Una persona sana e ammodo non scrive, né recita, né compone… […] spesso mi sento mortalmente stanco di rappresentare l’umano senza prendervi parte… C’è da chiedersi se l’artista, in fondo, sia un uomo.

Thomas Mann, «Tonio Kröger»

Johann Lindner, Ritratto di Thomas Mann, 1904

I. Nel Saggio autobiografico, pubblicato nel 1930, l’anno successivo al premio Nobel, Thomas Mann definisce il racconto Tonio Kröger (1903) la storia «forse più vicina al mio cuore» [1]. Ora, in letteratura, come in ogni altra forma d’arte, per quanto sia illustre il cuore, il legame affettivo che lega uno scrittore alla propria opera non è, non può essere, garanzia di grandezza, sarebbe troppo semplice. Ma, nel nostro caso specifico, questa particolare affezione sentimentale, frutto evidentemente di una spiccata componente autobiografica, sottolineata del resto dallo stesso autore, contribuisce a rendere il racconto Tonio Kröger uno dei migliori lavori di Mann, un piccolo, ma preziosissimo capolavoro nella sua spontaneità e nella sua limpidezza tutte umane, nella sua funzione intima di ricerca del significato ultimo, più profondo dell’essere scrittore, e, più in generale, artista, dell’esercitare il mestiere dell’arte, insomma. Attraverso il protagonista Mann, che «indaga sulla sua personalità non per rifiutarla ma per accettarla» [2], sottolinea come non ci sia nulla di pacifico, nulla di conciliante nella scrittura, nel fare letteratura, come essa scaturisca da una dolorosa impossibilità di omologazione, di conformazione nell’umano consorzio, da una irriducibile situazione di alterità, scomoda eredità romantica, che getta colui che ne è vittima in uno stato di perenne contrasto con se stesso ed il mondo intero, contrasto superabile attraverso la forma artistica, musicalmente armonica, e, in apparenza, mitigato dal successo di pubblico, in realtà inestinguibile, vero e proprio morbo incurabile se non attraverso il ricorso all’ultimo e supremo rimedio della morte. Il messaggio trasmesso dal racconto Tonio Kröger ha validità universale, e lo scrittore che in esso non si riconosce allora non è un vero scrittore, ma un semplice scribacchino di cui si perderanno presto le tracce e il cui ricordo non tarderà a dissolversi nel nulla dopo la morte. Tertium non datur.

II. Conosciamo Tonio Kröger quattordicenne. All’inizio del racconto lo vediamo uscire da scuola e accompagnare l’amato amico Hans Hansen a casa. Le loro nature non potrebbero essere più diverse: Tonio ha ereditato dall’esotica madre Consuelo gli occhi neri e già scrive versi, mentre Hans ha gli occhi azzurri ed è portato all’azione, come dimostra la sua fervida passione per l’equitazione, preferendo al Don Carlos di Schiller, che entusiasma Tonio, i libri illustrati dedicati alla disciplina equestre. L’uno rappresenta il contraltare dell’altro, ed è proprio per questo motivo che Tonio è tanto legato a Hans, molto più di quanto Hans sia legato a lui, amandolo con tutto se stesso:

«Poter avere gli occhi azzurri come i tuoi, pensava, e vivere come te, ordinatamente e in felice intesa col resto del mondo! Tu sei sempre occupato in qualche cosa di onesto e di universalmente rispettato. Quando hai finito i compiti, prendi lezioni di equitazione, o lavori di traforo; e anche durante le vacanze, al mare, sai riempire il tuo tempo remando, nuotando, andando in barca a vela, mentre io giaccio ozioso e solitario nella sabbia, intento al misterioso cangiar di espressioni che guizzano via sul volto del mare. Ma appunto per questo sono così chiari i tuoi occhi. Essere come te…» [3].

