Introduzione

Personaggio assai singolare Luigi Pulci (1432-1484), apprezzato nella corte medicea per la sua innata predisposizione al comico e al carnevalesco, di cui lo stesso Lorenzo il Magnifico dimostra di assorbire la lezione nella Nencia da Barberino, parodia dell’allora diffusissima letteratura amoroso-pastorale, a cui lo stesso Pulci risponde con un’altra parodia, la Beca da Dicomano. La fortuna di Pulci nella corte medicea svanisce con l’imporsi della visione platonica, importata da illustri umanisti del calibro di Marsilio Ficino [1] e Pico della Mirandola [2], che porta l’ambiente culturale fiorentino ad assumere un atteggiamento decisamente meno dissacratorio, ispirato ai valori religiosi. Pulci, senza mai rinunciare a quella sua vocazione all’irriverenza che lo contraddistingue e ne costituisce di fatto la grandezza, entra in polemica con Ficino, peraltro sulla delicatissima questione dell’immortalità dell’anima, e paga a caro prezzo la sua irriducibile tendenza all’eterodossia: viene messo ai margini dall’amato Lorenzo. Pulci lascia Firenze nel 1476 ed entra al servizio del capitano di ventura Roberto Sanseverino. Muore nel 1484 e, a causa delle accuse di magia e di eresia, viene sepolto in terra sconsacrata.

Morgante

L’opera più importante di Pulci, il suo capolavoro, è senza dubbio il poema cavalleresco Morgante. L’iniziale obiettivo del poeta, che comincia a scrivere l’opera nel 1461, è conferire un’elevata dignità letteraria ad uno dei più celebri cantari dell’epoca, l’Orlando, recitato nelle pubbliche piazze dai cantastorie. La ripresa di materie popolari è tipica della cerchia medicea del tempo, in questa operazione si cimentano Lorenzo stesso ed Angelo Poliziano [3], ma Pulci assume tutt’altro contegno: non elimina, né delimita l’inclinazione popolaresca della materia attenzionata, anzi, se ne serve per dare libero sfogo alla sua vocazione al comico e al carnevalesco, talvolta aderendo esattamente alla vicenda del cantare, talvolta invece creando personaggi ed episodi del tutto nuovi, frutto della sua sfrenata e beffarda fantasia.

Di seguito la trama del poema, basata sulle fortunatissime leggende carolinge. Orlando, vittima dei complotti del traditore Gano, lascia Parigi e il re Carlo Magno e parte per la Pagania. Libera un convento dalla tirannia di tre giganti, uccidendone due; Morgante, sopravvissuto, si converte al cristianesimo, mettendosi al servizio del paladino. Come Orlando, anche Rinaldo, Ulivieri e Dudone lasciano Parigi, indignati contro un Carlo Magno completamente rincitrullito e in balia di Gano. A questo punto l’opera segue le mirabolanti avventure dei paladini, ed emergono per originalità e comicità le vicende di Morgante e Margutte, straordinaria invenzione di Pulci. I loro destini rappresentano il trionfo del comico, del riso pulciano, con Morgante che perde la vita per il morso di un granchio e con Margutte che invece muore dalle risate, ammirando una scimmia che indossa i suoi stivali. Nel frattempo il malvagio Gano si allea con il sovrano moro Marsilio, Orlando interviene in favore di Carlo Magno, perdendo la vita nell’imboscata di Roncisvalle. Sopraggiunge Rinaldo, grazie all’intervento determinante del diavolo Astarotte, altra pregevole creazione di Pulci, e il poema si conclude con la cattura di Gano e con la dipartita e la celebrazione di Carlo Magno.

