Domenico Ghirlandaio, Angelo Poliziano e Piero de Medici, Cappella Sassetti, Santa Trinita, Firenze.

Tra i maggiori protagonisti del Quattrocento, Angelo Poliziano ha segnato indelebilmente la storia della letteratura italiana, con la sua attività filologica – ricordo le riflessioni raccolte nei Miscellanea – e con la sua attività poetica (non sarebbe certo disonesto definirlo il più grande poeta italiano del XV secolo), di cui spiccano le Stanze per la giostra del Magnifico Giuliano e la Fabula di Orfeo. In particolar modo, quest’ultimo testo, risalente al 1480, si impone come la prima opera drammatica in lingua italiana di argomento non religioso. Poliziano mutua la struttura della Fabula – nell’accezione latina di testo teatrale – dalle diffusissime sacre rappresentazioni, passando però dal sacro al profano, dal mito biblico-cristiano al mito classico, tra l’altro uno dei miti classici più affascinanti e discussi di sempre – si pensi ai Dialoghi con Leucò di Pavese [1] -.

Questa la vicenda. Il pastore Aristeo confessa al “collega” Mopso di essere innamorato di Euridice. Dopo la confessione Aristeo si lancia all’inseguimento della donna, tentando di convincerla a ricambiare il suo amore, ma Euridice perde la vita, morsa da un serpente. Orfeo, disperato per la morte della moglie, scende negli Inferi e con il suo canto riesce ad ammaliare l’intero oltretomba, compreso l’implacabile Plutone, che accetta la proposta del vedovo: può riportare Euridice nel mondo dei vivi, ma senza voltarsi. Come è noto Orfeo non resiste, si volta e perde Euridice per sempre. Senza più una ragione di vita ripudia l’amore. La sua fine è drammatica e violenta: le Baccanti lo dilaniano, lo decapitano, in preda alla loro proverbiale, folle ebbrezza.

Nella Fabula Poliziano realizza una sintesi tra la fortunata materia pastorale e la materia mitologica, nel segno dei grandi classici naturalmente. Modello principale è senza dubbio Virgilio, dal quale Poliziano trae ispirazione sia per il motivo pastorale, dalle Bucoliche, che per quello mitologico, con il poeta latino che narra la triste storia di Orfeo ed Euridice nel IV libro delle Georgiche. Come in tutta la produzione poetica di Poliziano, anche nella Fabula compare l’aspirazione ad una vita idilliaca, di fatto estranea alla devastante dimensione spazio-temporale e dilatata nell’illimitato e nell’eterno, dove le supreme idee di bellezza e di amore possano concretizzarsi in tutto il loro splendore, in un’atmosfera astratta e fuori della realtà. Orfeo incarna inoltre il sogno del poeta, e della poesia tutta, capace di vincere persino la morte, di piegare al proprio cospetto l’oltretomba. Ma tutto questo crolla, va in frantumi insieme con il triste destino dell’eroe, Orfeo, straziato dalle Baccanti. Poliziano dapprima esalta e poi spazza via i valori della sua stessa poesia, e della poesia di un intero secolo, il Quattrocento. È come se egli abbattesse un intero mondo, quello umanistico, rivelandone spietatamente la fragilità. E nella conclusiva danza macabra delle Baccanti assassine, ubriache fradice, si riflette forse quella forza barbara e inarrestabile che domina e dominerà sempre la vita reale, annientando la poesia. Di seguito, il testo integrale della Fabula di Orfeo.

FABULA DI ORFEO

MERCURIO annunziatore delle feste

Silenzio. Udite. E’ fu già un pastore
figliuol d’Apollo, chiamato Aristeo.
Costui amò con sì sfrenato ardore
Euridice, che moglie fu di Orfeo,
che seguendola un giorno per amore
fu cagion del suo caso acerbo e reo:
perché, fuggendo lei vicina all’acque,
una biscia la punse; e morta giacque.

