Io tiro teco a un segno,
Che l’arme son de l’omo il primo onore;
Ma non già che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore;
Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,
Chi non pensa allo eterno Creatore;
Né ben se può pensar senza dottrina
La summa maiestate alta e divina.

Matteo Miaria Boiardo, «Orlando innamorato»

Ritratto di Matteo Maria Boiardo in un’edizione ottocentesca dell’Orlando innamorato

Tra gli aspetti caratteristici dell’Orlando innamorato di Boiardo, uno dei massimi capolavori della letteratura italiana del Quattrocento (iniziato nel 1476 ed incompiuto, ripreso da Ariosto all’inizio del secolo successivo), vi è senza dubbio la ripresa dei valori cavallereschi, in un processo di attualizzazione e, diciamo così, isitituzionalizzazione, diametralmente opposto al processo di dissacrazione e ridicolizzazione attuato negli stessi anni da Luigi Pulci con il suo irriverente Morgante [1]. Boiardo si sforza di sottolineare la praticabilità di questi valori secolari, adattandoli a quella civiltà umanistico-cortigiana di cui egli stesso è un illustre esponente. Ecco che la proverbiale prodezza cavalleresca non è più solamente intesa come forza e vigore guerrieri, ma si impone come virtù umana capace di dominare la Fortuna, in una dimensione che esalta l’impeto vitale ed energico dell’individuo coraggioso e determinato, in lotta per affermare se stesso e ottenere la gloria. Ma a ciò vanno necessariamente aggiunte doti intellettuali, si deve sommare quella cultura e quella conoscenza che sole distinguono l’uomo dal bruto. È questo il momento storico in cui le celeberrime parole dell’Ulisse dantesco divengono monito e regola imprescindibile (su di esse si fonda di fatto l’Umanesimo con i suoi valori, di cui Poliziano, nella Fabula di Orfeo [2], e in particolar modo nella conclusiva violenza delle feroci Baccanti, decreta il fallimento):

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza [3].

Ora, all’interno del poema di Boiardo, colui che incarna alla perfezione questo ideale di uomo che fonde valori cavallereschi ed umanistici è proprio il protagonista, Orlando. E uno degli episodi del poema in cui ciò risulta con maggiore chiarezza è quello del duello con il bruto Agricane, re tutto forza e poco altro:

32 Fermosse ivi Agricane a quella fonte,
E smontò dello arcion per riposare,
Ma non se tolse l’elmo della fronte,
Né piastra o scudo se volse levare;
E poco dimorò che gionse il conte,
E come il vide alla fonte aspettare,
Dissegli: – Cavallier, tu sei fuggito,
E sì forte mostravi e tanto ardito!

33 Come tanta vergogna pôi soffrire
A dar le spalle ad un sol cavalliero?
Forse credesti la morte fuggire:
Or vedi che fallito hai il pensiero.
Chi morir può onorato, die’ morire;
Ché spesse volte aviene e de legiero
Che, per durare in questa vita trista,
Morte e vergogna ad un tratto s’acquista. –

34 Agrican prima rimontò in arcione,
Poi con voce suave rispondia:
– Tu sei per certo il più franco barone
Ch’io mai trovassi nella vita mia;
E però del tuo scampo fia cagione
La tua prodezza e quella cortesia
Che oggi sì grande al campo usato m’hai,
Quando soccorso a mia gente donai.

35 Però te voglio la vita lasciare,
Ma non tornasti più per darmi inciampo!
Questo la fuga mi fe’ simulare,
Né vi ebbi altro partito a darti scampo.
Se pur te piace meco battagliare,
Morto ne rimarrai su questo campo;
Ma siami testimonio il celo e il sole
Che darti morte me dispiace e duole. –

36 Il conte li rispose molto umano,
Perché avea preso già de lui pietate:
– Quanto sei – disse – più franco e soprano,
Più di te me rincresce in veritate,
Che serai morto, e non sei cristïano,
Ed andarai tra l’anime dannate;
Ma se vôi il corpo e l’anima salvare,
Piglia battesmo, e lasciarotte andare. –

37 Disse Agricane, e riguardollo in viso:
– Se tu sei cristïano, Orlando sei.
Chi me facesse re del paradiso,
Con tal ventura non lo cangiarei;
Ma sino or te ricordo e dòtti aviso
Che non me parli de’ fatti de’ Dei,
Perché potresti predicare in vano:
Diffenda il suo ciascun col brando in mano. –

38 Né più parole: ma trasse Tranchera,
E verso Orlando con ardir se affronta.
Or se comincia la battaglia fiera,
Con aspri colpi di taglio e di ponta;
Ciascuno è di prodezza una lumera,
E sterno insieme, come il libro conta,
Da mezo giorno insino a notte scura,
Sempre più franchi alla battaglia dura.

