François-Xavier Fabre, Ritratto di Ugo Foscolo, 1813.

Siamo nella seconda parte dell’Ortis [1], e nella lettera del 4 dicembre Jacopo racconta il memorabile colloquio avuto con Parini «sotto un boschetto di tigli», nei giardini di Porta Orientale, a Milano ovviamente. Il protagonista confessa al maestro, «il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto», d’intravedere ormai il traguardo del sepolcro, e di essere animato ormai da una sola «fiamma vitale», la «speranza di tentare la libertà della patria». Parini, vecchio, malato e soprattutto deluso, sorride mestamente e spegne anche quest’ultima, flebile fiamma vitale che resisteva, drammaticamente solitaria, nell’animo di Jacopo.

«Forse questo tuo futuro di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma – credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l’altro quarto a’ loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libertà dallo straniero? Chiunque s’intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava per l’universo un nemico al popolo Romano? – Né ti sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. – Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità de’ tuoi concittadini e la corruzione de’ tempi, potessi aspirare al tuo intento; di’? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall’interno, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l’onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua superiorità, e dalla conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. – Ti avanza ancora un seggio fra’ capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che t’aita a salire. Ma – o figliuolo! l’umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. -» [2]

Con spietatezza, quasi addirittura con efferatezza, Parini, recuperando gli eternamente validi insegnamenti machiavelliani, frantuma anche l’ultima, fragile illusione di Jacopo, mostrando come l’impegno politico sia immanentemente immorale e malvagio, richiedendo una straordinaria dose di crudeltà: è la forza a sancire diritti e doveri, essi stanno in punta di spada, bagnati del sangue di moltitudini d’innocenti. Al pessimismo politico si aggiunga poi quello antropologico, definiamolo così, con Parini che riduce l’intera umanità a tre categorie naturali: i tiranni, gli schiavi e i ciechi. Una simile concezione della politica e dell’uomo getta un’ombra sinistra sulla storia, e infatti, poche pagine dopo il racconto del colloquio con Parini, nella lettera del 19 e 20 febbraio, Jacopo realizza una impietosa panoramica storica.

«Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. Io guardando da queste Alpi d’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenavano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda. Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati. Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma. Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno le loro età. Oggi sono tiranne per maturare la propria di schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve» [3].

La storia non è che uno sterminato cumulo di disgrazie, di violenze perpetrate dai tiranni a una moltitudine di schiavi e ciechi ridotti a mera carne da macello, il cui sangue non ha alcun valore. È il Male il risultato delle macchinazioni storiche ordite da pochi a danno di molti, senza distinzione di tempo e luogo.

Francesco Hayez, Ritratto di Alessandro Manzoni, 1841.

Una tale concezione pessimistica della politica e della storia la ritroviamo anche in Manzoni, nell’Adelchi, e in particolar modo nelle ultime parole dell’omonimo eroe in punto di morte, rivolte al padre Desiderio e all’acerrimo nemico Carlo Magno.

«Gran segreto è la vita, e nol comprende
Che l’ora estrema. Ti fu tolto un regno:
Deh! nol pianger; mel credi. Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
Nè una lagrima pur notata in cielo
Fia contro te, né il nome tuo saravvi
Con l’imprecar de’ tribolati asceso.
Godi che re non sei; godi che chiusa
All’oprar t’è ogni via: loco a gentile,
Ad innocente opra non v’è: non resta
Che far torto, o patirlo. Una feroce
Forza il mondo possiede, e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà. Reggere iniqui
Dolce non è; tu l’hai provato: e fosse;
Non dee finir così? Questo felice,
Cui la mia morte fa più fermo il soglio,
Cui tutto arride, tutto plaude e serve,
Questo è un uom che morrà» [4].

Attraverso le parole di Adelchi, Manzoni ripropone la visione della storia come campo dominato dalla violenza e dall’ingiustizia, frutto di quella forza «feroce» posseduta dal mondo e celata dietro la maschera del diritto. Come espresso già da Foscolo nell’Ortis, non ci sono margini per imprese generosamente, magnanimamente grandi, perché agire in un contesto simile significa compiere in automatico del male, non ci sono alternative. Riecheggia dunque, e prepotente, sulla scia di Foscolo e attraverso la mediazione di Machiavelli, l’idea della malvagità immanente all’azione politica, alla quale non c’è possibilità di porre rimedio. «non resta che far torto o patirlo», sentenzia Adelchi senza lasciare, come Parini nell’Ortis, neanche un solo briciolo di speranza. Ingiustizia e sangue dominano politica e storia, nient’altro, ogni potente si impone come tiranno, spargendo dolore e morte attorno a sé, inevitabilmente, seppur animato da nobili e oneste intenzioni.

Lev Tolstoj nel 1902.

Il senso ultimo della storia, questa gigantesca discarica di sofferenze, e della politica, suo braccio armato, si riduce alle parole di Jacopo e di Parini nell’Ortis e a quelle di Adelchi prima di esalare l’ultimo respiro, gli orrori del Novecento ne sono stati l’ultima, suprema e sublime – ferocemente parlando – dimostrazione. Per questo motivo sorprende come l’uomo ancora oggi si pieghi docile a questo stato di cose, nonostante gli orrori recenti, le conoscenze diffuse. Qualcuno potrebbe obiettare che l’adozione del sistema democratico e del suffragio universale, con la partecipazione diretta del cittadino, chiamato a scegliere i propri rappresentanti politici, abbia cambiato, e in positivo, il corso degli eventi, Ma non si tratterà mica di un inganno? È quanto afferma Tolstoj nel grande saggio Guerra e rivoluzione [5].