Ciò che spicca con particolare evidenza nel Morgante è l’assoluta frammentarietà della narrazione, con i vari episodi che si susseguono casualmente, talvolta calpestandosi, confondendosi in un’intricata matassa in cui neppure caratteri e fisionomie dei personaggi sono fisse, ma cambiano all’improvviso, cosicché neppure gli eroici paladini sono immuni a quell’azione comica e burlesca che attraversa l’intero poema (anche se gli ultimi cinque canti, ed è giusto sottolinearlo, aggiunti nell’ultima edizione dell’opera del 1483, si caratterizzano per il tono serio, maestoso come richiesto ad un poema epico, e persino erudito nelle riflessioni di Astarotte sulla scienza e la teologia). L’opera è sottoposta ad una forsennata alternanza, mescolanza di toni, buffoneschi ed eroici, patetici e fiabeschi. Mescolanza che è possibile trovare nel brevissimo spazio di uno stesso episodio. Pulci esaspera, giungendo a risultati eccezionali, quello «zibaldone mescolato di dolce e d’amaro e mille sapori varii» che è la vita, come egli stesso la definisce. È il trionfo di quella varietas che caratterizza alcuni dei più grandi capolavori della storia della letteratura italiana, e penso, tra gli altri, alla Commedia di Dante [4], al Decameron di Boccaccio [5] e alle Operette morali di Leopardi [6].

Varietà di toni, caratteri, stili e naturalmente anche di lingue. Come ha scritto Giovanni Getto, il Morgante è anche un’avventura di parole. Pulci afferra la lingua e ne mette a dura, durissima prova la duttilità, la flessibilità, la malleabilità. La base di partenza è il toscano colloquiale, dialettale, ma contaminato da gerghi e termini ben più elevati, latini, letterari, filosofici, scientifici. In un’epoca dominata dall’unilinguismo di matrice petrarchesca, Pulci resta fedele alla lezione del plurilinguismo fornita da Dante soprattutto nella prima delle tre cantiche della Commedia, l’Inferno [7], ben consapevole che la pluralità linguistica è la sola via per raggiungere quella originalità irriverente che egli si prefigge. L’esito è un espressionismo talvolta estremamente violento e provocatorio, quell’espressionismo proprio dei Malebranche in Malebolge: «ed elli avea del cul fatto trombetta».

Margutte

Tra i passi del Morgante in cui l’atavica predisposizione di Pulci al comico e al carnevalesco si manifesta nel modo più chiaro e irriverente, vi è certamente quello in cui il mezzo gigante Margutte realizza il proprio autoritratto. Siamo nel XVIII canto:

Giunto Morgante un dì in su ’n un crocicchio,
uscito d’una valle in un gran bosco,
vide venir di lungi, per ispicchio,
un uom che in volto parea tutto fosco.
Dètte del capo del battaglio un picchio
in terra, e disse: «Costui non conosco»;
e posesi a sedere in su ’n un sasso,
tanto che questo capitòe al passo.

Morgante guata le sue membra tutte
più e più volte dal capo alle piante,
che gli pareano strane, orride e brutte:
– Dimmi il tuo nome, – dicea – vïandante. –
Colui rispose: – Il mio nome è Margutte;
ed ebbi voglia anco io d’esser gigante,
poi mi penti’ quando al mezzo fu’ giunto:
vedi che sette braccia sono appunto. –

Disse Morgante: – Tu sia il ben venuto:
ecco ch’io arò pure un fiaschetto allato,
che da due giorni in qua non ho beuto;
e se con meco sarai accompagnato,
io ti farò a camin quel che è dovuto.
Dimmi più oltre: io non t’ho domandato
se se’ cristiano o se se’ saracino,
o se tu credi in Cristo o in Apollino. –

Rispose allor Margutte: – A dirtel tosto,
io non credo più al nero ch’a l’azzurro,
ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto;
e credo alcuna volta anco nel burro,
nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto,
e molto più nell’aspro che il mangurro;
ma sopra tutto nel buon vino ho fede,
e credo che sia salvo chi gli crede;

e credo nella torta e nel tortello:
l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo;
e ’l vero paternostro è il fegatello,
e posson esser tre, due ed un solo,
e diriva dal fegato almen quello.
E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo,
se Macometto il mosto vieta e biasima,
credo che sia il sogno o la fantasima;

ed Apollin debbe essere il farnetico,
e Trivigante forse la tregenda.
La fede è fatta come fa il solletico:
per discrezion mi credo che tu intenda.
Or tu potresti dir ch’io fussi eretico:
acciò che invan parola non ci spenda,
vedrai che la mia schiatta non traligna
e ch’io non son terren da porvi vigna.

