanto per me. […] che mio padre e mia madre non avrebbero fatto altrettanto: tu hai fatto di me un uomo. Dio ti ricompenserà, e io non ti dimenticherò mai…» (93).

Ecco «l’oro sotto la rude scorza», ecco come un detenuto coscienziosamente evoluto possa influire positivamente nel percorso di crescita e di formazione di un detenuto acerbo, molto più di uno stato autoritario miope ed insensibile, che non vede altro che la reclusione, le bastonate, le vergate e il lavoro coatto.

Agli antipodi rispetto al buono e bello Alej sta il giovane detenuto di nobili origini – a conferma del fatto che la provenienza sociale non è affatto una garanzia di onestà e di rettitudine, che un uomo del popolo può essere migliore di un uomo del ceto nobiliare – A-v. Se in Alej si può trovare un germe del principe Myškin [7], in A-v possiamo trovare un germe di Stavrogin, il funesto demiurgo protagonista e centro dei Demòni [8]:

«”Sei un forzato e un forzato sii: puoi dunque, se sei un forzato, commettere bassezze, senza vergognartene”. Questa era, letteralmente, la sua opinione. Io mi ricordo di quest’essere abietto come di un fenomeno. Ho trascorso alcuni anni fra assassini, pervertiti e malfattori matricolati, ma lo dico positivamente, non ho ancora mai incontrato in vita mia una caduta morale così completa, una depravazione così perentoria e tanta ignobile bassezza come in A-v. Da noi c’era un parricida, un ex-nobile, già ne ho fatto cenno, ma da molti tratti e fatti mi son convinto che anche quello era incomparabilmente più degno e più umano di A-v. Ai miei occhi, durante tutto il tempo della mia vita di recluso, A-v divenne e fu poi sempre come un pezzo di carne munito di denti e di stomaco, e di una insaziabile sete dei più grossolani, dei più bestiali godimenti fisici; per provare il più piccolo e capriccioso di tali godimenti egli era capace di uccidere, di sgozzare con la maggior freddezza d’animo, insomma di fare qualunque cosa, purché potesse restar nascosta. Io non esagero per nulla: ho conosciuto bene A-v. Egli era un saggio di ciò a cui può arrivare il solo lato fisico dell’uomo, non frenato internamente da alcuna norma, da alcuna legalità. E quanto era per me disgustoso guardare il suo eterno sorriso canzonatorio! Quello era un mostro, un Quasimodo morale. Aggiungete a ciò che era scaltro e intelligente, bello, perfino un po’ istruito, e aveva delle attitudini. No, meglio l’incendio, meglio la peste e la fame che un tal uomo nella società!» (108-109).

Ancor più del maggiore «Ottocchi», A-v si impone come il supremo emblema del male nelle Memorie di una casa morta, e, lo ripeto, egli è un vivido embrione di Stavrogin. Del resto, come scrive Cantoni, nel reclusorio Dostoevskij «accumula sintetizza e matura in sé un Erlebnis (esperienza di vita) radicale a cui attingerà di continuo nella sua vita di uomo e di artista» [9].

«Fin dal primo giorno della mia vita di reclusorio avevo cominciato a sognare la libertà» (136), confessa Aleksandr Petrovič-Dostoevskij, quella libertà certamente sottovalutata, se non del tutto ignorata, prima della reclusione. Crudele paradosso! Un individuo può comprendere il valore della libertà solo nel momento in cui gli viene tolta, e la stessa cosa vale per la vita, che solo il condannato a morte può apprezzare davvero. Il desiderio della libertà e la speranza sono i due sentimenti caratteristici del prigioniero, caratteristici e vitali, percepiti in un modo del tutto particolare:

«La speranza del recluso, privato della libertà, è di un genere affatto diverso da quella dell’uomo che vive davvero. L’uomo libero naturalmente spera (per esempio, in un mutamento della sorte, nella riuscita di una qualche sua impresa), ma egli vive, egli opera: una vera vita lo trascina pienamente col suo vortice. Non così è per il recluso. Qui, mettiamo, c’è pure una vita, di reclusorio, di galera; ma, chiunque sia il forzato e per qualunque periodo di tempo sia stato deportato, egli, istintivamente, non può proprio vedere nel suo destino qualcosa di positivo, di definitivo, una parte della sua vita reale. Ogni forzato sente che non è a casa sua, ma è come ospitato. Venti anni li considera come se fossero due ed è perfettamente convinto che anche a cinquant’anni, alla sua uscita dal carcere, egli sarà così gagliardo come ora, a trentacinque. “Avremo ancora tempo da vivere!”, pensa, e scaccia ostinatamente da sé tutti i dubbi e gli altri pensieri molesti. Perfino i deportati non a termine della sezione speciale, anche quelli, a volte, facevano conto che, da un momento all’altro, arrivasse improvvisamente una decisione da Piter: “Trasferire a Nerčinsk, nelle miniere, e fissare un termine”. A meraviglia dunque: in primo luogo, per andare a Nerčinsk ci vogliono quasi sei mesi, e andare con lo scaglione quanto è meglio del reclusorio! Poi scontare la pena a Nerčinsk e allora… E così fa i suoi conti più di un uomo canuto!» (137).

