3. La lingua nuova di Lorenzo Viani

Io qua scrivo come si fa la guerra, a ondate confuse come l’ondate del mare nei giorni di libeccio. E le mie parole sono come una folla, che va lo stesso al suo destino, senza comando e senza disciplina, verso la morte, termine estremo della poesia.

Lorenzo Viani, Il romito di Aquileia

Lorenzo Viani, La guerra, 1917-1918.

Lorenzo Viani approda tardi alla letteratura, negli anni Venti, tagliato il traguardo dei quarant’anni: la sua prima opera letteraria viene pubblicata nel 1922, e si tratta di una biografia sui generis del Generalissimo dell’anarchico Manipolo d’Apua Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, con una prefazione di Ardengo Soffici [39]. È presumibilmente la drammatica esperienza della guerra, in cui Viani, come molti altri suoi colleghi, si getta con entusiasmo nell’illusione di poter finalmente rivoluzionare il mondo [40] – esperienza narrata nel romanzo Ritorno alla patria, pubblicato nel 1929 -, che convince il viareggino a intraprendere, oltre alla pittura, un’altra via, la via della scrittura. E il diario bellico, dato alle stampe postumo sotto il titolo Il romito di Aquileia, funge da laboratorio propedeutico all’esordio letterario. E nella scrittura come nella pittura, sotto il segno della combattività, come mostra la citazione posta in epigrafe a questo capitolo. Parole straordinarie, eccezionalmente significative ed estendibili all’intera attività letteraria di Viani, con quel «qua», riferito al campo di battaglia, alla trincea, che non è affatto forzato o disonesto assolutizzare a condizione esistenziale. La vita come la guerra è un Calvario, il vàgero come il soldato sono Cristi che trascinano a forza, quasi per inerzia, la loro pesantissima croce.

Ciò che, leggendo un qualunque testo di Viani, colpisce immediatamente come una stilettata, imponendosi come una delle caratteristiche più vistose, appariscenti della pagina vianesca, è la lingua. Una lingua inusitata, del tutto nuova, talvolta difficilmente comprensibile – in fondo a diversi suoi libri Viani inserisce dei glossari, come abbiamo visto nel caso de Il Bava -, nata dall’impasto di arcaismi, dialettismi, letteraturismi, neologismi, gerghismi, in «una specie di epica deformazione, nel suo senso migliore, assai vicina alla sua arte di pittore» [41]. Se è vero che «la parola accartocciata e repellente, forte e senza pudori, aguzza, scarna e crassa, inventata o vernacolare e rimasticata, gli nasce ancor prima del pensiero, direttamente in bocca» [42], è altrettanto vero che la nuova lingua vianesca nasce da uno studio attento e rigoroso, supportato da una riflessione teorica puntuale. Altro che «cantore potentemente dozzinale», Viani pensa e studia la propria lingua, la costruisce con attenzione maniacale, trovando nella creazione di un nuovo idioma – quello dei vàgeri – il modo ideale per esprimere letterariamente la propria vocazione all’Espressionismo:

Al nostro caso e al nostro stile convengono parole ignoranti come fette di pane da cani, inesplicabili ma taglienti come tegoli caduti a coltello sul capo ma italianissime anche se rozze e plebee accatastate tra le riserve del vocabolario. Se dipingiamo possiamo allo stesso scopo, impastare il bitume col nero, con la lacca, il celeste col ble di Prussia, per ottenere l’evidenza delle figure, scrivendo possiamo importare gergo dialetto lingua, ma la lingua e il dialetto e il gergo debbono, nell’impasto, creare un valore di tono nell’unità indissolubile dell’assieme [43].

Si tratta di un passo estratto da un articolo dedicato al gergo, gergo al quale Viani dedica, specificamente, queste parole:

Che cosa è il gergo?… È un parlare oscuro, o sotto metafora, usato e inteso da furbi e da barattieri… È il brutto, inquieto, subdolo, traditore, velenoso, crudele, losco, vile, tenebroso, fatale linguaggio della miseria, del vizio, della colpa e del peccato. È la spaventevole lingua dei galeotti e delle ciurme; della casamatta e della stiva. Il gergo non è altro che un vestiario con cui una lingua si traveste quando ha da commettere una cattiva azione… Il gergo è tutta una lingua nella lingua, una specie di escrescenza morbosa, un innesto malsano che ha prodotto una vegetazione, un parassita che ha radici nel tronco latino o gotico e di cui il fogliame sinistro s’arrampica sopra tutto un lato della lingua. […] La compiutezza e anche la classicità e la purezza di uno stile, non sta nel leccare e umettare i periodi, ma fin dal tempo del Gran Padre Dante sta nell’aderenza illuminante dei vocaboli adeguati al soggetto [44].

Insomma, il gergo, unito al dialetto, è la lingua dei vàgeri, con Viani che si ricollega alla secolare e illustrissima lezione del plurilinguismo dantesco. Ma il viareggino non si accontenta di queste due soluzioni linguistiche: egli recupera anche «la solennità arcaicizzante peculiare delle parlate toscane gravide di letteratura due-trecentesca» [45], e si lancia nella «follia dell’invenzione» [46]. Un fare letteratura originalissimo, personalissimo, marcatamente espressionista, che riporta subito alla memoria Céline [47], e che se fa storcere il naso a più di qualcuno ancora oggi, figuriamoci nella prima metà del Novecento! Alla redazione del «Corriere della Sera», che rifiuta di pubblicare i suoi articoli proprio per ragioni linguistiche, Viani replica piccato:

[…] mi sia lecito dire ai più fini linguisti di redazione che i vocaboli debbono avere, quando non sono rimpolpettati nella crusca, la virtù illuminante del cazzotto [48].