Orfeo cantando all’Inferno la tolse,
ma non poté servar la legge data,
ché ‘l poverel tra via dietro si volse
sì che di nuovo ella gli fu rubata:
però ma’ più amar donna non volse,
e dalle donne gli fu morte data.

Séguita un pastore schiavone:

State tenta, bragata! Bono argurio,
ché di cievol in terra vien Marcurio.

MOPSO pastor vecchio:

Hai tu veduto un mio vitelin bianco,
ch’ha una macchia nera in sulla fronte
e duo piè rossi et un ginocchio e ‘l fianco?

ARISTEO pastor giovane:

Caro mio Mopso, a piè di questo fonte
non son venuti questa mane armenti,
ma senti’ ben mugghiar là drieto al monte.
Va’, Tirsi, e guarda un poco se tu ‘l senti.
Tu, Mopso, intanto ti starai qui meco,
ch’i’ vo’ ch’ascolti alquanto i mie’ lamenti.
Ier vidi sotto quello ombroso speco
una ninfa più bella che Dïana,
ch’un giovane amatore avea seco.
Com’io vidi sua vista più che umana,
subito mi si scosse il cor nel pecto
e mie mente d’amor divenne insana:
tal ch’io non sento, Mopso, più dilecto
ma sempre piango, e ‘l cibo non mi piace,
e senza mai dormir son stato in letto.

MOPSO:

Aristeo mio, questa amorosa face
se di spegnerla tosto non fai pruova,
presto vedrai turbata ogni tua pace.
Sappi ch’amor non m’è già cosa nuova;
so come mal, quand’è vecchio, si regge:
rimedia tosto, or che ‘l rimedio giova.
Se tu pigli Aristeo, suo dure legge,
e’ t’uscirà del capo e sciami et orti
e vite e biade e paschi e mandre e gregge.

ARISTEO:

Mopso, tu parli queste cose a’ morti:
sì che non spender meco tal parole,
acciò che ‘l vento via non se le porti.
Aristeo ama e disamar non vuole,
né guarir cerca di sì dolce doglie:
quel loda Amor che di lui ben si duole.
Ma se punto ti cal delle mie voglie,
deh, tra’ fuor della tasca la zampogna,
e canteren sotto l’ombrose foglie:
ch’i’ so che la mia ninfa el canto agogna.

Canzona.

Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.

La bella ninfa è sorda al mio lamento
e ‘l suon di nostra fistula non cura:
di ciò si lagna el mio cornuto armento,
né vuol bagnar il grifo in acqua pura;
non vuol toccar la tenera verdura,
tanto del suo pastor gl’incresce e dole.

Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.

Ben si cura l’armento del padrone:
la ninfa non si cura dell’amante,
la bella ninfa che di sasso ha ‘l core,
anzi di ferro, anzi l’ha di diamante.
Ella fugge da me sempre davante
com’agnella dal lupo fuggir suole.

Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.

Digli, zampogna mia, come via fugge
cogli anni insieme suo bellezza snella
e digli come ‘l tempo ne distrugge,
né l’età persa mai si rinnovella:
digli che sappi usar suo forma bella,
ché sempre mai non son rose e viole.

Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.

Portate, venti, questi dolci versi
drento all’orecchie della donna mia:
dite quante io per lei lacrime versi
e la pregate che crudel non sia;
dite che la mie vita fugge via

e si consuma come brina al sole.

Udite, selve, mie dolce parole,
poi che la ninfa mia udir non vuole.

MOPSO:

El non è tanto el mormorio piacevole
delle fresche acque che d’un sasso piombano,
né quanto soffia un ventolino agevole
fra le cime de’ pini e quelle trombano,
quanto le rime tue son sollazzevole,
le rime tue che per tutto rimbombano:
s’ella l’ode, verrà com’una cucciola.
Ma ecco Tirsi che del monte sdrucciola.
Ch’è del vitello? ha’lo tu ritrovato?

