Tra gli innumerevoli e caratteristici personaggi che costellano la Recherche di Marcel Proust (1871-1922), occupa un posto di assoluto rilievo lo scrittore Bergotte. Ispirato ad autori come Anatole France (1844-1924) e Paul Bourget (1852-1935), Bergotte è una figura fondamentale, soprattutto perché, attraverso i suoi libri di successo, inizia il narratore e protagonista dell’opera, Marcel, alla letteratura.

Il passo dedicato alla morte di Bergotte, contenuto nel quinto volume della Recherche, intitolato La prigioniera (1923), al pari dell’episodio della madeleine, è tra i più celebri dell’intera, monumentale opera.

Il personaggio, nonostante la malattia, si reca ad una mostra sulla pittura olandese per poter ammirare, ancora una volta, l’amata Veduta di Delft (1660-1661) di Jan Vermeer (1632-1675), spinto dalla voglia di osservare da vicino «una piccola ala di muro giallo», menzionata da un critico in un articolo, ma che egli, fino a quel momento, non ha mai notato.

Jan Vermeer, Veduta di Delft, 1660-1661 circa.

Dinanzi al capolavoro del pittore olandese, nonostante i mancamenti, Bergotte si accorge del pregevole dettaglio, la cui vista gli ispira una amara riflessione sulla propria produzione letteraria:

«È così che avrei dovuto scrivere, diceva. I miei ultimi libri sono troppo scarni, sarebbe stato necessario passare parecchi strati di colore, rendere la frase in se stessa preziosa, come questa piccola ala di muro giallo».

Si tratta di una autentica dichiarazione di poetica, e nelle parole del personaggio riecheggia nitida l’idea di scrittura di Proust. Ogni singola frase della Recherche è preziosa in se stessa come una piccola e minuziosa miniatura. Ed è questa la caratteristica principale del suo stile, elegante e raffinato, perfettamente conforme al mondo patrizio al quale si riferisce.

Stremato, privo di forze, Bergotte si schianta pesantemente su di un divano vicino, poi ruzzola a terra, privo di vita. Egli ha esalato il suo ultimo respiro al cospetto di una delle tele più amate. Una circostanza particolarmente significativa, che rivela molto, se non tutto della sua personalità e, più in generale, della sua esistenza, consacrata alla letteratura e dunque all’arte, due universi inscindibili.

