«L’impressionista è l’uomo umiliato a grammofono del mondo esterno».

Hermann Bahr

È sulla base di contrasti e di connessioni che Muzzioli, nel Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, individua gli aspetti caratteristici dell’Espressionismo. Quest’oggi vorrei concentrare l’attenzione su uno in particolare di questi contrasti, il più suggestivo forse, soprattutto alla luce dei testi e delle opere cui ricorreremo nel corso dell’articolo, quello che vede opposto l’Espressionismo all’Impressionismo. Contrasto riducibile all’opposizione attivo vs passivo. Ma ricorriamo direttamente alle parole limpide e precise di Muzzioli:

«L’Impressionismo […] nella sua stessa denominazione, si propone come una disposizione ricettiva. E qui potrebbe vantare la propria importanza come registrazione del nuovo. Al di là di ogni avvenimento epocale, infatti, la novità più profonda – dicono: di un periodo di cambiamenti sempre più rapidi come la modernità – è costituita appunto dai modi del vivere (le structures of feeling) e di recepire i fenomeni. Per essere adeguatamente al passo con il suo tempo, l’arte prova a cogliere addirittura in anticipo tali mutamenti del sentire. Altro aspetto che potrebbe essere vantato dall’Impressionismo a suo favore è la prospettiva di ritorno al prius, al momento vergine del percepire, al di sotto delle sovrastrutture culturali governate dall’abitudine. Mettendosi a livello delle sensazioni, infatti, l’artista cerca di cogliere le cose con una libertà riconquistata rispetto alle conformazioni di quello che non a caso si chiama “senso comune” o “buon senso”. Tuttavia, nella posizione del ricevente degli stimoli si può nascondere la persistenza dell’atteggiamento contemplativo, la visuale privilegiata nel contorno della natura. Un altro limite parallelo è la permanenza nell’estetico (“estetica” indica proprio nell’etimo il momento percettivo). Se l’arte è collocata nella capacità di assorbire sensazioni pure, non contaminate dall’intelletto, ciò in fondo corrobora l’idea invalsa dell’artista come essere speciale, dotato di antenne che mancano agli uomini normali, una specie di sensitivo.
L’Espressionismo contiene invece nel suo nome una spinta, un incentivo dell’attività. Perciò, rispetto al modo di vita, si presenta non come semplice ricezione, ma come reazione. Quindi al contemplativo si sostituisce un atteggiamento dinamico. Non solo la consapevolezza del nuovo scenario, ma anche una contro-risposta ad esso. Mentre l’Impressionismo non può che realizzarsi nella dispersione (fino al puntinismo) che tuttavia conserva effetti suggestivi, l’Espressionismo si concentra nell’impatto di un gesto. Dunque inserisce una energia polemica, che innerva la materia della sua significazione o, se si vuole, della sua semiotica. Mentre una possibilità era quella di “lasciarsi imprimere”, quest’altra è quella di ex-primere, cioè di sprigionare una forza, nei modi della carica o comunque della tensione. Nel caso dell’Espressionismo la “volontà artistica”, che non si esime dal rompere le forme, non ha l’estetico come obiettivo; piuttosto il punto su cui deve essere valutata (o chiede di essere valutata) è in termini di efficacia. Il linguaggio o la materia segnica sono utilizzati come corpo contundente il cui effetto non può essere previsto, ma s’impone di non essere tranquillamente ricevibile.
Si tratta sempre di “pressione”, come indicano i termini stessi. Senonché, nell’Espressionismo, la pressione dell’esterno verso l’interno (del mondo verso il soggetto) è vista come avversa e dolorosa, e si rovescia quindi in un impulso uguale e contrario del soggetto verso il mondo. In realtà la pressione che si produce in questo movimento riguarda il soggetto stesso che, non reggendo o non ammortizzando il peso del mondo fa di sé uno strumento che “sprizza”, per così dire, il proprio materiale comunicativo. Se mi si passa l’espressione, al modo di un contenuto troppo compresso che erompe fuori con virulenza. L’energia dell’impulso diventa più importante della conformità all’orizzonte dei fruitori, che non viene preso in considerazione come determinante, né sarebbe possibile in quanto la divergenza è immaginata in tutti» [1].

