Aleksandr Sergeevič Puškin (1799-1837) può essere considerato il vero e proprio fondatore della letteratura russa moderna. È colui che inaugura quello che potremmo definire il rinascimento letterario russo, un secolo, il XIX, di intensa ed eccezionalmente pregevole creazione. Coevo del grande Romanticismo europeo, di cui assorbì, in modo tutt’altro che passivo, la lezione, soprattutto attraverso la lettura di uno dei suoi maggiori protagonisti, Byron, Puškin resta tuttavia figlio della cultura illuministica (si ricordi in tal senso la sua grande ammirazione per Voltaire [1]). Influenzato dalla cultura popolare russa, da Dante, Ariosto, Shakespeare e Sterne, Puškin scrisse moltissimo, nonostante i pochi anni messi a disposizione dal caso, misurandosi più o meno con tutti i generi letterari dell’epoca: poesie, fiabe e romanzi in versi, narrativa in prosa, drammi e saggi, opere che hanno segnato indelebilmente l’intera letteratura russa ad esse successiva. Perse la vita giovanissimo, appena trentottenne, in duello, colpito a morte dal barone francese George D’Anthès, additato in alcune lettere anonime come l’amante di sua moglie, Natal’ja Nikolaevna Gončarova.

Vasilij Andreevič Tropinin, Ritratto di Puškin, 1827

Concentriamo quest’oggi la nostra attenzione su una delle opere più celebri di Puškin, l’Evgenij Onegin, romanzo in versi scritto tra il 1822 e il 1831 e pubblicato integralmente, per la prima volta, nel 1833. Il protagonista, Evgenij Onegin, è un giovane signore disilluso e annoiato, esistenzialmente già esaurito, concluso, finito. Ritiratosi in campagna, conosce il poeta Lenskij, fidanzato con Olga, la cui sorella, Tat’jana, si innamora di Evgenij, che però la respinge. In occasione di un ballo organizzato per l’onomastico di Tat’jana, Evgenij, per combattere la noia, decide di sedurre Olga. Lenskij reagisce sfidando Evgenij, che uccide il poeta in duello e fugge. Diversi anni dopo, il protagonista ritrova Tat’jana, divenuta nel frattempo gran dama e sposa di un principe. Evgenij si accorge del madornale errore commesso in passato e tenta di rimediare, ma Tat’jana decide di restare fedele al marito, nonostante l’amore che ancora lo lega al protagonista.

Ora, addentrandoci nell’opera, credo possa essere particolarmente interessante leggere i passi dedicati alla rinuncia di Evgenij, che respinge l’amore di Tat’jana fornendone peraltro le lucidissime ragioni.

VII.

Quanto meno amiamo una donna, tanto più le riusciamo attraenti, e tanto più sicuramente la roviniamo tra le nostre reti seduttrici. Una volta la corruzione a sangue freddo ebbe fama di scienza d’amore, celebrando essa se stessa da per tutto e godendo senza amore. Ma questo svago presuntuoso è degno delle vecchie scimmie dei lodati tempi degli avi: la fama dei Lovelace è invecchiata insieme alla fama dei tacchi rossi e delle maestose parrucche.

VIII.

Ma a chi non viene a noia di far l’ipocrita, di ripetere in modo diverso sempre lo stesso, di sforzarsi gravemente di convincersi di una cosa di cui tutti da un pezzo son convinti, di ascoltare sempre le stesse obiezioni, ed annientare i pregiudizi che non ci furono e non ci sono in una fanciulla di tredici anni! Ma chi non si stanca subito delle minacce, delle preghiere, dei giuramenti, della finta paura, dei biglietti di sei pagine, degli inganni, dei pettegolezzi, degli anelli, delle lacrime, della sorveglianza delle zie, delle mamme e dell’amicizia pesante dei mariti!

IX.

Proprio così pensava il mio Evgenij. Egli nella sua prima gioventù era stato vittima di tempestosi traviamenti e di indomate passioni, viziato dall’abitudine della vita, ora affascinato da una cosa, ora disilluso da un’altra, dal desiderio lentamente tormentato, tormentato anche dal volubile successo, ascoltando nel chiasso e nel silenzio il lamento eterno dell’anima, soffocando lo sbadiglio col riso; ecco, come egli aveva ucciso otto anni, sciupando il miglior fiore della vita.

X.