Anche se rinchiuso in un carcere, anche se privato della libertà, costretto a lavori pesanti e alla convivenza con decine e decine di estranei, lontani anni luce da lui e con i quali, pur condividendo la stessa camerata, non si incontrerà mai, l’uomo resta pur sempre uomo, e come tale chiede di essere trattato. Per questo motivo non può tollerare i violenti soprusi, le gratuite aggressioni di un maggiore alcolizzato, trovando in un trattamento umano, semplicemente umano, conforto, consolazione e gioia, talvolta persino la salvezza, come nel caso di Alej:

«Ogni uomo, chiunque egli sia e per quanto avvilito, purtuttavia, anche se istintivamente, anche se inconsapevolmente, pretende che si rispetti la sua dignità umana. Il detenuto medesimo sa di essere un detenuto, un reietto, e conosce il suo posto di fronte ai superiori; ma con nessun marchio, con nessuna catena potrai fargli dimenticare che è un uomo. E poiché egli è in realtà un uomo, di conseguenza bisogna anche trattarlo umanamente. Dio mio! Un trattamento umano può umanizzare perfino qualcuno su cui l’immagine di Dio si è da gran tempo offuscata. Appunto questi “disgraziati” son da trattare nel modo più umano. È questa la salvezza e la gioia loro» (158-159).

Sono righe straordinarie, veicolanti un messaggio di umanità fortissimo, assolutamente rivoluzionario per l’epoca. Ed è incredibile constatare come i Lager nazisti furono concepiti proprio con l’intenzione di ribaltare queste righe ed il loro messaggio, ovvero annientare nel detenuto la consapevolezza di essere un uomo: se questo è un uomo, appunto.

Ci sono particolari momenti dell’anno in cui i detenuti sentono miracolosamente annullarsi la chilometrica distanza che li separa dal mondo, dalla vita, dagli uomini liberi. Uno di questi momenti è il Natale:

«il detenuto provava inconsapevolmente la sensazione che, con siffatta osservanza della festa, egli veniva a essere come in contatto con tutto il mondo, che, per conseguenza, non era del tutto un uomo ripudiato e perduto, un brandello tagliato via, che nel reclusorio come fra gli uomini quel giorno era uguale» (184-185).

Ma anche questo giorno di festa, durante il quale tra i forzati si manifesta persino qualcosa di simile all’amicizia, ha fine, ed è una fine estremamente dolorosa:

«Intanto cominciava già il crepuscolo. La malinconia, l’angoscia e i fumi delle sbornie facevano grevemente capolino in mezzo all’ubriachezza e alla baldoria. Uno che un’ora prima rideva, ora già singhiozzava in qualche angolo, dopo aver bevuto oltre misura. Altri avevano già avuto il tempo di picchiarsi un paio di volte. Altri ancora, pallidi, reggendosi a stento sulle gambe, girellavano per le camerate attaccando liti. Quelli poi che non avevano il vino cattivo invano cercavano gli amici dinanzi ai quali vuotare la loro anima e piangere il loro dolore di ubriachi. Tutta quella povera gente voleva darsi all’allegria, passare giocondamente la grande festa, e, Signore Iddio!, quanto penoso e triste era quel giorno quasi per tutti! Ognuno lo trascorreva come se fosse stato deluso in qualche sua speranza» (196).

Un altro momento di salutare evasione, seppur solo temporanea, a breve termine, è costituito dalla rappresentazione allestita e inscenata da alcuni detenuti – tra di loro vi sono anche attori provetti, come abbiamo potuto apprezzare in questi ultimi anni grazie al cinema, e ricordo ad esempio Cesare deve morire dei fratelli Taviani -:

«Quale strano riflesso di gioia infantile, di simpatico, schietto piacere brillava su quelle fronti e quelle guance solcate, marchiate, in quegli sguardi di gente finora cupa e tetra, in quegli sguardi scintillanti a volte di un terribile fuoco!» (216).