«Seppi che quel giorno era avvenuta una morte che mi procurò molto dolore, quella di Bergotte. È noto che la sua malattia durava da molto tempo. Non, evidentemente, quella di cui aveva sofferto inizialmente e che era naturale. La natura sembra capace di dare soltanto malattie piuttosto brevi. Ma la medicina si è arrogata l’arte di prolungarle. I rimedi, la remissione che essi procurano, il malessere che la loro interruzione fa rinascere, compongono un simulacro di malattia che l’abitudine del paziente finisce col rendere stabile, con lo stilizzare, allo stesso modo che i bambini tossiscono regolarmente in maniera convulsa molto tempo dopo esser guariti dalla pertosse. Poi i rimedi agiscono di meno, se ne aumenta la dose, essi non fanno più alcun bene, ma hanno cominciato a fare del male grazie a quell’indisposizione durevole. La natura non avrebbe concesso loro una così lunga durata. È molto stupefacente che la medicina, quasi eguagliando la natura, possa forzare a restare a letto, a continuare, pena la morte, l’uso di un farmaco. Da quel momento, la malattia innestata artificialmente ha messo radice, è divenuta una malattia secondaria ma vera, con la sola differenza che le malattie naturali guariscono, ma mai quelle create dalla medicina, perché essa ignora il segreto della guarigione.
Da anni Bergotte non usciva più di casa. D’altronde, non aveva mai amato la mondanità, o l’aveva amata un giorno solo, per disprezzarla poi come tutto il resto e nella maniera che gli era propria, cioè non disprezzando perché non si può ottenere, ma non appena si è ottenuto. Viveva così modestamente che nessuno sospettava quanto fosse ricco, e se anche si fosse saputo, ci si sarebbe ancora ingannati, perché allora lo avrebbero creduto avaro mentre nessuno fu mai così generoso. Lo era soprattutto con certe donne, certe ragazzine per meglio dire, e che si vergognavano di ricevere tanto per così poco. Egli si scusava con se stesso perché sapeva che non avrebbe potuto produrre mai tanto bene se non in un’atmosfera amorosa. L’amore, è dir troppo, il piacere un po’ radicato nella carne, giova al lavoro letterario perché elimina gli altri piaceri, per esempio i piaceri mondani, quelli che sono gli stessi per tutti. E anche se quest’amore porta con sé delle delusioni, almeno agita anche in questo modo la superficie dell’anima, che altrimenti rischierebbe di diventare stagnante. Il desiderio non è dunque inutile per lo scrittore, innanzitutto per allontanarlo dagli altri uomini e dal pericolo di conformarsi a loro, poi per rimettere un po’ in movimento una macchina spirituale che, passata una certa età, ha tendenza ad immobilizzarsi. Non si arriva ad essere felici ma si fanno delle osservazioni sulle ragioni che impediscono di esserlo e che ci sarebbero restate invisibili senza quei bruschi spiragli della delusione. I sogni, beninteso, non sono realizzabili, lo sappiamo; non ne faremmo forse senza il desiderio, e invece è utile farne per vederli fallire e perché il loro fallimento ci serva d’insegnamento. Così Bergotte si diceva: “Spendo più dei multimilionari per delle ragazzine, ma i piaceri o le delusioni che mi danno mi fanno scrivere un libro che mi frutta denaro”. Economicamente questo ragionamento era assurdo, ma evidentemente trovava un certo gusto nel trasmutare così l’oro in carezza e le carezze in oro. E poi abbiamo visto, in occasione della morte di mia nonna, che la sua vecchiaia stanca amava il riposo. Ora nella vita mondana non c’è che la conversazione. Essa è stupida, ma ha il potere di sopprimere le donne, che si riducono ad essere solo domande e risposte. Fuori della società le donne ridiventano quel che è così riposante per il vecchio affaticato, un oggetto di contemplazione.
Ad ogni modo, adesso, non si trattava più di nulla di tutto questo. Ho detto che Bergotte non usciva più da casa, e quando si alzava per un’ora nella sua camera, era tutto avvolto in scialli, plaid, in tutto ciò con cui ci si copre al momento di affrontare un gran freddo e un viaggio in ferrovia. Se ne scusava con i rari amici che lasciava penetrare sino a sé, e mostrando i suoi tàrtan, le sue coperte, diceva allegramente: “Che volete, mio caro, Anassàgora l’ha detto, la vita è un viaggio”. Egli si andava così raffreddando progressivamente, piccolo pianeta che offriva un’immagine anticipata degli ultimi giorni di quello grande, quando, a poco a poco, il calore si ritirerà dalla Terra, e poi la vita. Allora la resurrezione avrà avuto termine, perché, per quanto oltre nelle generazioni future possono brillare le opere degli uomini, bisogna comunque che ci siano degli uomini. Se certe specie animali resistono più a lungo al freddo invasore, quando non ci saranno più uomini, e supponendo che la gloria di Bergotte sia durata sino a quel giorno, bruscamente si spegnerà per sempre. Non saranno certo gli ultimi animali a leggerlo, perché è poco probabile che, come gli apostoli il giorno della Pentecoste, possano comprendere il linguaggio dei diversi popoli umani senza averlo imparato.
