Reynolds Woodcock: Mi sembra di averti cercata per moltissimo tempo.
Alma: Ora sono qui.

Daniel Day-Lewis nei panni di Reynolds Woodcock

Londra, secondo dopoguerra. Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) è un celebre e apprezzato stilista oramai al confine tra maturità e vecchiaia. Uomo esigente e spigoloso, freddo e razionale, metodico fino all’ossessione, ha organizzato la propria esistenza secondo un regime inflessibile, all’interno del quale il lavoro, inteso non solo come processo creativo, ma anche come sforzo e sacrificio fisico particolarmente dispendioso, occupa il primo posto. Nella gestione dell’illustre atelier, frequentato dall’alta borghesia e dall’aristocrazia europea, lo affianca la sorella, la «vecchia tale e quale» Cyril (Lesley Manville). Woodcock non è sposato, come neppure la sorella (i due vivono in simbiosi, necessari l’uno all’altro), colleziona giovani e graziose amanti, che accoglie in casa, cucendogli addosso lussuosi abiti, ma di cui finisce per sbarazzarsi presto, nel momento in cui arrivano a pretendere un’attenzione, una considerazione che lo stilista, consacrati i propri giorni al furore creativo, non può in alcun modo garantire loro. Ci pensa allora la «vecchia tale e quale», Cyril, a liquidarle, donandogli magari, sorta di lauta buonuscita, uno dei fastosi capi d’abbigliamento creati per loro.

Vicky Krieps interpreta Alma Elson

All’inizio della pellicola troviamo Woodcock, terminato e consegnato un meraviglioso abito ad una contessa, turbato da un sinistro sentimento di inquietudine, accompagnato dalla vivida percezione della presenza materna, che avverte vicina a sé e vede in sogno molto, troppo spesso. Cyril gli suggerisce di prendersi qualche giorno di pausa (del resto, la macchinosa routine dello stilista è interrotta da ciclici momenti di sfinimento che lo rendono del tutto inerme, successivi solitamente ad impegni lavorativi oltremodo stressanti), di recarsi nella casa in campagna, immersa in un bosco rigoglioso di funghi, e Woodcock segue il consiglio. In una tavola calda l’uomo si imbatte in una giovane donna, Alma, cameriera goffa e sgraziata, dalle spalle larghe e il collo lungo e sinuoso come quello di un cigno, il cui volto squadrato, slavato, incline a rossori improvvisi, ha qualcosa di vagamente fiammingo. Catturato dalla bellezza particolare di Alma, una bellezza quasi contadina, Woodcock avanza subito un invito a cena, che la giovane accetta. Faust ha finalmente trovato la sua Margherita, Margherita il suo Faust.

Woodcock conduce Alma con sé, a Londra, nel suo atelier, ne fa la sua musa e modella, ma la donna non è una creatura facilmente domabile, addomesticabile: l’ultima parola deve essere la sua e alle rigide regole che governano l’austera casa dei Woodcock non sa e non vuole piegarsi.

Alma: Non mi piace la stoffa.
Reynolds Woodcock: Forse un giorno cambierai gusti.
Alma: Forse mi piacciono i miei gusti.
Reynolds Woodcock: Quanto basta per metterti nei guai.
Alma: Magari li cerco i guai.
Reynolds Woodcock: Basta!

Alma organizza un’imprevista cena romantica, che stravolge la routine dello stilista ed esaspera il suo sistema nervoso; quella che doveva essere una serata piacevole si trasforma in un violento alterco tra i due, durante il quale Woodcock è durissimo con la donna, che lascia la tavola, offesa e indignata. Ma Alma non demorde, non getta la spugna come tutte le altre amanti di Woodcock, vuole imporsi nella sua esistenza e scompaginare quel regime inflessibile che rende l’esistenza del grande stilista niente più che un gioco, un gioco stucchevole, falso, artefatto, astratto. Per fare ciò Alma è costretta a barare, a sferrare un colpo basso: servendosi di un fungo velenoso provoca in Woodcock un malessere senza precedenti, che lo costringe rantolante a letto, tormentato da lancinanti dolori di stomaco accompagnati da continui conati di vomito. Lo stilista passa una giornata infernale, ha la visione della madre, la prima donna alla quale, a sedici anni, abbia cucito un vestito, il vestito delle sue seconde nozze, soffre come un cane, ma non è solo, c’è la premurosa, diabolicamente premurosa Alma a prendersi cura di lui. Questo malessere dalle cause per lui ignote si configura come momento rivelativo, e l’indomani, passato il peggio, Woodcock chiede ad Alma di sposarlo. La giovane accetta, si celebrano le nozze, ma gli spigoli non sono del tutto smussati, anzi, l’uomo non riesce proprio ad accettare supinamente gli sconvolgimenti portati da Alma, è incapace di gestire l’energia vitale della giovane, i suoi entusiasmi e i due si ritrovano di nuovo ad un punto critico. Woodcock si sfoga con la sorella, confessa di non tollerare più la presenza fastidente della moglie (quel suo modo assurdo di versare l’acqua e il tè, sollevando a dismisura la brocca e la teiera), insinua persino che Alma stia complottando per mettere i fratelli l’uno contro l’altro. Alma ascolta lo sfogo caustico del marito, a insaputa di quest’ultimo, e il fatto che Cyril, pur vedendola entrare in silenzio nella stanza, non abbia avvertito il fratello della presenza della consorte, lascia pensare che la «vecchia tale e quale» si sia schierata dalla parte di Alma, o, quantomeno, inizi a provare un inedito sentimento di ostilità nei confronti dell’uomo. Alma, che non demorde neppure dopo aver ascoltato queste parole terribili da parte di Woodcock, ricorre di nuovo al fungo velenoso.

Ora, osservando la scena della preparazione della homelette avvelenata, si ha la sensazione di assistere questa volta alla vendetta ultima, definitiva di Alma, ovvero della vita, nei confronti di colui, Woodcock, che la vita l’ha rifiutata, rintanandosi all’interno di un congegno esistenziale perfettamente organizzato e funzionante, puntuale al secondo, prima dell’irruzione della donna. Ma così non è, perché dell’intossicazione Woodcock è a conoscenza, e la accetta quale imprevisto nella propria esistenza, ora esposta al rischio di una variante alla quale Alma può decidere di ricorrere quando vuole. La giovane donna riesce così ad imporsi nell’esistenza di Woodcock, a trasformarla finalmente in vita, e come tale esposta in continuazione ad imprevisti ed emozioni ingestibili, irrazionali, calorosi. Alma distrugge l’aura di indifferenza e gelo che avvolgeva lo stilista prima di conoscerlo, mentre tra i due si allunga l’ombra sinistra della morte, in attesa di una dose di veleno più forte del solito.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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