Altra caratteristica linguistica precipua della scrittura vianesca è quella della «stranomazione», che permette e agevola, rendendola di fatto immediata, coinvolgendo il nome ovvero il primo riferimento identitario, quella operazione di evidenza dei caratteri – dell’Io – prettamente espressionista.

Le figure nascono nella fantasia del popolo e in noi con una intelaiatura di parole sue e noi le vediamo balzare in rilievo quanto più rimaniamo nell’atmosfera delle loro espressioni. Anche i soprannomi sono come armature su cui si crea la personalità, perché la “stranomazione”, come dice la plebe, è la somma di un’acuta analisi delle deformazioni dell’anima e del corpo. Scrivendo la storia di “Beppe il Pelato”, per certe intimità contenute nel racconto, essendo egli noto con questo nomignolo, volevo battezzarla “Giuseppe il Calvo” ma appena scrivevo questo titolo, perdevo di vista il soggetto plebeo. Cataclì, Trebesto, il Tallito, Scenta-peperoni, Occhio leto, Lucelettrica, Pannaò, il Vandalo, Dinamite, l’Anellaio, Senza mutande, già da queste stranomazioni s’alza una turma di gente esagitata; così si dica delle parole, dialettali, rionali o di gergo. Esse aderivano così allo spirito eroico dell’ex coatto e ne mettevano in rilievo tutti i piani scabri. Adoperando invece parole di comune linguaggio si appiattivano nella usuale figurazione dei tipi. – Erimo a Ponza coatti – Immaginate invece aver scritto: – Eravamo a Ponza in proscrizione coatta. In tal forma saltava fuori un ergastolano col vocabolario sotto il braccio, vanesio e ridicolo. Ora l’arte, qualunque essa sia, sta nel rendere evidenti i caratteri [49].

La nuova, elaborata ed accurata lingua di Lorenzo Viani si oppone con decisione a quella della cultura alta, ingessata, prefabbricata, e del potere. Il viareggino costruisce ogni suo libro con la precisione e l’accuratezza del bombarolo: le sue opere sono ordigni che sovvertono la società borghese, con e nel nome dei vàgeri, il lato oscuro dell’umanità, che Viani accoglie e celebra nella sua arte inconsueta.

NOTE

[39] Lorenzo Viani, Ceccardo, Alpes, Milano 1922.

[40] In realtà la guerra ha effetti devastanti sugli ideali, svelandone con spietatezza la fragilità e l’infondatezza. Ed è quanto accade anche a Viani, che durante il conflitto vede andare in frantumi, per non ricomporsi mai più, il proprio ideale anarchico: «Per essere anarchici bisogna credere nella bontà dell’uomo. Nell’uomo che, bontà di Dio, nasce buono. Ma quando s’è fatta, vissuta, veduta, toccata la guerra e gli uomini in guerra, chi può credere più nella bontà dell’uomo?» (Ida Cardellini Signorini, Lorenzo Viani, disegni e xilografie, La Nuova Italia, Firenze 1975, p. 331). L’anarchia – parlo per esperienza personale – richiede necessariamente, quale imprescindibile fondamento, una sconfinata, totale fiducia nei confronti del genere umano. Quella fiducia propria di Cristo e ripresa da Tolstoj nel capolavoro anarchico Guerra e rivoluzione, quella fiducia del tutto assente – obbligatoriamente assente, all’inverso – nel principe machiavelliano, o nel Grande Inquisitore dostoevskiano, portatori di valori autoritari e statali agli antipodi dell’anarchia.

[41] Carlo Bascetta, Amplificazione ed espressività in Viani, in «Paragone», 234, 1969, p. 63.

[42] Silvana Cirillo, Vagabondo tra i vagabondi: Lorenzo Viani, cit., pp. 29-30.

[43] Lorenzo Viani, Del gergo nella lingua, in «Popolo toscano», 10 maggio 1930.

[44] Ivi.

[45] Gian Luigi Beccaria, «…ma perché vengo da molto lontano»: Cesare Pavese, in Id., Le forme della lontananza, Garzanti, Milano 1989, p. 73.

[46] Luigi Baldacci, Nota, cit.

[47] «Se dovessi pensare a un parente europeo di Viani, penserei a Céline. Anche Céline, come Viani, non conosce la “lingua”» (Ivi), o meglio, ne crea una radicalmente nuova.

[48] Lorenzo Viani, Lettera a Oreste Rizzini, gennaio 1934, pubblicata in Ida Cardellini Signorini, Lorenzo Viani, Centro Promozione & Stampa, Firenze 1978, p. 372.

[49] Lorenzo Viani, Autopresentazione, in Mostra di Lorenzo Viani, Viareggio, luglio-settembre 1930, Benedetti e Niccolai, Pescia 1930, p. 10.

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