Delle belle egli non si innamorava più e le corteggiava quando capitava; se rifiutavano, si consolava in un momento; se tradivano, era contento di riposare. Egli le cercava senza inebriamento, e le lasciava senza rammarico, a stento ricordando il loro amore e la loro cattiveria. Proprio come un ospite indifferente che viene a giuocare il wist la sera, si siede e non appena finito il giuoco se ne va via di nuovo, tranquillamente, a casa s’addormenta e la mattina egli stesso non sa dove andrà a giuocare la sera.

XI.

Ma, ricevuta la lettera di Tat’jana, Onegin s’era vivamente commosso: il linguaggio dei verginali sogni aveva smosso in lui lo stormo dei pensieri; egli si ricordò della gentile Tat’jana e il pallido colorito, e l’abbattuto aspetto; e in un sogno dolce innocente con tutta l’anima s’immerse. Forse, l’antico ardore dei sentimenti s’impadronì di lui per un momento; ma egli non voleva ingannare la fiducia dell’anima innocente. Trasportiamoci adesso a volo nel giardino dove Tat’jana s’è incontrata con lui.

XII.

Per due minuti essi tacquero, ma Onegin le si avvicinò e disse: «Voi mi avete scritto, non negate. Ho letto le confessioni della vostra anima fidente, gli sfoghi del vostro amore innocente; mi è cara la vostra sincerità; essa ha agitato in me sentimenti da tempo ammutoliti; ma non voglio lodarvi; ricambierò la vostra sincerità con una dichiarazione anch’essa senza artificio; accogliete la mia confessione: io mi sottometto al vostro giudizio.

XIII.

Se io volessi chiudere per sempre nella cerchia casalinga la mia vita; se d’esser padre, marito mi ordinasse il piacevole destino; se dal quadro familiare io potessi essere avvinto un solo istante, certo io nessun’altra che voi cercherei per sposa. Parlerò senza fronzoli da madrigale: se potessi ritrovare il mio ideale d’una volta, certo voi sola io sceglierei come compagna dei miei tristi giorni, pegno di tutto ciò che è bello, io sarei felice… quanto è possibile!

XIV.

Ma io non sono creato per la beatitudine: ad essa è estranea la mia anima; sono vane le vostre perfezioni – io non ne sono degno. Credetemi (la coscienza ne è garante), la vita coniugale sarebbe per noi un tormento. Per quanto io possa amarvi, l’abitudine ucciderebbe in me l’amore; voi comincereste a piangere: le vostre lacrime non commuoverebbero il mio cuore, anzi l’irriterebbero soltanto. Giudicate dunque quali rose ci preparerebbe il matrimonio e, forse, per molto tempo!

XV.

Che cosa ci può essere di peggiore al mondo d’una famiglia, dove la povera moglie si affligge per un marito indegno e giorno e sera è sempre sola; dove un marito noioso, riconoscendo i pregi di lei (maledicendo tuttavia la sorte), è sempre imbronciato, silenzioso, iroso e freddamente geloso? Tale son io. È forse questo che cercavate voi nella vostra anima pura e ardente, quando con tanta semplicità, con tanta intelligenza m’avete scritto? È mai possibile che una tale sorte sia data a voi dal severo destino?

XVI.

Per i sogni e per gli anni non c’è ritorno; non si rinnoverà la mia anima… Io vi amo di un amore fraterno e, forse, ancora più tenero. Ascoltatemi dunque senza collera: non una volta sola una fanciulla mutò con altri sogni i suoi sogni leggeri; così l’alberello le sue foglie muta ad ogni primavera. Così, si vede, è destinato dal cielo. Voi amerete di nuovo, ma… imparate a dominar voi stessa, non tutti vi comprenderebbero come me; l’inesperienza conduce alla sventura».

XVII.

Così predicava Evgenij. Attraverso le lacrime non vedendo nulla, a stento respirando, senza obiezioni, Tat’jana l’ascoltava. Egli le offrì il braccio. Tristemente (come si è soliti dire, macchinalmente) Tat’jana in silenzio s’appoggiò, chinando la testina languida; andarono a casa girando l’orto. Apparvero insieme, e nessuno pensò neppure a far loro rimprovero: la libertà campagnola hai i suoi felici diritti, come la superba Mosca.

XVIII.

Voi converrete, o mio lettore, che molto gentilmente si è condotto con la malinconica Tanja il nostro amico; non per la prima volta egli rivelava la diritta nobiltà dell’anima, sebbene la maldicenza degli uomini in lui non risparmiasse nulla. I suoi nemici, i suoi amici (il che, forse, è lo stesso) lo stimavano fino a un certo punto. Nemici ne ha ognuno al mondo, ma dagli amici ci salvi Dio! Ah, amici, amici, io vi conosco! Non indarno mi son ricordato di loro [2].