Vita activa vs vita contemplativa, energia vs languore, movimento vs immobilismo, sono questi i contrasti, le polarità che riproduce l’amicizia di Tonio e Hans, con il primo che, sebbene ancora adolescente, è già perfettamente consapevole della propria irriducibile alterità:

«Perché mai sono così diverso dagli altri e in conflitto con tutti, mal visto dai professori, estraneo in mezzo ai miei compagni? Guardali un po’ come sono, i bravi scolari, i tipi solidamente mediocri! Non trovano ridicoli i professori, non scrivono versi, pensano soltanto quelle cose che devono essere pensate e che si possono esprimere a voce alta. Come devono sentirsi in regola e d’accordo con tutto e con tutti! Dev’essere bello… Ma io, allora, che cos’ho? E come finirò?» (212).

Diverso ed estraneo sono termini chiave; Tonio percepisce già tutta la chilometrica distanza che lo separa dagli occhi azzurri, rappresentanti di vitale, energica ordinarietà, mediocrità, ma, contrariamente a quell’atteggiamento, diffusissimo all’epoca, di orgiastica esaltazione della propria alterità e della propria esclusione, frutto di una lettura esasperata e tutt’altro che onesta della filosofia di Nietzsche (una lettura dannunziana, potremmo definirla, tanto per essere chiari [4]), di cui è vittima, ad esempio, Detlev Spinell, lo sgradevole protagonista del racconto Tristano [5], il giovane Tonio prova un forte e profondo sentimento di rimpianto, al quale si affianca una altrettanto forte e profonda invidia, che andrà rafforzandosi nel corso degli anni. E proprio in questa ammissione onesta di rammarico e di dispiacere dello scrittore per l’impossibilità di appartenere alla borghese mediocritas – aurea, secondo l’influsso settembriniano, in Hans Castorp, l’indimenticabile protagonista della Montagna incantata [6] -, sta gran parte della grandezza del racconto di Mann, sincero, umano, miserabilmente umano rispetto a tanta letteratura decadente, tronfia e gaglioffa, ad esso contemporanea.

Appartiene alla categoria degli invidiati occhi azzurri anche la graziosa Ingeborg Holm, di cui Tonio, sedicenne, si innamora, ma senza ricavarne nulla, naturalmente. Eppure Tonio giura a se stesso – glielo impone la sua natura letteraria, artistica – e ad Inge di restare per sempre fedele a lei, o meglio, all’amore per lei, ma la promessa finisce per essere infranta e il protagonista si rende conto di come la fedeltà sia impossibile, una favoletta, anche quando riguardi grandi e importanti sentimenti [7].

III. Decaduta la famiglia Kröger, a causa della morte del padre e della conseguente chiusura della ditta commerciale (la madre, l’esotica e passionale Consuelo si risposa, trasferendosi nel suo habitat naturale, il Meridione), Tonio si dedica completamente alla potenza dello spirito e della parola, consacrando la propria vita alla vocazione, o meglio, alla maledizione della letteratura:

«Si dedicò unicamente alla potenza che gli appariva come la più sublime sulla terra, quella al cui servizio si sentiva chiamato e che gli prometteva altezze e onori: la potenza dello spirito e della parola, sorridente in trono sopra il mondo muto e inconsapevole. A lei si diede con foga giovanile; ed essa lo compensò con tutto ciò ch’è in suo potere di concedere, e gli prese spietata tutto ciò ch’è suo costume di esigere in cambio. Acuì il suo sguardo, gli rese trasparenti le grandi parole che gonfiano il petto degli uomini, gli dischiuse l’anima degli uomini e la sua propria, lo fece chiaroveggente e gli mostrò l’essenza intima del mondo e tutto, tutto quello che sta dietro le parole e le azioni. Ma che cosa egli vide? Comicità e miseria: nient’altro che comicità e miseria» (229-239).

Comicità e miseria, ecco cosa nasconde l’anima degli uomini, ecco cosa si cela dietro l’essenza del mondo, nient’altro. Una scoperta che sarebbe meglio non fare, perché oltre alla consapevolezza non offre altro, anzi, inaridisce per sempre il consapevole, rendendolo per sempre incapace di illudersi, di abbandonarsi alle gioie mediocri della vita e all’azione, di cui vede troppo chiaramente la vanità, l’inutilità. Come se non bastasse, come se questo non fosse ancora un prezzo abbastanza alto, la consapevolezza acuisce quella condizione di diversità, di estraneità, di esclusione che Tonio presagiva e viveva già dall’adolescenza, imprimendo sulla fronte un marchio infame, proprio come quello di Caino, che impedisce di mimetizzarsi, di infiltrarsi tra gli uomini (Tonio Kröger, come vedremo, conoscerà il successo, la fama, immaginate chi vive una simile situazione e non può contare neanche sul conforto del riconoscimento… questo povero disgraziato, credetemi, deve lottare ogni giorno contro se stesso e il mondo intero per sopravvivere).