«Chiunque avrebbe potuto accorgersi che tutto ciò non era altro che un imbroglio, sia in teoria che in pratica, giacché anche nel più democratico dei sistemi e anche laddove vige il suffragio universale, il popolo non può comunque esprimere la propria volontà. E non può esprimerla, in primo luogo, perché una simile volontà collettiva di tutto un popolo, di molti milioni di persone, non esiste e non può esistere; in secondo luogo, perché, anche se esistesse una tale volontà collettiva, una maggioranza di voti non potrebbe comunque esprimerla pienamente in alcun modo. Questo inganno – anche a tacere sul fatto che gli uomini eletti in tal modo, partecipando al governo del loro paese, approvano leggi e governano il popolo non in vista di ciò che è bene per esso, ma lasciandosi guidare per lo più, unicamente, dall’intento di mantenere salda la propria posizione di privilegio e il proprio potere frammezzo alle lotte dei vari partiti, e per tacere altresì della depravazione che questo inganno diffonde tra il popolo mediante le menzogne, lo stordimento e le corruzioni che sono caratteristica costante dei periodi elettorali – è particolarmente dannoso a cagione di quella schiavitù autocompiaciuta in cui esso riduce gli uomini che vi incorrono» [6].

Sono parole che recidono le palpebre – come del resto tutte le parole versate da Tolstoj dopo la conversione del 1881, successiva all’esaurimento della stagione aristocraticamente frivola di Guerra e pace Anna Karenina -, mostrando come, di fatto, il sistema democratico contemporaneo, attraverso l’artificio del suffragio universale, promuova gli individui dallo stato di schiavi allo stato di complici, illusi di incidere attivamente, in prima persona sulle sorti del proprio paese. Insomma, la servitù diviene ora davvero volontaria, ricordando il pensatore francese Étienne de la Boétie, principale modello filosofico di Tolstoj nella scrittura di Guerra e rivoluzione. Ogni governo, in qualunque sua forma, è «un regime sotto il quale un’infinita minoranza può forzare la grande massa a obbedire alla sua volontà» [7], e «l’attività di tutti i governi non è costituita che da crimini» [8], per questo motivo «essi non potranno mai essere composti se non di elementi impuri, d’uomini impudenti, grossolani e depravati» [9]. Di nuovo l’atavica immoralità della politica.

Giacomo Leopardi.

Non c’è niente da fare, «I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi». Ha ragione, drammaticamente ragione il dostoevskiano grande inquisitore, quando, al cospetto di Cristo, dichiara che «Non vi è affanno più tormentoso e continuo per l’uomo […] che il ricercare al più presto un essere di fronte al quale prostrarsi» [10]. E all’interno di questo quadro fosco, l’aspetto più spaventoso è costituito dalla irriducibile impossibilità non dico di cambiare le cose, sarebbe davvero troppo, una sorta di sovrumana ultra-utopia, ma anche solo di sperare o illudersi di cambiare le cose. Perché, assolutizzando il discorso, ampliandolo fino ad includere la sfera generale, complessiva dell’essere, come ha scritto Leopardi in alcune delle righe più impressionanti dello Zibaldone,

«Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, né diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti né di numero né di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla» [11].

Eugène Delacroix, Mefistofele in cielo, 1828.

In tanta desolazione, c’è chi decide di restare schiavo o cieco, c’è chi decide di passare dalla parte dei tiranni, chi si uccide, come Jacopo Ortis, che ripone tutte le proprie speranze nel messaggio cristiano, come Manzoni, Dostoevskij e Tolstoj, chi, nonostante tutto, ha il coraggio di resistere, come Leopardi. Per quanto mi riguarda, io mi schiero dalla parte del Mefistofele goethiano, il prototipo dell’ultra-nichilista – ultra perché immortale, dunque fondamentalmente gratuito – che si fa beffe di tutto e di tutti, di Dio, degli uomini e, soprattutto, di se stesso, e nega sempre, ma con implacabile, caustica, corrosiva, urticante ironia.

«Sono lo spirito che nega sempre. E con ragione: perché tutto quello che nasce è degno di finire in perdizione. E però meglio sarebbe che non nascesse nulla» [12].

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo di Foscolo rimando agli articoli L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Seconda parte.

[2] Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Paolo Mattei, Newton Compton editori, Roma 2015, pp. 110-112.

[3] Ivi, pp. 125-126.

[4] Alessandro Manzoni, Adelchi, in Id., Opere varie, Fratelli Rechiedei, Milano 1881, atto V, scena VIII.

[5] Per un approfondimento sul saggio dello scrittore russo rimando all’articolo Guerra e rivoluzione: l’anarchico Tolstoj contro la superstizione statalista.

[6] Lev Tolstoj, Guerra e rivoluzione, a cura di Roberto Coaloa, Feltrinelli, Milano 2015, p. 88.

[7] Ivi, p. 21.

[8] Ivi, p. 36.

[9] Ivi, p. 39.

[10] Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, traduzione di Alfredo Polledro, Newton Compton editori, Roma 2010, p. 265. Per la lettura e l’analisi dell’impressionante poema di Ivan Karamazov rimando all’articolo Fëdor Dostoevskij – Il Grande Inquisitore.

[11] Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione integrale diretta da Lucio Felici, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 898.

[12] Johann Wolfgang Goethe, Faust, traduzione e note di Guido Manacorda, RCS, Milano 2005, p. 99. Per un approfondimento sull’opera rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

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