Nelle strofe IX e X emerge con evidenza il carattere esistenzialmente esaurito della vicenda biografica di Evgenij. Egli ha sciupato il miglior fiore della sua vita, e l’apatia che lo assedia come un’invisibile, ma invincibile coltre, si riflette soprattutto nel suo rapporto con le donne: «Delle belle egli non si innamorava più e le corteggiava quando capitava; se rifiutavano, si consolava in un momento; se tradivano, era contento di riposare». Eppure l’amore di Tat’jana non lo lascia indifferente, anzi, addirittura lo commuove, ma non a tal punto da riportarlo in vita, da resuscitarlo. Nonostante la giovane sia dotata di qualità eccezionali e arda d’amore per lui, Evgenij rinuncia, realizzando, nelle strofe XIV e XV, un desolante quadro della vita coniugale che i due sarebbero costretti ad affrontare. L’invincibile apatia di Evgenij allunga la sua ombra sinistra persino sul futuro, ed egli preferisce non rischiare piuttosto che doversi pentire. Il protagonista è ormai altrove, in un altrove dominato dall’inerzia e dalla noia, e neppure l’amore di una creatura deliziosa può farlo tornare indietro. E questa distanza cosmica gli conferisce una lucida consapevolezza: nonostante il sentimento di una fanciulla graziosa e virtuosa, sa perfettamente che alla fine sarà vittima dell’insoddisfazione. Meglio dunque, e di gran lunga, non legarsi a nessuno, per non far soffrire nessuno, perché tanto il dolore sarebbe l’esito scontato, matematico oserei dire, di una relazione coniugale.

Sull’Evgenij Onegin ha speso parole bellissime, ineguagliabili Fëdor Dostoevskij, nel suo memorabile Discorso su Puškin. In questo documento dal valore inestimabile, il creatore di monumenti letterari quali Delitto e castigo, L’idiota, I demoni e I fratelli Karamazov, tanto per citare i suoi quattro maggiori romanzi [3], raggiunge di fatto la perfezione. Il suo Discorso rappresenta infatti una sintesi ideale di ammirazione, di critica letteraria e di genio artistico, genio artistico erede del messaggio puškiniano peraltro. In particolar modo, parlando dell’Evgenij Onegin, Dostoevskij spiega perché Tat’jana, oramai sposa di un altro uomo, alla fine del romanzo dica no al protagonista. Sono pagine straordinarie.