TIRSI:

Sì, così gli avessi el collo mozzo!
ché poco men che non m’ha sbudellato,
sì corse per volermi dar di cozzo.
Pur l’ho poi nella mandria raviato,
ma ben so dirti che gli ha pieno il gozzo:
i’ ti so dir che gli ha stivata l’epa
in un campo di gran, tanto che crepa.

Ma io ho vista una gentil donzella
che va cogliendo fiori intorno al monte.
I’ non credo che Vener sia più bella,
più dolce in acto o più superba in fronte:
e parla e canta in sì dolce favella
che i fiumi isvolgerebbe inverso il fonte;
di neve e rose ha ‘l volto e d’or la testa,
tutta soletta e sotto bianca vesta.

ARISTEO:

Rimanti, Mopso, ch’i’ la vo’ seguire,
perché l’è quella di chi io t’ho parlato.

MOPSO:

Guarda, Aristeo, che ‘l troppo grande ardire
non ti conduca in qualche tristo lato.

ARISTEO:

O mi convien questo giorno morire,
o tentar quanta forza abbia ‘l mie fato.
Rimanti, Mopso, intorno a questo fonte,
ch’i’ vogl’ire a trovalla sopra ‘l monte.

MOPSO:

O Tirsi, che ti par del tuo car sire?
Vedi tu quanto d’ogni senso è fore!
Tu gli potresti pur talvolta dire
quanta vergogna gli fa questo amore.

TIRSI:

O Mopso, al servo sta bene ubidire,
e matto è chi comanda al suo signore.
Io so che gli è più saggio assai che noi:
a me basta guardar le vacche e ‘ buoi.

ARISTEO ad Euridice:

Non mi fuggire, donzella,
ch’i’ ti son tanto amico
e che più t’amo che la vita e ‘l core.
Ascolta, o ninfa bella,
ascolta quel ch’i’ dico;
non fuggir, ninfa, chi ti porta amore.
Non son qui lupo o orso,
ma son tuo amatore:
dunque rafrena il tuo volante corso.
Poi che el pregar non vale
e tu via ti dilegui,
e’ convien ch’io ti segui.
Porgimi, Amor, porgimi or le tue ale!

Seguitando Aristeo Euridice, ella si fugge drento alla Selva, dove punta dal serpente grida, e simile Aristeo.

Segue poi UN PASTORE ad Orfeo così:

Crudel novella ti rapporto, Orfeo:
che tuo ninfa bellissima è defunta.
Ella fuggiva l’amante Aristeo,
ma quando fu sopra la riva giunta,
da un serpente venenoso e reo
ch’era fra l’erb’e fior, nel piè fu punta:
e fu tanto possente e crudo el morso
ch’ad un tratto finì la vita e ‘l corso.

ORFEO:

Dunque piangiamo, o sconsolata lira,
ché più non si convien l’usato canto.
Piangiam, mentre che ‘l ciel ne’ poli agira
e Filomela ceda al nostro pianto.
O cielo, o terra, o mare! o sorte dira!
Come potrò soffrir mai dolor tanto?
Euridice mia bella, o vita mia,
senza te non convien che ‘n vita stia.

Andar convienmi alle tartaree porte
e provar se là giù merzé s’empetra.
Forse che svolgeren la dura sorte
co’ lacrimosi versi, o dolce cetra;
forse ne diverrà pietosa Morte
ché già cantando abbiam mosso una pietra,
la cervia e ‘l tigre insieme avemo accolti
e tirate le selve, e ‘ fiumi svolti.

Pietà! Pietà! del misero amatore
pietà vi prenda, o spiriti infernali.
Qua giù m’ha scorto solamente Amore,
volato son qua giù colle sue ali.
Posa, Cerbero, posa il tuo furore,
ché quando intenderai tutte e’ mie mali,
non solamente tu piangerai meco,
ma qualunque è qua giù nel mondo cieco.

