«Un’anima del mio tipo. Il Decoro. Così la novità. L’Epigrafe. D’Aurevilly. La Rinascenza. Gérard de Nerval. Siamo tutti impiccati o impiccabili».

Charles Baudelaire, progetto di prefazione ai Fiori del Male [1].

Nel corso del XIX secolo, con l’imporsi della tirannia borghese, dominata da non-valori quali il progresso, l’utile, la produttività, il consumismo, il poeta, e più in generale l’artista, l’inutile e l’improduttivo per eccellenza, si trova relegato, dopo secoli di aristocratico privilegio, ai margini della società, svilito, degradato, diseredato. Una condizione di emarginazione che avrà il suo massimo cantore in Charles Baudelaire, il primo poeta consapevolmente moderno, il primo poeta consapevolmente senza aureola [2]. Ma prima di Baudelaire un altro lirico, sempre francese, o meglio, sempre parigino, e peraltro suo amico, aveva fissato questa condizione di totale ed esasperata estraneazione in versi destinati a incastonarsi come stelle luminose nel vasto firmamento poetico ottocentesco: Gérard de Nerval.

Gustave Doré, Il suicidio di Gérard de Nerval, 1855.

Vittima dell’amore, per l’attrice Jenny Colon, poeticamente esaltata e venerata sotto il nome di Aurélia, che nel suo cervello incline all’esasperazione pianta le sue radici velenose, sconvolgendolo, dopo la morte della donna amata si getta dapprima nel misticismo e poi, durante un viaggio in Marocco, nell’esoterismo. Ma si tratta di tappe e non di approdi, perché per il visionario e immaginificamente sovraccarico Nerval uno solo è l’approdo, e non può essere altrimenti: la morte, che il poeta si procura da sé, impiccandosi il 26 gennaio 1855 in rue de la Vieille Lanterne, a Parigi ovviamente.

Eugène Delacroix, Faust e Mefistofele sul Blocksberg, 1826.

A proposito di impiccagione, facciamo un salto nella conturbante sezione Fiori del Male dell’omonima raccolta di Baudelaire, e fermiamoci alla poesia Un viaggio a Citera, pubblicata nella «Revue des Deux Mondes» il primo giugno 1855. Nel manoscritto è presente la dedica a Nerval e, accanto al titolo, la seguente annotazione: «Il punto di partenza di questa poesia è in qualche rigo di Gérard, nell'”Artiste”, che sarebbe bene ritrovare». Inoltre aggiunge che proprio queste righe, utilizzate come «programma», andrebbero collocate in testa al componimento come epigrafe. Baudelaire si riferisce a due articoli pubblicati da Nerval nel 1844, dove il poeta racconta del suo viaggio nell’isola di Citera, dove, invece delle mitiche bellezze vagheggiate da Watteau, aveva trovato una terra spoglia, desolata e un patibolo a tre bracci, con un impiccato, una visione che ricorda quella in cui si imbattono Faust e Mefistofele nella scena Notte (aperta campagna) del capolavoro goethiano [3], pregevolmente tradotto in francese, suscitando peraltro l’entusiasmo dell’autore, proprio da Nerval, con spiriti maligni che, accanto ad un patibolo, celebrano un rito satanico, consacrando il luogo al demonio:

FAUST Che annaspa quella gente intorno al patibolo?
MEFISTOFELE Non so che vanno cocendo e intrugliando.
FAUST S’alzano e scendono in volo, s’inchinano, si curvano!
MEFISTOFELE Una congrega di streghe.
FAUST Spargono e consacrano!
MEFISTOFELE Passiamo oltre! Passiamo oltre! [4]

Charles Baudelaire in uno scatto di Carjat del 1862.

Insomma, Baudelaire accoglie la macabra suggestione di Nerval e la immortala, con il suo tocco poetico e artistico ineguagliabile nella sua grandiosità, in una poesia tra le più belle ed inquietantemente affascinanti, con le sue vivide immagini di morte e desolazione, d’incubo, dell’intera monumentale raccolta.

UN VIAGGIO A CITERA

Il mio cuore come un uccello volteggiava lieto
e planava libero intorno ai cordami;
la nave filava sotto un cielo senza nubi
come un angelo ebbro di radioso sole.