Vasilij Grigor’evič Perov, Ritratto di Dostoevskij, 1872

Può l’uomo fondare la propria felicità sulla infelicità altrui? La felicità non è soltanto nei piaceri dell’amore, ma in una superiore armonia dell’animo. Come tranquillizzare l’animo, se dietro di noi sta un’azione impura, spietata, inumana? Ma deve ella [Tat’jana] fuggire soltanto perché qui c’è la sua felicità? Ma quale felicità può essere quella fondata sulla infelicità degli altri? Immaginatevi di erigere voi stessi l’edificio del destino umano con lo scopo ultimo di rendere felici gli uomini e dar loro pace e tranquillità. E immaginatevi ancora che per far questo sia necessario, inevitabile di tormentare fino alla morte una creatura umana soltanto, sia pure un essere di poco valore, o addirittura ridicolo, non uno Shakespeare, no, ma semplicemente un onesto vecchio, marito di una giovane, nel cui amore egli ha fede cieca, sebbene non ne conosca il cuore, che rispetta e di cui è orgoglioso, felice e tranquillo. Ed ecco che soltanto costui dovete disonorare, coprir di vergogna e tormentare fino a morte, e sulle lacrime di questo vecchio disonorato erigere il vostro edificio. Accettereste di essere l’architetto di questo edificio a tale condizione? Ecco la questione. E potete voi ammettere anche per un istante l’idea che coloro per i quali avete eretto questo edificio, accetteranno da voi una simile felicità, se a base di essa sarà posta la sofferenza di un essere sia pure insignificante, ma che è stato fatto morire senza pietà e ingiustamente; e che, accettatala, saranno eternamente felici? Dite, poteva decidere diversamente Tat’jana? No. Una pura anima russa deciderà così: «Sia pure che io sola sia privata della felicità, sia pure che la mia infelicità sia smisuratamente più forte della felicità di questo vecchio, sia pure infine che nessuno mai, compreso questo vecchio, sappia niente del mio sacrificio e nessuno l’apprezzi, ma io non voglio essere felice sulla rovina di un altro!». Qui è la tragedia; essa si compie e non si può varcare il limite, è già tardi e Tat’jana respinge Onegin. Si dirà: ma è infelice anche Onegin; ella ha salvato uno, ma ha rovinato un altro. Questa è un’altra questione, e forse la più importante del poema. La questione perché Tat’jana non abbia seguito Onegin ha da noi, o almeno nella nostra letteratura, una storia molto caratteristica, ed è per questo che mi sono permesso di dilungarmi su di essa. E quel che è più caratteristico è che la situazione morale di questa questione è stata per lungo tempo messa in dubbio. Ecco la mia opinione: anche se Tat’jana fosse rimasta libera, se fosse morto il suo vecchio marito ed ella fosse rimasta vedova, anche in questo caso ella non avrebbe seguito Onegin. Bisogna infine comprendere tutta la sostanza del suo carattere. Ella sa chi è Onegin. L’eterno vagabondo vede la donna, che egli prima ha trascurato, in un nuovo ambiente brillante a lui inaccessibile. Ecco, forse proprio in questo ambiente è tutta la questione. A questa fanciulla che egli ha quasi disprezzata, adesso rende omaggio tutto il mondo, questo mondo, questa tremenda autorità per Onegin, ad onta di tutte le sue aspirazioni universali. Ecco perché egli si slancia abbagliato verso di lei. «Ecco il mio ideale – esclama egli – ecco la mia salvezza, ecco la via d’uscita alla mia tristezza. Ed io non me ne sono accorto, e la felicità era così possibile, così vicina». E come prima Aleko verso Zemfira [Gli zingari], così egli si slancia verso Tat’jana, cercando nella nuova bizzarra fantasia la soluzione di tutti i suoi dubbi. Che forse Tat’jana non vede questo in lui, non l’ha veduto già da molto tempo? Ella sa fermamente che in sostanza egli ama soltanto la sua nuova fantasia e non lei, e non la Tat’jana ancora umile come prima. Ella sa che egli la prende per qualcosa di diverso e non per quello che è realmente, che egli non ama lei e forse non ama nessuno e che non è neppure capace di amare qualcuno, nonostante la sua sofferenza. Ama la fantasia, anzi egli stesso è una fantasia. Se ella lo seguisse, egli sarebbe già deluso l’indomani e parlerebbe con tono canzonatorio del suo stesso entusiasmo. Egli non ha alcuna base; è un filo d’erba in balia del vento. Non così Tat’jana; in lei, anche nella disperazione, anche nella tormentosa coscienza che la sua vita è distrutta, c’è sempre qualche cosa di fermo, di incrollabile, su cui si appoggia la sua anima. Sono i ricordi della sua infanzia, del suo paese nativo, della sua campagna deserta, in cui era cominciata la sua vita pura ed umile, «la croce e l’ombra dei rami sulla tomba della sua povera njanja». Questi ricordi e queste immagini del passato sono per lei ora più preziosi di tutto, queste immagini soltanto le sono rimaste, ma sono esse che salvano il suo animo dalla disperazione definitiva. Ciò non è poco, no, anzi è molto, perché è tutta una base, qualche cosa di fermo e d’incrollabile. C’è qui il contatto con la propria terra e il proprio popolo, con tutto ciò che esso ha di sacro. Ma egli che cosa ha e com’è? Non vorrete mica che ella lo segua per compassione, per consolarlo, per donargli almeno momentaneamente, per l’infinita pietà dell’amore, l’illusione della felicità, sapendo fermamente in precedenza che il giorno dopo egli guarderà con aria canzonatoria quella stessa felicità! No, vi sono anime profonde e ferme che non possono in coscienza dare all’obbrobrio tutto ciò che hanno di più sacro, neanche per una sconfinata pietà. No, Tat’jana non poteva seguire Onegin [4].

Riecheggia in queste pagine l’ultimo, supremo, grandioso messaggio di Dostoevskij, il suo testamento, espresso in modo puramente artistico-letterario in un altro discorso, il discorso presso la pietra di Alëša, che conclude e suggella I fratelli Karamazov: l’importanza dei ricordi infantili [5].

NOTE

[1] Per un approfondimento sul pensatore e scrittore francese rimando agli articoli Voltaire nei cieli: la non-definizione di «Dogmi» nel Dizionario filosofico, L’ariostesca odissea di Candide nel migliore dei mondi possibili.