Questa fede è come l’uom se l’arreca.
Vuoi tu veder che fede sia la mia?,
che nato son d’una monaca greca
e d’un papasso in Bursia, là in Turchia.
E nel principio sonar la ribeca
mi dilettai, perch’avea fantasia
cantar di Troia e d’Ettore e d’Achille,
non una volta già, ma mille e mille.

Poi che m’increbbe il sonar la chitarra,
io cominciai a portar l’arco e ’l turcasso.
Un dì ch’io fe’ nella moschea poi sciarra,
e ch’io v’uccisi il mio vecchio papasso,
mi posi allato questa scimitarra
e cominciai pel mondo andare a spasso;
e per compagni ne menai con meco
tutti i peccati o di turco o di greco;

anzi quanti ne son giù nello inferno:
io n’ho settanta e sette de’ mortali,
che non mi lascian mai lo state o ’l verno;
pensa quanti io n’ho poi de’ venïali!
Non credo, se durassi il mondo etterno,
si potessi commetter tanti mali
quanti ho commessi io solo alla mia vita;
ed ho per alfabeto ogni partita.

Non ti rincresca l’ascoltarmi un poco:
tu udirai per ordine la trama.
Mentre ch’io ho danar, s’io sono a giuoco,
rispondo come amico a chiunque chiama;
e giuoco d’ogni tempo e in ogni loco,
tanto che al tutto e la roba e la fama
io m’ho giucato, e’ pel già della barba:
guarda se questo pel primo ti garba.

Non domandar quel ch’io so far d’un dado,
o fiamma o traversin, testa o gattuccia,
e lo spuntone, e va’ per parentado,
ché tutti siàn d’un pelo e d’una buccia.
E forse al camuffar ne incaco o bado
o non so far la berta o la bertuccia,
o in furba o in calca o in bestrica mi lodo?
Io so di questo ogni malizia e frodo.

La gola ne vien poi drieto a questa arte.
Qui si conviene aver gran discrezione,
saper tutti i segreti, a quante carte,
del fagian, della stama e del cappone,
di tutte le vivande a parte a parte
dove si truovi morvido il boccone;
e non ti fallirei di ciò parola,
come tener si debba unta la gola.

S’io ti dicessi in che modo io pillotto,
o tu vedessi com’io fo col braccio,
tu mi diresti certo ch’io sia ghiotto;
o quante parte aver vuole un migliaccio,
che non vuole essere arso, ma ben cotto,
non molto caldo e non anco di ghiaccio,
anzi in quel mezzo, ed unto ma non grasso
(pàrti ch’i’ ’l sappi?), e non troppo alto o basso.

Del fegatello non ti dico niente:
vuol cinque parte, fa’ ch’a la man tenga:
vuole esser tondo, nota sanamente,
acciò che ’l fuoco equal per tutto venga,
e perché non ne caggia, tieni a mente,
la gocciola che morvido il mantenga:
dunque in due parte dividiàn la prima,
ché l’una e l’altra si vuol farne stima.

Piccolo sia, questo è proverbio antico,
e fa’ che non sia povero di panni,
però che questo importa ch’io ti dico;
non molto cotto, guarda non t’inganni!
ché così verdemezzo, come un fico
par che si strugga quando tu l’assanni;
fa’ che sia caldo; e puoi sonar le nacchere,
poi spezie e melarance e l’altre zacchere.

Io ti darei qui cento colpi netti;
ma le cose sottil, vo’ che tu creda,
consiston nelle torte e ne’ tocchetti:
e’ ti fare’ paura una lampreda,
in quanti modi si fanno i guazzetti;
e pur chi l’ode poi convien che ceda:
perché la gola ha settantadue punti,
sanza molti altri poi ch’io ve n’ho aggiunti.

Un che ne manchi, è guasta la cucina:
non vi potrebbe il Ciel poi rimediare.
Quanti segreti insino a domattina
ti potrei di questa arte rivelare!
Io fui ostiere alcun tempo in Egina,
e volli queste cose disputare.
Or lasciàn questo, e d’udir non t’incresca
un’altra mia virtù cardinalesca.