«Allora, col martirio e l’orgoglio del conoscere, sopravvenne la solitudine, ché la vicinanza dei bonari, delle anime gaiamente ottenebrate, gli riusciva intollerabile, e il marchio sulla sua fronte turbava costoro. Ma sempre più dolce divenne per lui la gioia della parola e della forma; egli soleva dire (e anche questo lo aveva già annotato) che la sola conoscenza delle anime condurrebbe senza fallo alla malinconia, se non vi fossero i piaceri dell’espressione a infonderci brio e allegrezza…» (230).

Tonio viaggia, si abbandona all’erranza, vive in grandi città e nel Sud, in Italia, ma sprofonda anche nella lussuria e nel peccato, che lo conducono ad una precoce saturazione del piacere e lo fanno soffrire in modo indicibile. Vive l’attività lavorativa come un’esperienza immersiva, totalizzante, perfettamente consapevole del fatto che per essere creatori ideali, all’altezza del compito poetico, della maledizione poetica decretatagli dal caso, bisogna essere morti:

«Non lavorava come tutti coloro che lavorano per vivere, bensì come uno che, in nessun conto avendosi quale uomo vivente, ma desideroso soltanto di essere considerato un creatore, null’altro voglia che lavorare, e per il resto se ne vada attorno grigio e insignificante, pari all’attore che ha smesso il trucco e che non è nulla se nulla ha da rappresentare. Lavorava muto, chiuso, invisibile e pieno di disprezzo verso quei piccoli mestieranti per i quali l’ingegno non è che ornamento da società, che, ricchi o poveri non importa, si mostravano in pubblico arruffati e cenciosi o ricercavano il lusso in eccentriche cravatte, e insomma erano convinti di menare una vita insuperabilmente felice, affascinante ed artistica; senza sapere che le opere di valore nascono solo sotto il premere di una vita cattiva, che colui che vive non lavora e che, per essere perfetti creatori, bisogna essere morti» (231-232).

Gli sforzi di Tonio vengono premiati, egli raggiunge il successo, la fama, in quella contraddizione tra interno – lo stato d’animo dell’autore, cupo – ed esterno – il mondo, ridente – che almeno, almeno evita ulteriori e ben peggiori sofferenze, allorquando questi sforzi creativi non vengono premiati e lasciati fatti cadere nel nulla, insieme al creatore, disperato e capace di tornare alla vita solo se dotato di un’indifferenza cosmica, quasi divina.

IV. In un importante colloquio con la pittrice Lisaveta Ivanovna, sua cara amica, un Tonio oramai trentenne, scrittore affermato e apprezzato, giunge alla formulazione del senso ultimo, definitivo del fare letteratura e, in generale, arte. Un senso tutt’altro che luminoso e leggero, ma oscuro e severo, come una regola monastica. Perché, come il monaco deve essere distante da se stesso e dal mondo per ascendere a Dio (come dimostra con una chiarezza abbacinante il racconto Padre Sergij di Tolstoj [8]), così lo scrittore deve essere distante da se stesso e dal mondo per creare:

«È necessario essere qualcosa di extraumano, d’inumano, è necessario trovarsi, rispetto all’umano, in una situazione stranamente lontana e neutrale, per essere in grado e anzi solo per sentirsi tentati di farne oggetto di rappresentazione, di giuoco, per raffigurarlo con gusto e con efficacia. Il dono dello stile, della forma, dell’espressione ha già come presupposto cotesto atteggiamento freddo e schifiltoso verso l’umano, più ancora, un tal quale immiserimento e svuotamento di umanità. Il sano e gagliardo sentimento (su questo non c’è dubbio) è privo di gusto. Appena diventa uomo ed accessibile al sentimento, l’artista è finito» (236-237).

