“Canti tribali, lamenti d’amore, inni religiosi e mugugni di fatica.
Da sempre il canto come espressione più sincera dei sentimenti ha caratterizzato i momenti fondamentali della vita umana.”
Un lungo percorso culturale, socialeed evolutivo ha avuto come protagonista l’uomo. Bene, senza addentrarci in elucubrazioni storico-antropologiche, è innegabile che lo strumento del canto e la forza dei versi hanno avuto un importanza fondamentale in questo processo. Nei riti religiosi come nelle rivolte popolari si sono intonati canti, recitato versi e suonato inni. Dalle litanie dei Misteri eleusini, ai canti dei bluesman nelle piantagioni di cotone.
In questa serie di articoli si approfondirà una delle accezioni  più importati nella storia della musica e del canto. Le canzoni di Protesta. I mugugni, la denuncia sociale, le speranze e la rabbia, tutte racchiuse in splendide canzoni o in veri inni del popolo.

Claudio Lolli, poeta e cantautore per quello che può significare. Devo subito ammettere il mio amore sconfinato per il cantastorie bolognese e la sua produzione lunare e tagliente. L’introspezione è la sua caratteristica principale. Il suo merito più grande è quello di essere sempre rimasto fedele a se stesso alla maniera di Paolo Conte, senza scadere mai di tono o sguazzare in una pozza di popolarità spesso stagnante. Lolli sempre stato un introverso, un melanconico, un poeta e permettetemi “un  vero compagno”, nel senso più arcaico del termine, riferito ai “comunitardi”di Fra Dolcino e più indietro ancora nella storia. Insieme ad artisti come  Guccini e De Andrè ha incarnato la vera canzone impegnata  in Italia, in particolar modo con l’amico bolognese ha condiviso canzoni, pensieri e qualche bicchiere di vino all’Osteria delle dame. L’anelito di protesta in Lolli è leggero, è un fremito necessario che pervade i suoi dischi e che emoziona, e che sorprende sempre. Non si ritroveranno in lui gli inni popolari di Paolo Pietrangeli o le invettive anarchiche del De Andrè maturo, ma una lucida prospettiva sognante, ma cruda e vera.
Claudio Lolli nasce nel 1950 a Bologna, sin da bambino dimostra un atteggiamento solitario ed introspettivo. Si interessa alla musica inglese e inizia a suonare e scrivere canzoni, negli anni del liceo diventa per lui un vero e proprio sfogo artistico. Oltre al suo talento, sarà l’ambiente in cui cresce ad aiutare la sua carriera, le canzoni scritte al liceo saranno infatti ascoltate da Francesco Guccini, in quel luogo mitico che corrisponde appunto all’Osteria delle dame. Proprio Guccini presenta Lolli alla EMI, che produrrà i suoi primi e migliori album.
Già nell’opera prima Aspettando Godot, oltre a dimostrare grande raffinatezza e maturità, offre una panoramica sul mondo con gli occhi dell’artista, che guarda in tutte le dimensioni della vita. Analizzando con una leggiadria irreale temi come l’amicizia (Michel), la morte e la difficoltà di vivere, testi come quello di Angoscia metropolitana ci mostrano l’empatia che Lolli possiede nei confronti dell’esistente, una capacità che ho trovato sono in pochissimi artisti. Il disco ci regala inoltre alcune delle canzoni più conosciute del suo repertorio, pervase da una voglia di protesta e rivolta del tutto personale. In particolare la celeberrima Borghesia, dove racconta e sbeffeggia le classi sociali più agiate e bigotte.

“Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.
Sei contenta se un ladro muore o se si arresta una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore acquista una nuova campana.
Sei soddisfatta dei danni altrui ti tieni stretta i denari tuoi
assillata dal gran tormento che un giorno se li riprenda il vento.
E la domenica vestita a festa con i capi famiglia in testa
ti raduni nelle tue Chiese in ogni città, in ogni paese.
Presti ascolto all’omelia rinunciando all’osteria
così grigia così per bene, ti porti a spasso le tue catene.
Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia
io non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia.” 
                                                                             ( Borghesia – Lolli )

Altre canzoni di quel magnifico Lp hanno la forza dirompente della protesta e della denuncia sociale, come Quelli come noi. Negli album successivi la vena sociale di Claudio Lolli non svanisce, anzi esce spesso rafforzata, in pezzi come Morire di Leva meravigliosa canzone antimilitarista. La difficoltà di vivere in città spersonalizzanti e invivibili, dei veri deserti meccanici e cementati si legge in Angoscia metropolitana e Hai mai visto una città.
Canzoni come la Morte delle mosca, Quelli come noi e Angoscia metropolitana rappresentano al meglio l’apporto qualitativo che Claudio Lolli ha consegnato alla musica italiana.

Le mosche procurano noia
se volano a schiera unita;
da sole non danno fastidio:
si schiacciano dentro due dita.

Oggi è morta una mosca
digrignando gli ultimi denti,
subendosi l’ultima beffa,
la morte appartiene ai potenti.
 “
                                         ( La morte della Mosca – Lolli )

Ho visto anche degli zingari felici, uscito nel 1976 è il suo capolavoro, la cifra stilistica e la profondità dei testi migliorano decisamente rispetto ai primi lavori. Canzoni come Agosto e Piazza bella piazza interpretano perfettamente l’Italia degli anni di piombo, la Title – track ci racconta di una società che spesso non accetta chi vive in maniera diversa. Tutto il disco è ambientato nella piazza, come luogo della vita sociale, palcoscenico della tristezza e dell’iniquità della vita. Il disco si caratterizza anche per la maggiore complessità della composizione musicale, con molte incursioni di sassofono e un odor di Progressive che pervade il tema principale. Il progetto, sviluppato assieme al Collettivo Autonomo Musicisti di Bologna, venne pubblicato con un prezzo ribassato rispetto agli altri album prodotti dalla Emi, per volontà dello stesso Lolli che si trasforma da artista introspettivo a Maître à penser oggi giorno.

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  1. bla78

    50 anni di carriera indimenticabile: Mogol festeggia con "I capolavori di MOGOL – 50 anni di successi" al Teatro Nazionale di Milano lunedì 5 novembre alle ore 21.00

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