Nei mesi che precedettero la sua morte, Bergotte soffriva d’insonnia, e, peggio ancora, non appena si addormentava, di incubi che, se si svegliava, facevan sì che egli evitasse di riaddormentarsi. Per lungo tempo aveva amato i sogni, anche i brutti sogni, perché grazie ad essi, grazie al contrasto che presentano con la realtà che si ha davanti a sé nello stato di veglia, essi ci danno, al più tardi sin dal risveglio, la sensazione profonda che abbiamo dormito. Ma gli incubi di Bergotte non erano di questo genere. Quando parlava di incubi, in passato, intendeva cose spiacevoli che succedevano nel suo cervello. Ora, è come se fossero venuti fuori da lui che egli percepiva una mano armata di uno strofinaccio bagnato che, passata sul suo viso da una megera, si sforzava di svegliarlo, o intollerabili pizzicori sulle anche, o la collera – perché Bergotte aveva mormorato dormendo che guidava male – di un vetturino infuriato che si gettava sullo scrittore e gli mordeva le dita, gliele segava. Infine, non appena nel suo sonno l’oscurità era sufficiente, la natura inscenava una specie di prova generale dell’attacco di apoplessia che l’avrebbe portato via: Bergotte entrava in carrozza sotto l’atrio del nuovo palazzo degli Swann, voleva scendere. Una vertigine fulminante lo inchiodava al sedile, il portiere cercava di aiutarlo a scendere, egli restava seduto, non riuscendo ad alzarsi, a sollevare le gambe. Cercava di aggrapparsi al pilastro di pietra che aveva davanti, ma non vi trovava un appoggio sufficiente per mettersi in piedi. Consultò i medici che, lusingati d’esser chiamati da lui, videro nelle sue virtù di grande lavoratore (da vent’anni non faceva nulla), nel suo affaticamento, la causa dei suoi malesseri. Gli consigliarono di non leggere storie terrificanti (non leggeva niente), di approfittare di più del sole “indispensabile alla vita” (aveva dovuto alcuni anni di relativo miglioramento solo alla sua reclusione), di alimentarsi di più (cosa che lo fece dimagrire e alimentò soprattutto i suoi incubi). Uno dei suoi medici dotato di spirito di contraddizione e di dispetto, non appena Bergotte, vedendolo in assenza degli altri e per non urtarlo, gli sottoponeva come idee proprie i consigli degli altri medici, il medico polemico, credendo che Bergotte cercasse di farsi ordinare qualcosa che gli piaceva, subito gliela proibiva, e sovente con ragioni inventate lì per lì per i bisogni della causa, sicché davanti all’evidenza delle obiezioni materiali che adduceva Bergotte, il dottore polemico era obbligato nella stessa frase a contraddire se stesso, ma, per ragioni nuove, riconfermava lo stesso divieto. Bergotte tornava da uno dei primi medici, uomo che si piccava d’essere di spirito, soprattutto davanti a un maestro della penna e che, se Bergotte insinuava: “Mi sembra però che il dottor X mi avesse detto – in passato, beninteso – che ciò poteva congestionarmi il rene e il cervello…”, sorrideva maliziosamente, alzava il dito e sentenziava: “Ho detto usare, non ho detto abusare. Beninteso, ogni rimedio, se si esagera, diventa un’arma a doppio taglio”. C’è nel nostro corpo un certo istinto di quel che ci è salutare, come nel cuore di quel che è il dovere morale, e di cui nessuna autorizzazione del dottore in medicina o in teologia può fare le veci. Sappiamo che i bagni freddi ci fanno male, ma li amiamo, troveremo sempre un medico per consigliarceli, ma non per impedire che ci facciano male. Da ciascuno di questi medici Bergotte prese quello che, per saggezza, si era proibito da anni. Dopo poche settimane, i disturbi di un tempo erano riapparsi, i recenti s’erano aggravati. Sconvolto da una sofferenza di tutti i minuti, alla quale si aggiungeva l’insonnia interrotta da brevi incubi, Bergotte non fece più venire i medici e provò con successo, ma con eccesso, differenti narcotici, leggendo con fiducia il prospetto che accompagnava ciascuno di essi, prospetto che proclamava la necessità del sonno ma insinuava che tutti i prodotti che lo procurano (salvo quello contenuto nel flacone che esso avvolgeva e che non procurava mai intossicazione) erano tossici e per questo rendevano il rimedio peggiore del male. Bergotte li provò tutti. Certi sono d’una famiglia diversa da quella cui siamo abituati, derivati, per esempio, dall’amile e dall’etile. Si ingerisce il prodotto nuovo, di una composizione tutta diversa, solo con la deliziosa attesa dell’ignoto. Il cuore batte come a un primo appuntamento. Verso che forme ignote di sonno, di sogni, ci porterà il nuovo venuto? Ora è dentro di noi, ha preso la guida del nostro pensiero. In che modo ci addormenteremo? E una volta che saremo addormentati, per quali strani vie, su quali cime, in che abissi inesplorati il padrone onnipotente ci condurrà? Quale nuovo raggruppamento di sensazioni conosceremo in questo viaggio? Ci porterà al malessere? Alla beatitudine? Alla morte? Quella di Bergotte sopravvenne alla vigilia di quel giorno, e in cui s’era così affidato a uno di quegli amici (amico? nemico?) troppo potente.