L’avversione nei confronti dell’Impressionismo viene individuata quale tratto principale dell’Espressionismo dal suo più importante esegeta, Hermann Bahr, nell’omonimo saggio del 1916 [2]. Con un tono particolarmente polemico, Bahr dichiara conclusa la superficiale, supina, passiva, muta stagione dell’Impressionismo, annunciando l’avvento della profonda, combattiva – anarchicamente combattiva -, attiva, urlante stagione dell’Espressionismo, in cui l’uomo si riappropria del proprio spirito, della propria anima rubatagli dalla macchina (macchina in Italia esaltata quale nuovo mito dal Futurismo [3], e il cui dominio viene invece sottoposto ad una dura e implacabile critica dai due più grandi romanzieri italiani dell’epoca: Italo Svevo, in particolar modo nella memorabile e devastante conclusione della Coscienza di Zeno [4], e Luigi Pirandello, già nel Fu Mattia Pascal [5], precorrendo dunque, seppur solo per brevi accenni, le istanze espressionistiche, e poi, in modo ben più organico, sistematico, nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore).

«L’impressionismo non è altro che l’ultima parola dell’arte classica, portata a completo compimento, nel momento in cui cerca di accrescere al massimo la vista esterna, spegnendo per quanto possibile quella interna, indebolendo però sempre la vita propria, l’attività, l’attività autonoma, la volontà dell’occhio e facendo così dell’uomo il soggetto completamente passivo dei suoi sensi. “Mais moi-même je n’existais plus, j’étais simplement la somme de tout ce que je voyais“: in questa frase Barrès ha espresso tutto il vero carattere dell’impressionismo. In quest’epoca artisti e dilettanti hanno a poco a poco dimenticato che l’uomo è dotato anche degli occhi dello spirito. […] Ma ora sembra che nell’ultima generazione si annunci di nuovo e con grande intensità lo spirito. Allontanandosi dalla vita esteriore si rivolge a quella interiore, ascolta le voci delle sue zone più riposte e crede che l’uomo non sia solo l’eco del suo mondo, ma forse colui che l’ha creato ritenendosi comunque altrettanto forte quanto lui. Una generazione simile non potrà non rinnegare l’impressionismo ed esigere un’arte che veda di nuovo con gli occhi dello spirito: all’impressionismo segue l’espressionismo […]».

E ancora, più chiaramente, più aspramente, fino a raggiungere il tono vibrante e acro dell’invettiva:

«L’impressionismo è il rinnegamento dello spirito da parte dell’uomo, l’impressionista è l’uomo umiliato a grammofono del mondo esterno. Si è accusato l’impressionismo di non “portare a compimento” i propri quadri. Ma gli impressionisti non soltanto non portano a compimento i loro quadri, ma anche l’atto del vedere perché l’uomo dell’epoca borghese non porta a compimento la vita, essi si fermano nel mezzo della vista, proprio là dove l’uomo comincia a partecipare alla vita. Si fermano a metà dell’atto del vedere, dove l’occhio dopo essere stato interrogato, deve dare una risposta. […] L’occhio dell’impressionista percepisce soltanto, non parla, recepisce le domande, ma non risponde. Gli impressionisti invece degli occhi hanno un paio di orecchi, ma non la bocca. L’uomo dell’epoca borghese infatti non è che orecchio, è in ascolto del mondo, ma non gli infonde il suo respiro. Non ha bocca, è incapace di parlare lui stesso del mondo, di pronunciare la legge dello spirito. L’espressionista invece spalanca la bocca dell’umanità, che per troppo tempo ha ascoltato e taciuto e ora intende annunciare la risposta dello spirito» [6].

Dall’esegeta passiamo ora all’artista espressionista, verificando quanto quest’avversione, questa ostilità nei confronti dell’Impressionismo oltreché teorica sia anche pratica. Mi rivolgo a Lorenzo Viani [7], tra i pochi, pochissimi pittori e scrittori italiani autenticamente, profondamente, visceralmente espressionisti. Scartabellando tra i suoi testi, si trova una dichiarazione anti-impressionista inequivocabile e chiara, che non lascia spazio a interpretazioni:

«L’impressionismo è contro lo stile. È la cronaca dell’arte pura. Chi si compiace di far delle impressioni dimostra di essere superficiale e irriflessivo. L’impressionista è oggettivo. L’artista è profondamente soggettivo» [8].