Non bisogna per me, Furie, mugghiare,
non bisogna arricciar tanti serpenti:
se voi sapessi le mie doglie amare,
faresti compagnia a’ mie lamenti.
Lasciate questo miserel passare
ch’ha ‘l ciel nimico e tutti gli elementi,
che vien per impetrar merzé da Morte:
dunque gli aprite le ferrate porte.

PLUTO:

Chi è costui che con suo dolce nota
muove l’abisso, e con l’ornata cetra?
I’ veggo fissa d’Issïon la rota,
Sisifo assiso sopra la sua petra
e le Belide star con l’urna vota,
né più l’acqua di Tantalo s’arretra;
e veggo Cerber con tre bocche intento
e le Furie aquietate al pio lamento.

ORFEO:

O regnator di tutte quelle genti
ch’hanno perduto la superna luce,
al qual discende ciò che gli elementi,
ciò che natura sotto ‘l ciel produce,
udite la cagion de’ mie’ lamenti.
Pietoso amor de’ nostri passi è duce:
non per Cerber legar fei questa via,
ma solamente per la donna mia.

Una serpe tra’ fior nascosa e l’erba
mi tolse la mia donna, anzi il mio core:
ond’io meno la vita in pena acerba,

né posso più resistere al dolore.
Ma se memoria alcuna in voi si serba
del vostro celebrato antico amore,
se la vecchia rapina a mente avete,
Euridice mie bella mi rendete.

Ogni cosa nel fine a voi ritorna,
ogni cosa mortale a voi ricade:
quanto cerchia la luna con suo corna
convien ch’arrivi alle vostre contrade.
Chi più chi men tra’ superi soggiorna,
ognun convien ch’arrivi a queste strade;
quest’è de’ nostri passi estremo segno:
poi tenete di noi più longo regno.

Così la ninfa mia per voi si serba
quando suo morte gli darà natura.
Or la tenera vite e l’uva acerba
tagliata avete colla falce dura.
Chi è che mieta la sementa in erba
e non aspetti che la sia matura?
Dunque rendete a me la mia speranza:
i’ non vel cheggio in don, quest’è prestanza.

Io ve ne priego pelle turbide acque
della palude Stigia e d’Acheronte;
pel Caos onde tutto el mondo nacque
e pel sonante ardor di Flegetonte;
pel pomo ch’a te già, regina, piacque
quando lasciasti pria nostro orizonte.
E se pur me la nieghi iniqua sorte,
io non vo’ su tornar, ma chieggio morte.

PROSERPINA:

Io non credetti, o dolce mie consorte,
che Pietà mai venisse in questo regno:
or la veggio regnare in nostra corte
et io sento di lei tutto ‘l cor pregno;
né solo i tormentati, ma la Morte
veggio che piange del suo caso indegno:
dunque tua dura legge a lui si pieghi,
pel canto, pell’amor, pe’ giusti prieghi.

PLUTO:

Io te la rendo, ma con queste leggi:
che la ti segua per la ceca via,
ma che tu mai la suo faccia non veggi
finché tra’ vivi pervenuta sia;
dunque el tuo gran disire, Orfeo, correggi,
se non, che tolta subito ti fia.

I’ son contento che a sì dolce plettro
s’inchini la potenza del mio scettro.

Orfeo vien cantando alcuni versi lieti e volgesi.

EURIDICE parla:

Oimè, che ‘l troppo amore
n’ha disfatti ambendua.
Ecco ch’i’ ti son tolta a gran furore,
né sono ormai più tua.
Ben tendo a te le braccia, ma non vale,
ché ‘ndrieto son tirata. Orfeo mie, vale!

ORFEO:

Oimè, se’ mi tu tolta,
Euridice mie bella? O mie furore,
o duro fato, o ciel nimico, o Morte!
O troppo sventurato el nostro amore!
Ma pur un’altra volta
convien ch’i’ torni alla plutonia corte.