39 Ma poi che il sole avea passato il monte,
E cominciosse a fare il cel stellato,
Prima verso il re parlava il conte:
– Che farem, – disse – che il giorno ne è andato? –
Disse Agricane con parole pronte:
– Ambo se poseremo in questo prato;
E domatina, come il giorno pare,
Ritornaremo insieme a battagliare. –

40 Così de acordo il partito se prese.
Lega il destrier ciascun come li piace,
Poi sopra a l’erba verde se distese;
Come fosse tra loro antica pace,
L’uno a l’altro vicino era e palese.
Orlando presso al fonte isteso giace,
Ed Agricane al bosco più vicino
Stassi colcato, a l’ombra de un gran pino.

41 E ragionando insieme tuttavia
Di cose degne e condecente a loro,
Guardava il conte il celo e poi dicia:
– Questo che or vediamo, è un bel lavoro,
Che fece la divina monarchia;
E la luna de argento, e stelle d’oro,
E la luce del giorno, e il sol lucente,
Dio tutto ha fatto per la umana gente. –

42 Disse Agricane: – Io comprendo per certo
Che tu vôi de la fede ragionare;
Io de nulla scïenzia sono esperto,
Né mai, sendo fanciul, volsi imparare,
E roppi il capo al mastro mio per merto;
Poi non si puotè un altro ritrovare
Che mi mostrasse libro né scrittura,
Tanto ciascun avea di me paura.

43 E così spesi la mia fanciulezza
In caccie, in giochi de arme e in cavalcare;
Né mi par che convenga a gentilezza
Star tutto il giorno ne’ libri a pensare;
Ma la forza del corpo e la destrezza
Conviense al cavalliero esercitare.
Dottrina al prete ed al dottore sta bene:
Io tanto saccio quanto mi conviene. –

44 Rispose Orlando: – Io tiro teco a un segno,
Che l’arme son de l’omo il primo onore;
Ma non già che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore;
Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,
Chi non pensa allo eterno Creatore;
Né ben se può pensar senza dottrina
La summa maiestate alta e divina. –

45 Disse Agricane: – Egli è gran scortesia
A voler contrastar con avantaggio.
Io te ho scoperto la natura mia,
E te cognosco che sei dotto e saggio.
Se più parlassi, io non risponderia;
Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio,
E se meco parlare hai pur diletto,
De arme, o de amore a ragionar t’aspetto.

46 Ora te prego che a quel ch’io dimando
Rispondi il vero, a fè de omo pregiato:
Se tu sei veramente quello Orlando
Che vien tanto nel mondo nominato;
E perché qua sei gionto, e come, e quando,
E se mai fosti ancora inamorato;
Perché ogni cavallier che è senza amore,
Se in vista è vivo, vivo è senza core. –

47 Rispose il conte: – Quello Orlando sono
Che occise Almonte e il suo fratel Troiano;
Amor m’ha posto tutto in abandono,
E venir fammi in questo loco strano.
E perché teco più largo ragiono,
Voglio che sappi che ’l mio core è in mano
De la figliola del re Galafrone
Che ad Albraca dimora nel girone.

48 Tu fai col patre guerra a gran furore
Per prender suo paese e sua castella,
Ed io qua son condotto per amore
E per piacere a quella damisella.
Molte fiate son stato per onore
E per la fede mia sopra alla sella;
Or sol per acquistar la bella dama
Faccio battaglia, ed altro non ho brama. –

49 Quando Agricane ha nel parlare accolto
Che questo è Orlando, ed Angelica amava,
Fuor di misura se turbò nel volto,
Ma per la notte non lo dimostrava;
Piangeva sospirando come un stolto,
L’anima, il petto e il spirto li avampava;
E tanta zelosia gli batte il core,
Che non è vivo, e di doglia non muore.

50 Poi disse a Orlando: – Tu debbi pensare
Che, come il giorno serà dimostrato,
Debbiamo insieme la battaglia fare,
E l’uno o l’altro rimarrà sul prato.
Or de una cosa te voglio pregare,
Che, prima che veniamo a cotal piato,
Quella donzella che il tuo cor disia,
Tu la abandoni, e lascila per mia.