Per questo motivo un aspirante scrittore deve sforzarsi di strapparsi da se stesso per diventare uno scrittore, un vero scrittore, strapparsi dalla propria essenza umana, farsi lucido osservatore, mai partecipante:

«una persona sana e ammodo non scrive, né recita, né compone… […] spesso mi sento mortalmente stanco di rappresentare l’umano senza prendervi parte… C’è da chiedersi se l’artista, in fondo, sia un uomo» (237).

La scrittura è una patologia, o meglio, come dice Tonio a Lisaveta, una maledizione:

«La letteratura non è affatto una vocazione; è una maledizione… perché lo sappiate. E quando principia a farsi sentire questa maledizione? Presto, terribilmente presto. A un’epoca in cui si potrebbe ragionevolmente pretendere di vivere d’amore e d’accordo con Dio e con il mondo, uno comincia a sentirsi segnato, a rendersi conto d’essere in incomprensibile contrasto con gli altri, coi normali, con la gente ordinaria; sempre più fondo si scava l’abisso d’ironia, d’incredulità, d’opposizione, di lucidità, di sensibilità, che lo separa dagli uomini; la solitudine lo inghiotte, e da quel momento non c’è più possibilità d’intesa. Che destino! Ammesso che nel cuore gli sia rimasto quel tanto di vita, quel tanto d’amore che basti a giudicarlo orribile!… La vostra consapevolezza si infiamma, perché in mezzo ad una massa di migliaia voi sentite che un marchio vi sta impresso in fronte, e capite che a nessuno passa inosservato. […] Un artista, un vero artista – non uno che abbia l’arte per professione borghese, ma per cui l’arte sia predestinazione e condanna – è distinguibile tra una folla umana allo sguardo meno esperto. Il sentimento di essere a parte, di non fare tutt’uno con gli altri, d’essere riconosciuto e osservato, qualcosa di regale e d’impacciato insieme gli sta dipinto in viso. Alcunché di simile potrebbe cogliersi nei tratti di un principe che passi in abiti borghesi attraverso la moltitudine. Non c’è abito borghese che tenga, Lisaveta! Uno può mascherarsi, camuffarsi finché vuole, vestirsi come un addetto d’Ambasciata o un sottotenente della Guardia in permesso: basterà che alzi gli occhi, che debba pronunciare una parola, perché ciascuno sappia che quello non è un uomo, bensì qualcosa di straniero, di scostante, di diverso…» (238-239).

Diversità ed estraneità, di nuovo, ancora una volta, con rinnovato vigore. Questo prevede la maledizione della letteratura e non c’è scampo per chi ne è vittima, il vero scrittore giunto all’essenza di se stesso e degli altri uomini, non trovando altro che miseria, e che per «le cose innocenti, semplici e vive, per un poco di amicizia, di abbandono, di confidenza e di umana felicità», per le «gioie mediocri», insomma, prova una «struggente nostalgia». Un approccio che potremmo definire crepuscolare (i crepuscolari si oppongono, in linea di massima, a D’Annunzio come Kröger si oppone al distorto superomismo nietzschiano, si veda l’emblematico caso di Guido Gozzano [9]), e che porta Lisaveta a formulare questo responso: «Siete un borghese su falsa strada, Tonio Kröger: un borghese sviato» (247). «Sono sistemato», commenta il protagonista e se ne va, lasciando lo studio dell’amica pittrice.

V. Tonio parte, lascia Monaco e, dopo un breve e toccante soggiorno nella città natale, dove visita la vecchia casa paterna, trasformata in “Biblioteca Popolare”, si imbarca per la Danimarca, e nell’albergo della località balneare presso cui si è stabilito incontra, incredibile ma vero, Hans Hansen ed Ingeborg Holm, insieme. Tonio non ha il coraggio di avvicinarsi a loro, di rivolgergli la parola, di rivelarsi e, coricandosi a letto dopo aver passato l’intera serata ad osservare il vecchio amico ed il primo amore, si abbandona al pianto. È il momento in cui l’alterità, la propria alterità viene concepita nel modo più acutamente doloroso da Tonio, che ne trae però nuova linfa, un nuovo slancio vitale e artistico, come scrive a Lisaveta nella lettera che conclude il racconto. Tonio si definisce, rifacendosi alle parole dell’amica, «un borghese sviatosi nell’arte, un bohémien pieno di nostalgia per la buona educazione, un artista con rimorsi di coscienza» (284). Si trova sospeso tra due mondi, quello borghese e quello artistico, senza riuscire a trovare completa cittadinanza in nessuno di essi:

«Io mi trovo in mezzo a due mondi, senza sentirmi a casa mia in nessuno di essi, e questo mi procura qualche difficoltà. Voi artisti mi chiamate un borghese, e i borghesi sono tentati di mettermi in prigione… non so, fra le due cose, quale mi addolori di più. I borghesi sono stupidi; ma voialtri adoratori della bellezza, voi che mi trovate flemmatico e incapace d’idealità, dovreste ricordarvi che v’è un modo di essere artisti così profondo, primordiale e fatale, che nessuna idealità può apparirgli più dolce e desiderabile di quella avente per obietto la voluttà della vita mediocre» (285).

La voluttà della vita mediocre… inconsapevole e fatta di gioie modeste, preclusa allo scrittore e all’artista. Mann abbatte il mito del creatore di bellezza, del prometeico superuomo proprio di tanta letteratura ed arte post-nietzschiana, e Tonio suggella infine la lettera e l’intero racconto con la dichiarazione d’amore nei confronti degli ordinari biondi dagli occhi azzurri:

«Ma il mio più fondo e riposto amore va ai biondi, agli occhiazzurrini, ai luminosamente vivi, ai felici, amabili ordinari.
Non vituperate quest’amore, Lisaveta: è buono e fecondo. Nostalgia e malinconica invidia vi si trovano, e un tantino di sprezzo e una grande, casta felicità» (286).

Queste righe sono il segno di una definitiva resa di Tonio Kröger a se stesso, alla propria natura crepuscolare che dei dannunzianesimi vede il ridicolo, preferendogli una onesta mediocrità borghese. E tutto lascia pensare che il protagonista, di questo suo modo di essere, possa farne letteratura, arte, imponendosi come il cantore del borghese «eroismo della debolezza», ovvero ciò che sarà il grande Gustav von Aschenbach ne La morte a Venezia tra qualche anno, con l’augurio che la fine di Tonio Kröger sia più decorosa e borghesemente mediocre [10].

NOTE

[1] Thomas Mann, Saggio autobiografico, citato in Id., La morte a Venezia, Tristano, Tonio Kröger, traduzioni di Emilio Castellani, Mondadori, Milano 1970, p. 44.

[2] Roberto Fertonani, Introduzione a Thomas Mann, La morte a Venezia, Tristano, Tonio Kröger, cit., p. 41.

[3] Thomas Mann, Tonio Kröger, in Id., La morte a Venezia, Tristano, Tonio Kröger, cit., p. 213. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[4] Tra i tanti personaggi dannunziani di tal fatta, penso per esempio a Stelio Effrena, il protagonista del romanzo Il fuoco. Per un approfondimento rimando all’articolo Stelio Effrena, il Verbo della pittura, «poesia muta».

[5] Per un approfondimento sul racconto e il suo malsano, per sé e per gli altri, protagonista rimando all’articolo Thomas Mann, «Tristano»: Detlev Spinell, la ridicola caricatura dell’esteta decadente.

[6] Per un approfondimento su quello che considero l’opus magnum di Mann rimando all’articolo L’evoluzione di Hans Castorp ne La montagna incantata di Thomas Mann.

[7] Un uomo può restare per sempre fedele ad un amore e al suo ricordo, può farlo, ma solo a determinate condizioni: l’amore deve concretizzarsi, almeno in parte, avere una risposta positiva dal soggetto amato, e poi concludersi senza la nostra volontà, drammaticamente.

[8] Per un approfondimento sul grandioso racconto di Tolstoj rimando all’articolo Padre Sergij, oltre se stessi.

[9] Per un approfondimento rimando all’articolo Totò Merùmeni ovvero l’anti-dannunziano.

[10] Per un approfondimento sul più celebre racconto dello scrittore tedesco rimando all’articolo Thomas Mann, «La morte a Venezia»: la fine indecente del grande Gustav von Aschenbach.

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