Oggi viviamo letteralmente un’overdose continua di immagini da tutte le parti del mondo, ricche di stranezze di ogni genere: selfie dalla base Vostok, frame di spiagge tailandesi e vedute dal deserto di Atacama, spacciate quotidianamente dal nostro smartphone a portata di pollice. Siamo le persone più inadatte a comprendere l’importanza di un paesaggio, noi che silenziosamente ci introflettiamo verso le nostre camere, noi che moderatamente ci abituiamo all’antropizzazione degli scenari che ci circondano.

Venezia invece è la città che nel mondo meno si piega al moderno, non si vizia delle mode temporali e rimane perennemente immobile sulla laguna, regalandoci sguardi di sé nitidi come delle cartoline dal passato, vere e proprie “immagini per gli uomini del futuro”.

“Cento profonde solitudini formano insieme la città di Venezia – questo è il suo incanto. Un’immagine per gli uomini del futuro.”
Friedrich Nietzsche, Frammenti postumi, 1869/89

Forse neanche questo preambolo basterà a farci comprendere quanto potesse riempire gli occhi un quadro di Ippolito Caffi, anche di dimensioni ridotte, nel proprio salotto del XIX Secolo. Quando l’immagine, la veduta, era bene raro, e Venezia, sebbene ricca di fetidi odori, era una meta che si poteva raggiungere solo poche volte nella vita.

Bene, oggi cercheremo di portarvi insieme al romantico pittore bellunese tra le calli veneziane, cercando di recuperare il valore di un’immagine che è fatta già per essere ricordo.

Il pittore veneto visse per lungo tempo nella città che fu di Tiziano e del Tintoretto, di Canaletto e di Canova, e forse vi sarebbe rimasto anche più a lungo se su di lui non fosse gravata l’accusa di “crimine di violenza pubblica” a causa del ruolo attivo che ebbe durante i moti rivoluzionari contro l’Austria – fu insignito del ruolo di Capitano della Guardia Civica durante le battaglie che infiammarono Venezia nel 1849. Solo successivamente al 1858 riuscì a fare ritorno nella città di San Marco, sebbene non visse abbastanza da vederla annessa definitivamente al Regno d’Italia, poiché morì pochi mesi prima quando si imbarcò per prendere parte alla battaglia di Lissa, che lo portò a spegnersi nell’Adriatico.
Dal punto di vista pittorico Caffi non perde quella passione da militante, non sono infatti paesaggi placidi alla Poussin quelli che ci descrive il pittore bellunese, ma neanche minuziose descrizioni alla Canaletto, bensì racconti popolari, tradizioni, carichi di luci e colori. Personalmente credo che Caffi dia letteralmente il meglio nel dipingere quelle fiammelle danzanti nella notte, i drappi bagnati dalla luce e accarezzati dal vento di un’euforia festante.
Ed è questa in fondo la Venezia che racconta Caffi passeggiando per la laguna: la notte, come nei suoi quadri romani, prende vita, si accende. Piazza San Marco, il Canal Grande e altri luoghi rappresentati di notte perdono la loro mistica serietà e vengono restituite al popolo che le fa brillare a loro piacimento, rendendoli quinte di feste incredibili.

Ma non solo. La luce è il fondamentale interesse del romantico, e così cerca di esprimere le atmosfere più incredibili, come nel caso del quadro “Venezia. Neve e nebbia in Canal Grande” del 1842 quando rappresenta una situazione straordinaria per Venezia, una città imbiancata in un visione più che suggestiva.

Ma non solo, Caffi era un uomo estremamente curioso, tanto da decidere di imprimere in quadro una memoria dell’eclissi dell’8 luglio 1842, cercando di rappresentare al meglio i dinamici cambiamenti della luce del sole strozzata in questo incredibile fenomeno astronomico.
A tal proposito scrisse ancora con vivo sgomento ad un amico, Antonio Tessari, il giorno stesso dell’accaduto queste parole:

“E voi, voi avete il coraggio di dimandarmi quale impressione mi ha prodotto sull’animo l’Eclissi? Io sentii così fortemente, per effetto di quella cosa, che stetti tre quattro giorni senza potermi tranquillizzare, senza potermi occupare nell’arte. L’assunto dell’eclissi per dipingere un quadro mi parve oltremodo difficile e sublime, perciò stetti vari giorni incerto nell’impresa: ma poscia incoraggiato da tutta Venezia…ho cominciato un quadro, largo cinque piedi, alto tre, che credo di poter terminare per la prossima esposizione”
Lettera di Ippolito Caffi ad Antonio Tessari, 8 luglio 1842

Quello tra Caffi e Venezia è stato un rapporto d’amore intenso, passionale, ma anche ricco di sofferenze e delusioni. Quanto alla sua produzione, seppur ricca di scorci incredibili raccolti in giro per l’Europa ed il mediterraneo, nel capoluogo veneto ha toccato probabilmente le sue vette più alte, ispirato da quella città che trattiene il fiato e galleggia precariamente sulla sua storia.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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