UNA FURIA:

Più non venire avanti, anzi ‘l piè ferma
e di te stesso omai teco ti dole:
vane son tuo parole,
vano el pianto e ‘l dolor. Tuo legge è ferma.

ORFEO:

Qual sarà mai sì miserabil canto
che pareggi il dolor del mie gran danno?
O come potrò mai lacrimar tanto

ch’i’ sempre pianga el mio mortale affanno?
Starommi mesto e sconsolato in pianto
per fin ch’e’ cieli in vita mi terranno:
e poi che sì crudele è mia fortuna,
già mai non voglio amar più donna alcuna.

Da qui innanzi vo’ côr e fior novelli,
la primavera del sesso migliore,
quando son tutti leggiadretti e snelli:
quest’è più dolce e più soave amore.
Non sie chi mai di donna mi favelli,
po’ che mort’è colei ch’ebbe ‘l mio core;
chi vuol commerzio aver co’ mie’ sermoni
di feminile amor non mi ragioni.

Quant’è misero l’huom che cangia voglia
per donna o mai per lei s’allegra o dole,
o qual per lei di libertà si spoglia
o crede a suo’ sembianti, a suo parole!
Ché sempre è più leggier ch’al vento foglia

e mille volte el dì vuole e disvole;
segue chi fugge, a chi la vuol s’asconde,
e vanne e vien come alla riva l’onde.

Fanne di questo Giove intera fede,
che dal dolce amoroso nodo avinto
si gode in cielo il suo bel Ganimede;
e Febo in terra si godea Iacinto;
a questo santo amore Ercole cede
che vinse il mondo e dal bello Ila è vinto:
conforto e’ maritati a far divorzio,
e ciascun fugga el feminil consorzio.

UNA BACCANTE:

Ecco quel che l’amor nostro disprezza!
O, o, sorelle! O, o, diamoli morte!
Tu scaglia il tirso; e tu quel ramo spezza;
tu piglia o sasso o fuoco e gitta forte;
tu corri e quella pianta là scavezza.
O, o, facciam che pena el tristo porte!
O, o, caviangli il cor del petto fora!
Mora lo scelerato, mora! mora!

Torna la BACCANTE con la testa di Orfeo e dice:

O, o! O, o! mort’è lo scelerato!
Euoè! Bacco, Bacco, i’ ti ringrazio!
Per tutto ‘l bosco l’abbiamo stracciato,
tal ch’ogni sterpo è del suo sangue sazio.
L’abbiamo a membro a membro lacerato
in molti pezzi con crudele strazio.
Or vadi e biasimi la teda legittima!
Euoè Bacco! accepta questa vittima!

EL CORO DELLE BACCANTE:

Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!

Chi vuol bevere, chi vuol bevere,
venga a bevere, venga qui.
Voi ‘mbottate come pevere:
i’ vo’ bevere ancor mi!
Gli è del vino ancor per ti,
lascia bevere inprima a me.

Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!

Io ho voto già il mio corno:
damm’un po’ ‘l bottazzo qua!
Questo monte gira intorno,

e ‘l cervello a spasso va.
Ognun corra ‘n za e in là
come vede fare a me.

Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!

I’ mi moro già di sonno:
son io ebria, o sì o no?
Star più ritte in piè non ponno:
voi siate ebrie, ch’io lo so!
Ognun facci come io fo:
ognun succi come me!

Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè!

Ognun cridi: Bacco, Bacco!
e pur cacci del vin giù.
Po’ co’ suoni faren fiacco:
bevi tu, e tu, e tu!
I’ non posso ballar più.
Ognun cridi: euoè!

Ognun segua, Bacco, te!
Bacco, Bacco, euoè! [2]

NOTE

[1] Anch’io, nella mia modestia, ho scritto un testo dedicato al celebre mito, l’operetta tumorale Dialogo di Orfeo e di Euridice.

[2] Il testo è tratto da Angelo Poliziano, Stanze, Orfeo, Rime, introduzione, note e indici di Davide Puccini, Garzanti, Milano 1992.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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