Ciò ch’io ti dico non va insino all’effe:
pensa quand’io sarò condotto al rue!
Sappi ch’io aro, e non dico da beffe,
col cammello e coll’asino e col bue;
e mille capannucci e mille gueffe
ho meritato già per questo o piùe;
dove il capo non va, metto la coda,
e quel che più mi piace è ch’ognun l’oda.

Mettimi in ballo, mettimi in convito,
ch’io fo il dover co’ piedi e colle mani;
io son prosuntüoso, impronto, ardito,
non guardo più i parenti che gli strani:
della vergogna, io n’ho preso partito,
e torno, chi mi caccia, come i cani;
e dico ciò ch’io fo per ognun sette,
e poi v’aggiungo mille novellette.

S’io ho tenute dell’oche in pastura
non domandar, ch’io non te lo direi:
s’io ti dicessi mille alla ventura,
di poche credo ch’io ti fallirei;
s’io uso a munister per isciagura,
s’elle son cinque, io ne traggo fuor sei:
ch’io le fo in modo diventar galante
che non vi campa servigial né fante.

Or queste son tre virtù cardinale,
la gola e ’l culo e ’l dado, ch’io t’ho detto;
odi la quarta, ch’è la principale,
acciò che ben si sgoccioli il barletto:
non vi bisogna uncin né porre scale
dove con mano aggiungo, ti prometto;
e mitere da papi ho già portate,
col segno in testa, e drieto le granate.

E trapani e paletti e lime sorde
e succhi d’ogni fatta e grimaldelli
e scale o vuoi di legno o vuoi di corde,
e levane e calcetti di feltrelli
che fanno, quand’io vo, ch’ognuno assorde,
lavoro di mia man puliti e belli;
e fuoco che per sé lume non rende,
ma con lo sputo a mia posta s’accende.

S’ tu mi vedessi in una chiesa solo,
io son più vago di spogliar gli altari
che ’l messo di contado del paiuolo;
poi corro alla cassetta de’ danari;
ma sempre in sagrestia fo il primo volo,
e se v’è croce o calici, io gli ho cari,
e’ crucifissi scuopro tutti quanti,
poi vo spogliando le Nunziate e’ santi.

Io ho scopato già forse un pollaio;
s’ tu mi vedessi stendere un bucato,
diresti che non è donna o massaio
che l’abbi così presto rassettato:
s’io dovessi spiccar, Morgante, il maio,
io rubo sempre dove io sono usato;
ch’io non istò a guardar più tuo che mio,
perch’ogni cosa al principio è di Dio.

Ma innanzi ch’io rubassi di nascoso,
io fui prima alle strade malandrino:
arei spogliato un santo il più famoso,
se santi son nel Ciel, per un quattrino;
ma per istarmi in pace e in più riposo,
non volli poi più essere assassino;
non che la voglia non vi fussi pronta,
ma perché il furto spesso vi si sconta.

Le virtù teologiche ci resta.
S’io so falsare un libro, Iddio tel dica:
d’uno iccase farotti un fio, ch’a sesta
non si farebbe più bello a fatica;
e traggone ogni carta, e poi con questa
raccordo l’alfabeto e la rubrica,
e scambiere’ti, e non vedresti come,
il titol, la coverta e ’l segno e ’l nome.

I sacramenti falsi e gli spergiuri
mi sdrucciolan giù proprio per la bocca
come i fichi sampier, que’ ben maturi,
o le lasagne, o qualche cosa sciocca;
né vo’ che tu credessi ch’io mi curi
contro a questo o colui: zara a chi tocca!
ed ho commesso già scompiglio e scandolo,
che mai non s’è poi ravvïato il bandolo.

Sempre le brighe compero a contanti.
Bestemmiator, non vi fo ignun divario
di bestemmiar più uomini che santi,
e tutti appunto gli ho in sul calendario.
Delle bugie nessun non se ne vanti,
ché ciò ch’io dico fia sempre il contrario.
Vorrei veder più fuoco ch’acqua o terra,
e ’l mondo e ’l cielo in peste e ’n fame e ’n guerra.

E carità, limosina o digiuno,
orazïon non creder ch’io ne faccia.
Per non parer provàno, chieggo a ognuno,
e sempre dico cosa che dispiaccia;
superbo, invidïoso ed importuno:
questo si scrisse nella prima faccia;
ché i peccati mortal meco eran tutti
e gli altri vizi scelerati e brutti.

Tanto è ch’io posso andar per tutto ’l mondo
col cappello in su gli occhi, com’io voglio;
com’una schianceria son netto e mondo;
dovunque i’ vo, lasciarvi il segno soglio
come fa la lumaca, e nol nascondo;
e muto fede e legge, amici e scoglio
di terra in terra, com’io veggo o truovo,
però ch’io fu’ cattivo insin nell’uovo.

Io t’ho lasciato indrieto un gran capitolo
di mille altri peccati in guazzabuglio;
ché s’i’ volessi leggerti ogni titolo,
e’ ti parrebbe troppo gran mescuglio;
e cominciando a sciòrre ora il gomitolo,
ci sarebbe faccenda insino a luglio;
salvo che questo alla fine udirai:
che tradimento ignun non feci mai. – [8]

Il furfante Margutte, come già ricordato, è un’invenzione di Pulci e questo la dice lunga sulla carica beffarda ed eversiva dell’autore. Ciò che il mezzo gigante esalta da subito è la sua componente blasfema. Alla domanda di Morgante su quale sia la sua fede Margutte risponde: il cibo e il vino (« A dirtel tosto, / io non credo più al nero ch’a l’azzurro, / ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto; / e credo alcuna volta anco nel burro, / nella cervogia, e quando io n’ho, nel mosto, / e molto più nell’aspro che il mangurro; / ma sopra tutto nel buon vino ho fede, / e credo che sia salvo chi gli crede; // e credo nella torta e nel tortello: / l’uno è la madre e l’altro è il suo figliuolo; / e ’l vero paternostro è il fegatello, / e posson esser tre, due ed un solo, / e diriva dal fegato almen quello. / E perch’io vorrei ber con un ghiacciuolo, / se Macometto il mosto vieta e biasima, / credo che sia il sogno o la fantasima»). Insomma, Margutte si lancia in una vibrante esaltazione della più triviale materialità. L’esistenza stessa del personaggio è legata alla sistematica irrisione del positivo, sotto ogni punto di vista, religioso e morale. Del resto Margutte nasce nel segno della violazione, della profanazione: è il frutto di un’unione sacrilega, malata, tra una suora greca e un prete maomettano. E oltre ad essere un blasfemo miscredente ed un irriducibile goloso, è anche un sodomita, un giocatore d’azzardo e un ladro («Or queste son tre virtù cardinale, / la gola e ’l culo e ’l dado, ch’io t’ho detto; / odi la quarta, ch’è la principale, / acciò che ben si sgoccioli il barletto: / non vi bisogna uncin né porre scale / dove con mano aggiungo, ti prometto; / e mitere da papi ho già portate, / col segno in testa, e drieto le granate»), e ancora un assassino, un truffatore, un falsario, in un compendio del Male che ricorda «il piggiore uomo forse che mai nascesse», quel celebre ser Ciappelletto [9] nel nome del quale si apre il Decameron di Boccaccio.

Nel Morgante si concentra tutta la volontà provocatoria ed eversiva di Luigi Pulci, che si contrappone ad ogni logica perbenista e benpensante. Il poeta si inserisce dunque a pieno titolo in quella ricca tradizione letteraria del dissenso e dell’alternativa che ha in Cecco Angiolieri – e sono evidenti nell’autoritratto di Margutte i riferimenti all’autore del celebre sonetto S’i’ fosse fuoco, in particolar modo nel gesto estremo del parricidio, costantemente vagheggiato da Cecco nei suoi irriverenti componimenti – uno dei primi esponenti, insieme con Iacopone da Todi, anche se in tutt’altra direzione ovviamente [10]. Tradizione che affonda le radici nella manifestazione popolare per antonomasia, il carnevale, in cui si assiste al violento rovesciamento delle norme consuete in favore di un’espressione libera, senza freni, della materialità e dell’immoralità.