51 Io non puotria patire, essendo vivo,
Che altri con meco amasse il viso adorno;
O l’uno o l’altro al tutto serà privo
Del spirto e della dama al novo giorno.
Altri mai non saprà, che questo rivo
E questo bosco che è quivi d’intorno,
Che l’abbi riffiutata in cotal loco
E in cotal tempo, che serà sì poco. –

52 Diceva Orlando al re: – Le mie promesse
Tutte ho servate, quante mai ne fei;
Ma se quel che or me chiedi io promettesse,
E se io il giurassi, io non lo attenderei;
Così potria spiccar mie membra istesse,
E levarmi di fronte gli occhi miei,
E viver senza spirto e senza core,
Come lasciar de Angelica lo amore. –

53 Il re Agrican, che ardea oltra misura,
Non puote tal risposta comportare;
Benché sia al mezo della notte scura,
Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare;
Ed orgoglioso, con vista sicura,
Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare,
Dicendo: – Cavallier, la dama gaglia
Lasciar convienti, o far meco battaglia. –

54 Era già il conte in su l’arcion salito,
Perché, come se mosse il re possente,
Temendo dal pagano esser tradito,
Saltò sopra al destrier subitamente;
Unde rispose con l’animo ardito:
– Lasciar colei non posso per nïente,
E, se io potessi ancora, io non vorria;
Avertila convien per altra via. –

55 Sì come il mar tempesta a gran fortuna,
Cominciarno lo assalto i cavallieri;
Nel verde prato, per la notte bruna,
Con sproni urtarno adosso e buon destrieri;
E se scorgiano a lume della luna
Dandosi colpi dispietati e fieri,
Ch’era ciascun di lor forte ed ardito.
Ma più non dico: il canto è qui finito.

Sia Orlando che Agricane seguono alla lettera il codice cavalleresco, scambiandosi melliflue cortesie. La discriminante è rappresentata evidentemente dalla cultura. Da una parte Agricane, che esalta la forza bruta, come emerge dalle ottave 42 e 43, dove il re tartaro dichiara non solo di essere privo, del tutto privo di sapienza, ma di aver fracassato il cranio al suo maestro come ricompensa degli insegnamenti ricevuti. Dal’altra parte Orlando, cavaliere filosofo, portavoce dei valori fondamentali e fondanti dell’Umanesimo, come l’armonia universale, con l’uomo rigorosamente al centro («Questo che or vediamo, è un bel lavoro, / che fece la divina monarchia; / e la luna de argento, e stelle d’oro, / e la luce del giorno, e il sol lucente, / Dio tutto ha fatto per la umana gente»), e l’esaltazione del sapere, cui è dedicata l’intera ottava numero 44:

Io tiro teco a un segno,
Che l’arme son de l’omo il primo onore;
Ma non già che il saper faccia men degno,
Anci lo adorna come un prato il fiore;
Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno,
Chi non pensa allo eterno Creatore;
Né ben se può pensar senza dottrina
La summa maiestate alta e divina.

È necessaria la compresenza delle armi e delle lettere perché un cavaliere sia perfetto (e nell’esaltazione della cultura riecheggia la lezione boccacciana fornita nella grandiosa novella di Guido Cavalcanti [4]). Boiardo contribuisce così in modo determinante alla fissazione di quel modello di azione e conoscenza che si diffonde nelle corti italiane e che fornirà la base per il ritratto del perfetto cortigiano realizzato da Castiglione nell’omonimo trattato [5].

NOTE

[1] Per un approfondimento sul poeta fiorentino e il suo capolavoro, il poema Morgante, rimando all’articolo Quel genio irriverente di Luigi Pulci.

[2] Per la lettura e l’analisi dell’opera di Poliziano rimando all’articolo Angelo Poliziano, Fabula di Orfeo.

[3] Inferno, XXVI, vv. 118-120. Per un approfondimento sulla prima delle tre cantiche della Commedia rimando agli articoli Sulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Prima parte, Sulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Seconda parte.

[4] Per la lettura e l’analisi della celebre novella di Boccaccio rimando all’articolo Cavalcanti nel Decameron: lui solo vivo tra tanti morti.

[5] Per un approfondimento sull’opera di Castiglione rimando all’articolo Dal Cortegiano di Castiglione al Malpiglio di Tasso ovvero: dalla vocazione pedagogica alla sopravvivenza.

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