Come ho già scritto nell’introduzione, grazie all’esperienza della katorga Dostoevskij scopre il popolo russo e, di conseguenza, tutta la distanza che lo separa dall’intelligencija, che pure del popolo discuteva animatamente, febbrilmente, come se dovessero essere gli intellettuali a deciderne il destino. Ma alla katorga lo scrittore, fianco a fianco con contadini, servitori, vagabondi e soldati, si rende conto della sterilità, dell’inutilità delle boriose chiacchiere dell’intelligencija sul popolo russo, perché «non molto possono insegnare al popolo i nostri sapienti. Dirò anzi positivamente che, al contrario, essi stessi devono ancora imparare da lui» (215). In carcere Dostoevskij apprende la grandezza del popolo russo, il suo essere portatore e baluardo dell’autentico, puro, incontaminato messaggio di Cristo traviato dalla chiesa di Roma, e di ciò farà uno dei capisaldi del suo pensiero, etichettando, viceversa, il socialismo come anticristo, dopo aver constatato di persona, al bagno penale, la sua totale inadeguatezza e nocività. Si legga, a mero titolo esemplificativo, il seguente passo tratto da una lettera del dicembre 1880, in cui lo scrittore, per l’ennesima volta, ribadisce l’inseparabilità, l’inscindibilità dei concetti di fede cristiana e popolo russo:

«Lei ha perfettamente ragione di concludere che io scorgo la causa del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede. E da noi è proprio così, giacché tutto il nostro carattere nazionale è fondato sul cristianesimo. Le parole contadino e Russia ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari. Da noi un russo che rinnega il principio nazionale (e ce ne sono molti) è immancabilmente ateo o indifferente. E viceversa: qualsiasi miscredente o indifferente non è assolutamente in grado di comprendere né il popolo russo né il principio nazionale russo. Il problema più importante oggi è questo: come fare per costringere la nostra intelligencija a convenire su questo? Si provi a dire una parola su questo: o la divoreranno o la considereranno un traditore. Ma traditore nei confronti di chi? Nei loro confronti, e cioè nei confronti di qualcosa che sta tra le nuvole e per il quale è perfino difficile trovare un nome, giacché essi stessi non sono in grado di trovare un nome con cui chiamarsi. O forse traditore nei confronti del popolo? No, questo no, allora preferisco restare con il popolo, giacché soltanto da esso ci si può aspettare qualcosa, e non certo dall’intelligencija russa, che nega il popolo e non è neppure intelligente» [10]. 

Dostoevskij nutre nei confronti del popolo russo una fiducia illimitata, una fiducia che, paradossalmente, affonda le radici nell’esperienza di vita della katorga. Paradossalmente… ma è proprio la scoperta di anime buone e belle anche in quella sorta di discarica umana e sociale che è la fortezza siberiana, a convincere lo scrittore della grandezza del popolo russo, e, d’ora in poi, a battersi per lui, per la sua educazione, per la sua istruzione, collocandolo al fianco di Cristo, il supremo ideale, in un connubio inscindibile che costituisce il luminosissimo polo positivo del pensiero di Dostoevskij.

NOTE

[1] Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, traduzione di Alfredo Polledro, Rizzoli, Milano 2013, p. 18. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per la lettura dell’epistola rimando all’articolo Dostoevskij e l’esperienza di vita della katorga: lettura delle «Memorie di una casa morta». Introduzione.

[3] Per un approfondimento sul capolavoro di Primo Levi rimando all’articolo Primo Levi, Se questo è un uomo.

[4] Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Einaudi, Torino 1989, p. 54.

[5] Valerij Kirpotin, F.M. Dostoevskij, Il cammino creativo (1821-1859), citato in Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, cit., p. XXVII.

[6] Per un approfondimento sul pensiero dello scrittore russo rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij, il pensiero: l’uomo tra Cristo e il sottosuolo.

[7] Per un approfondimento sul celebre personaggio dostoevskiano e il romanzo di cui è protagonista rimando all’articolo L’idiota, il fallimento della bellezza.

[8] Per un approfondimento sull’inquietante e, al tempo stesso, affascinante personaggio dostoevskiano e il romanzo di cui è protagonista rimando agli articoli Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parte, Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Seconda parte.

[9] Remo Cantoni, Crisi dell’uomo. Il pensiero di Dostoevskij, citato in Fëdor Dostoevskij, Memorie di una casa morta, cit., p. XXI.

[10] Fëdor Dostoevskij, Lettere sulla creatività, traduzione e cura di Gianlorenzo Pacini, Feltrinelli, Milano 2011, pp. 163-164.

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