Ho già annunciato la fine comica di Margutte, che muore dal ridere osservando una scimmia con indosso i suoi stivali. E il comico accompagna questo memorabile personaggio, questa maschera del Male e del burlesco perfettamente riuscita, anche nel suo destino ultraterreno, svelato dall’arcangelo Gabriele ad Orlando morente: «Tu vuoi sapere di Margutte il ribaldo: / sappi che egli è già di Belzebù l’araldo; // e ride ancora, e riderà in etterno / come solea (ma tu nol conoscesti), / ed è quanto sollazzo è nello inferno» (XXVII, ottave 139-140). Un epilogo davvero geniale: dopo la morte Margutte discende alla destra di Satana e non ci sono pene nel suo destino – del resto, si è reso protagonista di così tante malefatte che non si saprebbe dove collocarlo -, ma un eterno riso; quello stesso riso che suggella l’esperienza esistenziale e letteraria del suo geniale creatore.

Il Morgante di Luigi Pulci, in un’ipotetica storia dell’alternativa letteraria italiana, occuperebbe una posizione di assoluto rilievo, in quanto rappresenta l’alternativa a quella dimensione cortigiana, classicheggiante e platonica che domina la letteratura seria, diciamo pure ufficiale, del Quattrocento e, più in generale, dell’intero Rinascimento. Nel comico pulciano, che trova la sua più grande realizzazione nel personaggio di Margutte, si trova quella forza eversiva ed alternativa propria del riso, descritta così da Muzzioli:

«Il riso del comico rovina il rito, ne abbassa il tenore e ne mostra il vuoto con un gesto insubordinato e imprevisto. Nei generi seri tutto si svolge nella testa, o meglio nella sede della ragione assennata e morale; nel comico a muoversi è invece la pancia, ci sono le contrazioni e i sussulti peristaltici del riso, che può essere contagioso e addirittura inarrestabile, quando esplode contro la stessa volontà di trattenerlo e quando non si riesce a fermare, finché non coincide con quello che dovrebbe essere il suo opposto, le lacrime. I generi seri sono spiritualisti e aspirano ad essere considerati superiori in virtù del valore estetico; il comico è materialista e realista, se ne infischia degli inestetismi. Il comico muove il basso del corpo, e muove verso il basso anche come tematica. Basta accennare a certe parti o a certe funzioni e il riso affiora, collegato all’emergere di ciò che non dovrebbe essere nominato, del rimosso e del represso» [11].

NOTE

[1] Per un approfondimento sul filosofo rimando all’articolo Marsilio Ficino – Tutta l’importanza e la grandezza dell’amore.

[2] Per un approfondimento sul filosofo rimando all’articolo Il concetto di uomo nel pensiero filosofico rinascimentale.

[3] Per un approfondimento sul poeta rimando all’articolo Angelo Poliziano, Fabula di Orfeo.

[4] Per un approfondimento sulla Commedia, e in particolar modo sulla prima cantica, l’Inferno, rimando agli articoli Sulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Prima parte, Sulle orme di Dante: in cammino per il «doloroso regno». Seconda parte.

[5] Per un approfondimento sul Decameron rimando agli articoli Giovanni Boccaccio, uno scrittore al servizio delle donne Decameron, Il comico boccaccesco: ser Ciappelletto, frate Cipolla e Calandrino, Il dominio della Fortuna nella novella di Landolfo Rufolo, Andreuccio da Perugia ovvero la novella di formazione, Federigo degli Alberighi, quanto costa la cortesia, Cavalcanti nel Decameron: lui solo vivo tra tanti morti.

[6] Per un approfondimento sul capolavoro di Leopardi rimando all’articolo Sulle Operette morali.

[7] Per un approfondimento sul plurilinguismo dantesco rimando all’articolo Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

[8] Luigi Pulci, Morgante, Garzanti, Milano 1989.

[9] Per la lettura e l’analisi della prima novella del Decameron rimando al già citato articolo Il comico boccaccesco: ser Ciappelletto, frate Cipolla e Calandrino.

[10] Per un approfondimento su Cecco Angiolieri e Iacopone da Todi quali iniziatori della lunga e florida tradizione della letteratura alternativa italiana, rimando all’articolo Genesi dell’alternativa letteraria italiana: Iacopone da Todi e Cecco Angiolieri.

[11] Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, Milano 2014, p. 53.

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