[2] Aleksandr Puškin, Evgenij Onegin, traduzione di Ettore Lo Gatto, in Id., Tutte le opere poetiche, Mursia, Milano 1959.

[3] Per un approfondimento sui quattro maggiori romanzi dello scrittore russo rimando agli articoli: Delitto e castigo, dalla dialettica alla vitaL’idiota, il fallimento della bellezza;Nikolàj Vsèvolodovič Stavrògin, il funesto demiurgo. Prima parteSeconda parte; Aleksèj Niljč Kirillov, l’Uomo-DioI fratelli Karamazov, il «libro sacro». Prima parteSeconda parte.

[4] Fëdor Dostoevskij, Diario di uno scrittore, traduzione di Ettore Lo Gatto, Bompiani, Milano 2010, pp. 1270-1273.

[5] «Amici, presto ci separeremo. Io resterò ancora un po’ di tempo con i miei due fratelli: uno sarà mandato in Siberia e l’altro è gravemente malato. Ma presto partirò da questa città, forse starò via per molto. Dunque ci separeremo. Scambiamoci una promessa, qui, vicino alla pietra di Il’juša: per prima cosa, di tenerlo per sempre nei nostri cuori; e poi, di ricordarci gli uni degli altri. E qualunque cosa ci dovesse accadere nella vita, anche se per vent’anni non ci incontreremo più, non dimenticheremo tuttavia come abbiamo perduto per sempre il povero ragazzino che una volta era stato preso a sassate, là, vicino al ponticello – ricordate? – ma che poi tutti abbiamo amato. Era un ottimo ragazzo, generoso e pieno di coraggio, aveva il senso dell’onore e si era ribellato alla terribile offesa fatta a suo padre. E così, promettiamo soprattutto di ricordarci di lui per tutta la vita. E, anche se avessimo carichi importantissimi, o diventassimo delle autorità, o se qualche sventura ci piombasse addosso, anche in quei casi, non dovremo mai dimenticare come è stato dolce ai nostri cuori sentirci una volta, qui, tutti insieme, legati da un sentimento così bello e sincero, che forse ha reso anche noi, nell’amore per il povero fanciullo, migliori di quanto non eravamo prima. Colombelle mie – voglio chiamarvi così: colombelle, perché tutti voi, in questo momento, mentre guardo i vostri bei volti, assomigliate molto a quelle graziose creature variopinte – miei piccoli, cari amici, voi forse non capirete bene tutte le mie parole, perché non sempre mi esprimo con chiarezza, ma quando sarete più grandi vi torneranno in mente, e vi troverete d’accordo con quello che ora vi dico. Sappiate dunque che non esiste niente di più nobile, e forte, e importante, e utile per la vostra vita futura, dei buoni ricordi, soprattutto se appartengono ai primi anni della vostra vita, alla casa dei genitori. Quante volte si parla della vostra educazione! Eppure uno di questi buoni e cari ricordi, portato nel cuore fin dall’infanzia, è forse la migliore delle educazioni. Se l’uomo può tenere con sé molti di questi ricordi e serbarli per la vita, è salvo per sempre. Ma se anche un solo buon ricordo ci accompagnasse sempre, anche quello basterebbe un giorno alla nostra salvezza. Forse, anche noi un giorno diventeremo malvagi, non saremo in grado di astenerci dalle azioni crudeli, ci befferemo del dolore degli altri, e di coloro che affermano, come Kòlja poco fa: “Voglio soffrire per tutti gli uomini”, anche di questi forse rideremo malvagiamente. E tuttavia, per quanto la nostra natura potrà diventare cattiva, e mi auguro che Dio ce ne scampi, quando ci ricorderemo come abbiamo salutato per l’ultima volta Il’juša, come l’abbiamo amato negli ultimi giorni, e come ora abbiamo parlato tutti insieme, da amici, vicino alla sua pietra, allora neppure il più spietato e il più cinico di noi, se mai dovessimo diventare tali, avrà il coraggio, nel suo animo, di prendersi gioco dei buoni sentimenti provati in questo momento! Potrebbe anche accadere che proprio questo ricordo possa distoglierlo dal fare del male; egli tornerà sulle sue decisioni, e penserà: “Sì, allora ero buono, coraggioso e integro”. Ne rida pure tra sé, non importa, spesso l’uomo deride ciò che è buono e bello: questo accade solo per superficialità; ma vi assicuro, amici miei, che appena ne avrà riso, subito si dirà dentro di sé: “No, ho fatto male, perché di questo non si può ridere!”» (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, pp. 745-746).

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