Morì nelle circostanze seguenti: a causa di una crisi di uremia abbastanza leggera, gli avevano prescritto il riposo. Ma poiché un critico aveva scritto che nella Veduta di Delft di Vermeer (prestata dal museo dell’Aja per una mostra di pittura olandese), quadro che egli adorava e pensava di conoscere a fondo, una piccola ala di muro giallo (che non si ricordava) era dipinta così bene da sembrare, se la si guardava isolatamente, una preziosa opera d’arte cinese, di una bellezza che sarebbe bastata a se stessa, Bergotte mangiò un po’ di patate, uscì ed entrò alla mostra. Sin dai primi gradini che ebbe da salire, fu preso da mancamenti. Passò davanti a molti quadri ed ebbe l’impressione dell’aridità e dell’inutilità di un’arte così artificiosa, e che non valeva le correnti d’aria e di sole di un palazzo di Venezia, o di una semplice casa in riva al mare. Infine si trovò davanti al Vermeer che si ricordava più splendente, più diverso da tutto quel che conosceva, ma dove, grazie all’articolo del critico, notò per la prima volta dei piccoli personaggi in blu, che la sabbia era rosa, e infine la preziosa materia della piccolissima ala di muro giallo. I suoi mancamenti aumentavano; egli fissava lo sguardo, come un bambino su una farfalla gialla che vuole catturare, sulla preziosa piccola ala di muro. “È così che avrei dovuto scrivere, diceva. I miei ultimi libri sono troppo scarni, sarebbe stato necessario passare parecchi strati di colore, rendere la frase in se stessa preziosa, come questa piccola ala di muro giallo”. Tuttavia la gravità dei suoi capogiri non gli sfuggiva. In una bilancia celeste gli appariva, su uno dei piatti, la sua stessa vita, mentre l’altro conteneva la piccola ara di muro dipinta così bene di giallo. Sentiva di aver dato incautamente la prima per la seconda. “Non vorrei però, si disse, essere per i giornali della sera il fatto di cronaca di questa mostra”. Si ripeteva: “Piccola ala di muro giallo con una tettoia, piccola ala di muro giallo”. Intanto si abbatté su un divano tondo; così bruscamente smise di pensare che la sua vita era in pericolo e, ritornando all’ottimismo, si disse: “È una semplice indigestione dovuta a quelle patate non abbastanza cotte, non è nulla”. Un nuovo colpo l’abbatté, rotolò dal divano per terra, accorsero tutti i visitatori e i guardiani. Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo? Certo, né le esperienze spiritiche né i dogmi religiosi provano che l’anima sopravviva. Quel che si può dire, è che tutto avviene nella nostra vita come se vi entrassimo con il fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non c’è nessuna ragione nelle condizioni della nostra vita su questa terra perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a essere delicati, o anche cortesi, né perché l’artista ateo si creda in dovere di rifare venti volte un pezzo che susciterà un’ammirazione che importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi, come l’ala di muro giallo che dipinse con tanta abilità e raffinatezza un artista per sempre sconosciuto, appena identificato sotto il nome di Vermeer. Tutti questi obblighi che non hanno sanzione nella vita presente sembra che appartengano a un altro mondo, fondato sulla bontà, sullo scrupolo, sul sacrificio, un mondo completamente diverso da questo, e da cui usciamo per nascere a questa terra, prima forse di ritornarvi, a rivivere sotto l’imperio di quelle leggi ignote a cui abbiamo obbedito perché ne portavamo l’insegnamento in noi, senza sapere chi ve le avesse tracciate, quelle leggi cui ci avvicina ogni lavoro profondo nell’intelligenza e che sono invisibili soltanto – seppure! – per gli sciocchi. Perciò l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non è inverosimile.
Lo seppellirono, ma tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre a tre, vegliavano come angeli dalle ali spiegate e sembravano per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione».

Il passo è tratto da Marcel Proust, La prigioniera, in Id., Alla ricerca del tempo perduto, edizione integrale a cura di Paolo Pinto e Giuseppe Grasso condotta sul testo critico stabilito da Jean-Yves Tadié, Newton Compton editori, Roma 2010, pp. 1758-1762.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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