Che isola è quella triste e nera? – La chiamano
Citera, terra famosa nelle canzoni,
banale Eldorado di tutti i vecchi scapolo.
Guardatela: in fono è una terra misera!

– Isola di dolci segreti e feste del cuore!
Come un aroma plana sui tuoi mari
il superbo fantasma dell’antica Venere
Riempiendo gli spiriti d’amore e di languore.

Bella isola dai verdi mirti, piena di fiori schiusi,
venerata per sempre da tutte le nazioni,
dove i sospiri di cuori adoranti
vagano come l’incenso tra le rose d’un giardino

o il tubare eterno d’un colombo!
– Citera non era più che un’arida terra,
un deserto petroso turbato da acute grida.
Ma io intravidi anche uno strano oggetto:

no, non un tempio tra boscose ombre
con una giovane sacerdotessa, amante dei fiori,
dal corpo bruciato da segreti ardori
e la veste schiusa alle brezze passeggere;

no. Era una forca a tre bracci; si stagliava
come un cipresso in nero contro il cielo: la vedemmo
chiaramente sfiorando la costa tanto vicino
da turbare gli uccelli con le bianche vele.

Feroci uccelli, curvi sulla preda, rabbiosi
massacravano un impiccato, già putrido,
piantando ognuno a mo’ d’attrezzo il becco impuro,
in tutti i sanguinanti angoli di quel marciume;

gli occhi erano due buchi e dal ventre sfondato
colavano pesanti sulle cosce gli intestini;
i carnefici, ingozzati di turpi delizie,
l’avevano proprio castrato a colpi di becco!

Ai suoi piedi avanti e indietro s’aggirava
un branco di quadrupedi invidiosi, col muso alzato;
una bestia più alta, in mezzo a loro, s’agitava
come un boia tra i suoi aiutanti.

Abitante di Citera, figlio d’un cielo così bello,
come sopportavi in silenzio quegli insulti!
Espiavi così i tuoi culti infami
e i peccati che ti negarono la tomba!

Ridicolo impiccato, i tuoi dolori sono i miei!
alla vista delle tue membra fluttuanti,
che vomito quel lungo fiume di fiele
di dolori antichi che mi risaliva verso i denti!

Davanti a te, povero diavolo così caro al ricordo,
sentivo su di me tutti i becchi dei corvi lancinanti
e tutte le ganasce delle pantere nere,
che godevano un tempo a triturare la mia carne!

– Il cielo era incantevole e il mare calmo, sì,
ma tutto per me, ora, era nero e sanguinante!
Il mio cuore era là, in quella allegoria,
sepolto come in un sudario spesso.

Venere, nella tua isola ho trovato solo una forca
simbolica con la mia immagine appesa…!
– Signore, dammi coraggio e forza per guardare
senza disgusto il mio cuore ed il mio corpo! [5]

Il fatto che Baudelaire tragga ispirazione da Nerval per la creazione di uno dei suoi maggiori capolavori, beh, rivela chiaramente l’importanza del più anziano poeta, anticipatore di motivi che nella poesia di Baudelaire troveranno la loro ideale, perfetta realizzazione artistica.

A proposito dei motivi che caratterizzano la produzione di Nerval, spiccano su tutti il ricordo, il viaggio, il sogno, l’allucinazione e la follia. Motivi che si contraddistinguono per la prepotente forza d’evasione da un mondo che il poeta non riconosce e non può riconoscere come suo. Nerval reagisce all’emarginazione sociale dell’artista fuggendo spesso fisicamente, attraverso la possibilità offerta dal viaggio, ma ancor più spesso astrattamente, gettandosi a capofitto nel proprio inconscio, di cui esplora gli anfratti più reconditi e oscuri. Per questo motivo lo si può considerare un precursore del Surrealismo, l’avanguardia novecentesca capitanata da Breton che dell’esaltazione del sogno farà il cavallo di battaglia della propria poetica [6].

Ora, tra tutte le poesie di Nerval la più celebre è senza dubbio El desdichado, raccolto nell’essenziale volume Le chimere, insieme con altri undici, cupi e misteriosi sonetti. Partiamo dal titolo: si tratta di un termine spagnolo traducibile come “il diseredato”, e che il poeta trae dal famosissimo romanzo Ivanhoe di Walter Scott, termine che il protagonista porta inciso sullo scudo. Sin da queste preliminari indicazioni si può comprendere come Nerval alluda già dal titolo alla condizione misera del poeta nella famigerata modernità. Un concetto che si chiarisce leggendo il sonetto, e soprattutto la prima quartina.