Superficialità vs profondità, oggettività vs soggettività, il tutto incorniciato in una prospettiva sociale, a trazione anarchica, che caratterizza ogni singola stilla di colore e d’inchiostro versata da Viani, e che non bisogna mai, per nessun motivo, dimenticare accostandosi all’opera artistica e letteraria del viareggino.

Ora, c’è un luogo in cui questo contrasto tra Espressionismo e Impressionismo si fisicizza, regalando al visitatore consapevole un’esperienza davvero significativa, che meglio di questo inutile articolo chiarisce la questione: il Musée de l’Orangerie, a Parigi. Qui ci si imbatte subito – e la stragrande maggioranza dei visitatori vi si reca esclusivamente per quest’opera – nelle maestose Ninfee di Monet. Ci ritroviamo così in quella che, con particolare arguzia, è stata definita da André Masson la «Cappella Sistina dell’Impressionismo».

Claude Monet, Ninfee, 1920-1926.

Le Ninfee di Monet… mute, vuote, superficiali. Qui dentro si parla ancora di bellezza, di arte pura, dell’arte per l’arte e via dicendo. Osservo questo straordinario capolavoro dell’intera storia dell’arte e non provo nulla, assolutamente nulla. La pittura di Monet non mi parla, mi avvolge soltanto come un abito sfarzoso e costosissimo in cui non mi trovo a mio agio, e che so che indosserò una sola volta nella vita. Il trionfo della superficialità nell’arte! Eh, ma prima di lasciare l’Orangerie dovete passare per la sala di Soutine, e non dovete limitarvi ad attraversarla di corsa gettandovi solo qualche occhiata rapida e distratta, no. Dovete fermarvi e osservare le tele variopinte e multiformi con attenzione…

Chaïm Soutine, Glaieuls, 1919.

Chaïm Soutine, Le case, 1921.

Chaïm Soutine, Bue e testa di vitello, 1923.

Le Ninfee di Monet sono mute – le tele di Soutine gridano! e con tanta veemenza che vi schizzano in faccia spruzzi di saliva! Le Ninfee di Monet sono le carezze artefatte e insincere di una puttana che non potete permettervi – le tele di Soutine sono coltellate! lame nel ventre che vi squarciano fin dentro le viscere! Le Ninfee di Monet profumano – le tele di Soutine puzzano! dalle carcasse squartate esalano miasmi insopportabili! Le Ninfee di Manet sono ciò che vorremmo essere ma che non saremo mai – le tele di Soutine sono ciò che siamo! Espressionismo vs Impressionismo: è tutto qui, in pochi metri quadri.

NOTE

[1] Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, Milano 2014, pp. 73-75.

[2] Per un approfondimento sul saggio di Bahr rimando agli articoli L’Espressionismo è un grido – I, L’Espressionismo è un grido – II.

[3] Per un approfondimento sul Futurismo e una panoramica sui vari approcci letterari alla macchina rimando agli articoli I Manifesti delle avanguardie – Futurismo, Il mito della macchina nella letteratura italiana.

[4] Per un approfondimento sul romanzo di Svevo rimando all’articolo La coscienza di Zeno: originalità e malattia della vita.

[5] Per un approfondimento sul romanzo di Pirandello rimando all’articolo Vivo morto, morto vivo… insomma, Mattia Pascal.

[6] Hermann Bahr, Espressionismo, traduzione di Fabrizio Cambi, Silvy, Scurelle 2012.

[7] Per un approfondimento sul pittore e scrittore viareggino rimando agli articoli Lorenzo Viani scrittore. Prima parte, Seconda parte, Terza parte e Bibliografia.

[8] Luisa Petruni Cellai, Lorenzo Viani. Testi inediti e rari, Tipografia Pezzini, Viareggio 1982, p. 111.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: