Lei deve vivere e imparare a ridere. Deve imparare ad ascoltare questa maledetta musica della radio della vita, deve rispettare lo spirito che vi si cela e ridere di questo strimpellio.

Hermann Hesse, «Il lupo della steppa»

Per un lupo della steppa come il sottoscritto, la prima parte dell’omonimo romanzo di Hermann Hesse – la prima parte ovvero fino al miracoloso incontro del protagonista con la sensuale e vitale Erminia – è un pugno nello stomaco, o meglio, perdonate il francesismo, un calcio nei coglioni, tanto per essere più espliciti e diretti, per far capire anche a chi lupo della steppa non è – fortuna per lui – la forza impattante e dolorosa. Perché un conto è intuirsi, presagirsi, sospettarsi, un conto è scoprirsi, conoscersi, sapersi e, di fatto, non potersi più illudere. E ciò che accade al disgraziato lettore che nella storia del lupo della steppa legge la propria storia, questo violento e doloroso svelamento del proprio stato misero e desolante, un netto colpo di rasoio che recide le palpebre, accade anche al protagonista del romanzo, attraverso la lettura della sconvolgente Dissertazione, magico opuscolo nel quale Harry Haller trova descritto se stesso e la propria vicenda esistenziale.

Hermann Hesse nel 1927, anno di pubblicazione del romanzo

Harry Haller è uno scrittore alla soglia dei cinquant’anni, convinto pacifista e come tale inviso alla marea nazionalista che inonda la Germania, e l’Europa tutta, nella prima metà del Novecento (in questo senso, Hesse, anch’egli strenuo antimilitarista, definisce il romanzo un «grido angosciato d’avvertimento nei confronti della guerra di domani» [1]), completamente estraneo al proprio tempo e alla sua Grande Stupidità, ricorrendo alla formula coniata da Thomas Mann nella Montagna incantata [2] per definire l’epoca immediatamente precedente allo scoppio del primo conflitto mondiale, solo, ferocemente solo dopo il naufragio del matrimonio: «socievole non era di certo; era anzi così poco socievole come non avevo mai visto altre persone, era realmente, come diceva talvolta, un lupo della steppa, un essere estraneo, selvatico e anche ombroso, anzi molto ombroso, quasi fosse di un mondo diverso dal mio» [3], scrive il curatore nella Prefazione anteposta alle Memorie di Harry Haller. Grande lettore, tra gli altri, di Dostoevskij e Nietzsche, amante della musica classica, Harry Haller è un «genio della sofferenza», pessimista non solo a causa del disprezzo del mondo, ma anche, e forse soprattutto, a causa del disprezzo di se stesso, scomodo retaggio di un’educazione religiosa rigida, severa, che riflette quella dello stesso autore (sono numerose le componenti autobiografiche presenti nel testo, a partire innanzitutto dalle iniziali del nome, il primo riferimento identitario, H. H.). Caratteristico della sua complessa, inattuale e selvatica personalità, è inoltre un certo rimpianto per quel mondo borghese al quale si è rifiutato di appartenere, per la sua ordinarietà, per la sua mediocrità, un rimpianto di krögeriana memoria, facendo riferimento al prezioso racconto di Mann Tonio Kröger [4]. A tutto ciò si aggiunga la malattia, perché anche Harry Haller, come Hans Castorp ed Adrian Leverkühn – protagonisti, rispettivamente, della già citata Montagna incantata e del Doctor Faustus [5], dunque ancora Mann -, ma soprattutto come l’uomo-topo protagonista delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij [6], uno dei libri del XIX secolo più influenti nella letteratura del secolo successivo ed evidentemente tra i principali modelli del romanzo di Hesse, è un uomo malato, di cui viene narrato il complesso, tortuoso, allucinante processo di guarigione, sotto forma di viaggio, «un viaggio attraverso l’inferno, un viaggio ora angoscioso ora coraggioso attraverso il caos d’un mondo psichico ottenebrato, un viaggio intrapreso con la volontà di attraversare l’inferno, di tener testa al caos, di soffrire il male sino in fondo». Un aspetto, quello della guarigione del protagonista, di assoluta importanza, al quale Hesse tiene tantissimo nella sua giovanile vocazione di scrittore responsabile, portatore di luce (talvolta il suo limite): «Io non posso e non voglio, beninteso, prescrivere ai lettori come abbiano da intendere il mio racconto. Ne faccia ognuno ciò che risponde e serve al suo spirito! Mi piacerebbe però se molti di loro notassero che la storia del lupo della steppa rappresenta, sì, una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione» [7].

Ora, per guarire dal male che lo affligge, un uomo deve preliminarmente prendere coscienza della propria malattia. Coscienza che Harry Haller acquisisce leggendo la Dissertazione, il magico opuscolo nel quale trova rappresentato se stesso, per intero, dalla testa ai piedi, dentro e fuori, e narrata la propria storia. È il primo passo verso la guarigione. Il lupo della steppa, individuo serale, non conosce la parola compromesso, per lui non c’è niente di più prezioso e importante della libertà, che si cura di mantenere intatta anche a costo di fare la fame e di isolarsi dall’umano consorzio, perché la libertà, se spinta all’estremo limite – e il lupo della steppa non è certo uomo tiepido, grigio, ma caldo o freddo, bianco o nero -, diventa morte e condanna. Solo, ferocemente solo, egli appartiene alla famigerata categoria dei suicidi – una delle più felici intuizioni del romanzo -, alla quale si può appartenere anche senza togliersi la vita, trattandosi di una condizione esistenziale, di uno stile di vita e di pensiero. I suicidi «non considerano scopo della vita il perfezionamento e lo sviluppo di se stesse; bensì il dissolvimento»; per loro, come teorizzato da Philipp Mainländer, filosofo del suicidio [8], la redenzione sta nella morte, e la possibilità di potersi privare della vita è insieme «un conforto e un appoggio» – viene in mente Cioran, quando scrive: «Vivo solo perché è in mio potere morire quando meglio mi sembrerà: senza l’idea del suicidio, mi sarei ucciso subito» [9] -. Da questi semplici dati è possibile comprendere come il lupo della steppa si trovi al di fuori della società borghese, ma con quel saldo e amaro sentimento di rimpianto per l’ordinarietà, per la mediocrità evidenziato in precedenza. Eppure sono proprio gli uomini come lui, i cosiddetti outsiders, a garantire la sopravvivenza della borghesia.

Dopo aver descritto Harry Haller, la sua condizione miserevole e il suo pensiero nichilistico, il magico autore della Dissertazione vi si scaglia contro, con tagliente e maligna aggressività: suddividere la propria anima in due parti, solamente in due parti, la parte umana e la parte lupina, non è che una banale e sciocca semplificazione, perché sono innumerevoli, infinite di fatto, le personalità che albergano, convivono in un individuo, e ciò che conduce all’immortalità, la meta tanto agognata dal protagonista, è proprio «il saper morire, il saper spogliarsi e abbandonare l’io alle metamorfosi». Il magico autore della Dissertazione esorta Harry a farsi davvero uomo, «invece di scusarsi ad ogni difficoltà con quel suo stupido lupo». La lettura dell’opuscolo conduce il protagonista al culmine della disperazione. Dopo aver fatto davvero i conti con se stesso, forse per la prima volta nella sua vita, decide di togliersi la vita, di afferrare il rasoio e recidersi i polsi, ma la paura gli impedisce di tornare a casa e mettere in pratica i propositi suicidi. Vagabonda per la città senza una meta, tormentato da angosce e timori, entrando infine all’Aquila Nera, il locale dove incontra Erminia, una giovane donna misteriosamente ben disposta nei suoi confronti. Tutto cambia, da così a così. Erminia rappresenta finalmente uno «spiraglio luminoso nella cupa caverna» del terrore di Harry Haller, «la redenzione, la via all’aperto». Insomma, la giovane riporta il protagonista alla vita, gli insegna ad apprezzare le gioie modeste dell’esistenza, come il ballo e la musica jazz, da sempre detestata dall’elitario e pedante lupo della steppa, gli procura persino una splendida amante, Maria. Harry Haller scopre il sesso, le droghe fornite dal bel Pablo, sassofonista caro amico di Erminia, partecipa a feste e balli, dimentico di se stesso e del suo lupo della steppa. Il protagonista guarisce, e dopo aver vissuto inoltre un’allucinante, psichedelica, caotica esperienza di magia all’interno del magico teatro di Pablo, dove compie di tutto (partecipa alla guerra tra l’uomo e la macchina, moltiplica infinite volte se stesso, rivive tutti gli amori della sua vita, ma questa volta fino in fondo), fino a commettere un omicidio, uccidendo Erminia, dopo essersi innamorato di lei. Mozart, l’immortale amato più di ogni altro, accusa Harry Haller di aver fatto «della sua vita la storia di un’orrida malattia, della sua intelligenza una disgrazia», e il colpevole viene condannato, da un kafkiano tribunale immaginario, a «vivere e imparare a ridere […] ad ascoltare questa maledetta musica della radio della vita», rispettandone lo spirito che vi si cela e ridere di esso. Il protagonista è pronto a farlo, perché guarito.

Nel Lupo della steppa, come gli accade spesso, Hermann Hesse eccede in ottimismo – sorta di effetto collaterale del suo spirito irriducibilmente giovanile, la cui ultima manifestazione letteraria è la rinuncia del Magister Ludi Josef Knecht nel Giuoco delle perle di vetro, il suo ultimo e più faticoso romanzo [10] -, come dimostrano con drammatica evidenza gli sviluppi storici terribili che concludono la prima metà del Novecento, immortalati con grandezza ineguagliabile da Thomas Mann nel Doctor Faustus, soprattutto per quel che riguarda i diabolici misfatti della Germania nazista. Difficilmente – lo dico, ahimè, per esperienza personale – un lupo della steppa può guarire, forse mai. Difficilmente egli riesce a strapparsi da se stesso, a evadere da se stesso e, grazie all’aiuto di una fantomatica Erminia, liberarsi della solitaria, selvaggia e violenta bestia che è in lui, che è parte della sua natura e la sovrasta. Fino all’ultimo dei suoi miseri e inutili giorni il lupo della steppa resta un suicida, e se, nonostante ciò, riesce nell’impresa di sopravvivere, di trascinare la propria esistenza, come un sacco della spazzatura, fino alla fine, fino alla discarica del Nulla dalla quale siamo fuoriusciti e nella quale torneremo al termine di quest’insensata parentesi chiamata vita, restando così suicida in teoria ma non in pratica, è solo grazie allo sviluppo di una superiore, quasi divina, perché disumana, indifferenza che annulli la distanza tra vivere e morire, essere e non essere, una sorta di ultra-nichilismo di egesiana memoria che rende immuni alle crudeltà e alle violenze della vita.

NOTE

[1] Maria Pia Crisanaz Palin, Nota introduttiva a Hermann Hesse, Il lupo della steppa, in Id., Romanzi, Mondadori, Milano 1977, p. 4.

[2] Per un approfondimento su quello che considero l’opus magnum di Mann rimando all’articolo L’evoluzione di Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann.

[3] Le citazioni sono tratte da Hermann Hesse, Il lupo della steppa, in Id., Romanzi, cit.

[4] Per un approfondimento sul racconto rimando all’articolo Thomas Mann, «Tonio Kröger»: la maledizione della letteratura.

[5] Per un approfondimento sul romanzo rimando all’articolo L’«arco vertiginoso» di Adrian Leverkühn nel Doctor Faustus di Thomas Mann.

[6] Per un approfondimento sul romanzo dello scrittore russo rimando agli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parteDostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

[7] Hermann Hesse, Nota dell’autore, in Id., Il lupo della steppa, cit., p. 202.

[8] Per un approfondimento sul filosofo rimando all’articolo Philipp Mainländer, il suicidio come redenzione dall’esistenza.

[9] Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, Milano 1993.

[10] Per un approfondimento sull’ultimo romanzo dello scrittore tedesco rimando all’articolo La rinuncia di Josef Knecht, l’ultimo afflato di giovinezza di Hermann Hesse.

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