EL DESDICHADO

Io sono il tenebroso, – vedovo, – sconsolato,
il prence d’Aquitania la cui torre svania:
l’astro mio solo è morto, e il leuto stellato
ha impresso il sole nero della Melanconia.

Nel buio del sepolcro, tu che m’hai consolato,
rendimi tu Posillipo e il mar d’Italia mia,
il fior che tanto amava il mio cuor desolato,
la pergola ove il tralcio alla rosa s’unia.

Son io Febo o l’Amore?… Biron o Lusignano?
La mia fronte è ancor rossa di quel bacio sovrano;
e sognai nella grotta che la sirena incanta!…

Dal varcato Acheronte due volte ebbi trofeo,
modulando a vicenda sulla lira d’Orfeo
il grido della fata e il sospir della santa [7].

Albercht Dürer, Melencolia I, 1514.

La poesia si apre con tre termini che risuonano implacabili e sinistri come tre colpi di campane a morto, o come tre martellate sui chiodi che chiudono la bara, o ancora come i tonfi delle prime tre palate di terra gettate su questa stessa bara dopo essere stata calata nella fossa: «tenebroso», «vedovo», «sconsolato», tutti riconducibili alla miserevole condizione del poeta, come anche il riferimento al principe d’Aquitania, quale Nerval credeva davvero di essere, sostenendo di discendere da una nobile famiglia di questa regione, ribattezzata Aquitania dai Romani, Périgord in francese, che aveva nel suo stemma tre torri. Ed ecco che la torre «abolie» diviene il simbolo della messa al bando dell’erede e del poeta, diseredato, privato della gloria di cui godeva in passato. Al motivo dell’emarginazione sociale si intreccia il motivo della morte dell’amata, Jenny Colon, «l’astro», cui allude anche lo stato di vedovanza del poeta. Da una condizione così disperata non può che scaturire una poesia che «ha impresso il sole nero della Melanconia». La celebre incisione di Dürer, Melencolia I (1514), di cui Nerval subiva tanto fortemente il fascino da sconfinare nell’ossessione, ispira al poeta un’immagine di straordinaria efficacia e di cupezza cosmica: quel «sole nero» che è radicale negazione della primaria fonte di vita, la luce. Il poeta si trova immerso dunque in uno stato tenebroso invincibile, irriducibile, in uno stato di depressione cupa che anticipa il baudelairiano spleen [8]. E l’io lirico si rivolge allora al passato, nella seconda quartina, volge la sua preghiera all’amata, fonte di salvezza e di redenzione, e ricorda. Si sparge così nel sonetto la luce abbacinante del Meridione italiano, che benedice l’amore tra la rosa e il tralcio. El desdichado si conclude con il riferimento alla follia, rappresentata dalla discesa negli Inferi, con l’emblematica identificazione dell’io lirico con il mitico Orfeo, il cui drammatico fallimento suggella il sonetto e oscura anche l’ultimo conforto del ricordo. Torna dunque a spegnersi la luce e tornano a dominare le tenebre, il «sole nero», con l’eco della lira che si perde a poco a poco nel nulla.

NOTE

[1] Per la lettura e una succinta analisi dei progetti di prefazione rimando all’articolo Charles Baudelaire, progetti di prefazione ai Fiori del Male.

[2] Per un approfondimento sul poeta francese rimando all’articolo Charles Baudelaire, il primo poeta moderno.

[3] Per un approfondimento sulla maggiore opera goethiana rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

[4] Johann Wolfgang Goethe, Faust, traduzione e note di Guido Manacorda, RCS, Milano 2005, pp. 343-345.

[5] Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, traduzione di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 2016, pp. 283-287.

[6] Per un approfondimento sull’avanguardia rimando all’articolo I Manifesti delle avanguardie – Surrealismo.

[7] Gérard de Nerval, El desdichado, traduzione di Mario Praz, in Mario Praz, Ettore Lo Gatto, Antologia delle letterature straniere, vol. II, Sansoni, Firenze 1955.

[8] Per un approfondimento sul celebre sentimento baudelairiano rimano all’articolo Charles Baudelaire, spleen è vanitas.

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