Banksy. Al solo nominarlo un gruppo di rivoluzionari è pronto ad impugnare l’iphone per twittare in nome della lotta al turbo-capitalismo: “genio assoluto”, “ecco a voi la differenza tra talento e genio” o ancora “rivendica il diritto di vita e morte sulle sue opere contro le bramosie dei galleristi”.

Purtroppo i precedenti commenti sono veri, mi dispiace. Dispiace non solo per l’umanità, ma soprattutto per un’artista che secondo me ha dei meriti intellettuali reali ed indiscussi.

Comunque, battutismo da social a parte, qualche giorno fa il nome di Banksy è volato per tutto il globo in seguito alla performance che lo ha visto protagonista al termine dell’asta che si è svolta a Londra per conto della casa “Sotheby’s”. Un muro più grande ha ospitato la sua arte questa volta, quello illuminato dei display digitali di tutto il mondo.

La performance in questione, per chi ancora non ne fosse a conoscenza, riguarda la distruzione di una delle sue più celebri opere – “Girl with Balloon” – al termine di un’asta che ha visto salire il prezzo fino alla cifra record di circa un milione e duecento mila euro. Fino al perfetto coup de théâtre che ha sconvolto i presenti, la cornice tritacarta ha vomitato la tela tagliuzzata come coriandoli.

Poco dopo la rivendicazione arriva, ancora una volta, sui social. È il comunicato stampa del 2018 d’altronde, non ce ne vogliano i giornalisti: un video sulla pagina instagram ufficiale dell’artista ci spiega brevemente cosa è avvenuto e perché. Una specie di certificato di autenticità.


Da lì il tripudio, l’acclamazione totale per un gesto anti-sistema di un autore che non vuole saperne di vendersi ai mercati. Eppure nella mia testa da malpensante rimbalzano strane idee, qualcosa non mi torna del tutto.

Ora è il momento in cui chiedo al lettore uno sforzo notevole, quello di indossare un attimo il cappello da Sherlock e provare ad imbastire una piccola indagine, circostanziale, di routine.

Bene, non so voi ma alcune questioni risultano ombrose, come ad esempio l’attivazione del marchingegno di autodistruzione: come è partito? C’era qualcuno che assisteva all’evento? Non è stato ancora svelato, ma rimane una grande incognita.
Altri semplici interrogativi ce li fornisce direttamente il New York Times, che spiazza il mondo ponendo dubbi sull’estraneità dei fatti da parte della casa d’aste dicendo:

“Ma le menti sospettose si sono chieste se Sotheby’s fosse stato completamente colto di sorpresa.
Presumibilmente il telaio avrebbe dovuto destare sospetti per via del peso e del suo spessore in relazione alle relative dimensioni, dettagli che uno specialista di aste o un organizzatore avrebbe potuto notare. Rapporti dettagliati sulle condizioni sono richiesti abitualmente dai potenziali acquirenti di opere d’arte di alto valore. Ancora insolitamente, questo Banksy relativamente piccolo era stato appeso a un muro, piuttosto che messo dai portatori sul podio al momento della vendita. E l’opera era anche l’ultimo lotto dell’asta.”

Dal vecchio continente intanto un corteo di cicale sventola la bandiera della libertà, della ribellione, mentre Banksy ridacchia da Bristol o da chissà dove. Qualcuno lo chiama “rivoluzionario”. Ma è davvero così rivoluzionario questo gesto? È veramente così autarchico come crediamo?

A vederlo bene, a pochi giorni dall’accaduto, l’evento ha generato una fragorosa e ulteriore impennata dei prezzi dell’artista in giro per il mondo. E cosa ancor più bizzarra, l’opera semi-distrutta ha accresciuto il suo valore esponenzialmente, arricchita ora da una storia ben più ghiotta. Voluta o meno, questo effetto collaterale ha giocato ulteriormente a favore dell’artista.

Ma non è la prima volta che succede una cosa del genere, anzi è ben più eclatante e giustificato il gesto di artisti italiani come Ericailcane e Blu, che pur di non veder sradicate e tolte alla collettività le proprie opere sono arrivati a distruggerle in maniera irreversibile, piuttosto che un colpo da teatrante come quello di Banksy. Mille volte meglio Gogol che ha bruciato le sue Anime morte per eccesso di modestia piuttosto che un eccesso di protagonismo come quello dell’artista inglese.

Purtroppo mi trovo a dover concludere un articolo contro un artista che, ci tengo a precisare, apprezzo per ciò che ha fatta in passato, ma non condivido per le sue ultime trovate. Se non si vuole entrare in galleria, se non si accetta il mercato dell’arte, non si producono opere da galleria o che il mercato possa fagocitare facilmente.

“Bisogna saper leggere i tempi” diceva saggiamente Guccini “non arrivarci per contrarietà”. Purtroppo sembra finita quella spinta anarchica di cui Banksy era veicolo, è sempre più sbiadita, suo malgrado.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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