Quanta erba può contenere una steppa intera? Quanta ruggine sui binari di un continente? La desolazione di un orizzonte senza freni, a Kostantinovo è solo bianco e verde, quella campagna gigantesca in tutto l’Oblast’ di Rjazan, è solo paludi e cereali. Il nostro Sergej Aleksandrovič Esenin è figlio di contadini in quel mondo contadino che gli varrà da imprinting dell’immaginario poetico, un ambiente duro e per noi occidentali in qualche maniera romantico, come quei quadri di Isaac Levitan, bianchi e verdi. Vive, come ho già spiegato, tutta la giovinezza nell’enorme area rurale del Rjazan, che si srotola sotto i piedi dei suoi antichi abitanti per 200 km su fino a Mosca, la grande città che non è più il centro culturale russo solo perché nel 1700 Pietro il Grande volle fondare una città sul delta del Neva. La città è distante solo 200 km, qualche giorno di viaggio allora, un paio forse, oppure tre, non so fare una stima precisa oggi che basterebbero poche ore. Pochi chilometri che rappresentano per il giovanissimo Esenin una vera rivoluzione. Questo viaggio tra le paludi e l’erba gialla Esenin lo farà nel 1912 con la sua vibrante sete di vita, arrivato nella grande città lavorerà da subito come  correttore di bozze e in seguito si iscriverà all’università di Mosca.

Il nord pesenin_pipeDeviazioniMP1rofondo lo aspetta e nel 1915 parte per San Pietroburgo, odore di Agit Prop e Cafè, ponti, tramonti bianchi e mille chilometri da casa. Esenin era già un fenomeno letterario, talento naturale e limpidissimo, a Pietroburgo conoscerà Aleksandr Blok, Nikolaj Kljuev, Andrej Belyj e Sergej Gorodeckij, poeti e artisti che con la loro influenza affineranno la sua produzione, indirizzata nei primi periodi ai sentimenti semplici e al popolo minuto. Nel 1915 pubblicò la raccolta La cagna, e poi Radunica, in seguito Guarderò nel campo, produzioni di qualità altissima considerando inoltre l’età giovanissima di Esenin, che precoce in tutto fondò nel 1918 una propria casa editrice: Rudovaja Artel’ Chudožnikov Slova (“Compagnia lavorativa moscovita degli artisti della parola”). A San Pietroburgo il successo arriva presto e con la fama molte mogli e diversi figli, una di queste fu la celeberrima Isadora Duncan, la ballerina di San Francisco più vecchia di molti anni rispetto a lui, con la quale si sposo poco dopo averla conosciuta. Con lei Esenin girò il mondo, accompagnandola nelle sue infinite tournée, ed è proprio lì che Esenin sviluppò la sua paurosa passione per gli alcolici, dipendenza che venne accentuata dalla nostalgia di casa e dalla figura ingombrante della moglie (“marito di Isadora Duncan”, così spesso veniva chiamato Esenin). Questi fattori fecero finire il loro sodalizio dopo pochissimi mesi.
Sergej Esenin, dotato di un immaginario romantico e di uno spirito empatico frequentò una moltitudine di donne: Augusta Miklaševskaja, Anna Izrjadnova, l’attrice Zinaida Rajch, la poetessa Nadežda Vol’pin,  Galina Benislavskaja che devota alla figura del poeta si suicidò sulla tomba di Esenin con un colpo di pistola, e in ultimo Sofia Andreevna Tolstaja, una nipote di Tolstoj che sposò un Esenin che nel 1925 era sprofondato in un alcolismo sfrenato. La dipendenza mordeva forte e il poeta nato nella palude, nel chiaro-scuro dei pioppi, venne internato in un ospedale psichiatrico. In questo periodo di difficoltà tra visioni oniriche e terrificanti Esenin scriverà poesie tra le più intense della carriera, in raccolte magnifiche come Luce di luna desolata e pallida del 1925. La morte di Esenin lo ha reso celebre tanto quanto le poesie, venne infatti trovato impiccato in una camera d’albergo all’età di trent’anni, la storia parla di una poesia scritta col sangue (Congedo 1925) o di un intervento della Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie per eliminare un pensatore scomodo. Resta in questa nuvola di mitologia, di effluvi alcoolici, la sensibilità strepitosa di un uomo nato al fianco di un salice e vissuto in un mondo complicato. Esenin non ha mai sviluppato anticorpi per la caducità della propria carne e per la meschinità di un mondo senza orizzonti.


Angelo Branduardi nel suo album del 1975 La luna inserirà la splendida poesia Confessioni di un teppista, composizione che Branduardi musicherà abilmente portando l’Italia a conoscenza di una delle espressioni più alte del controverso letterato di Kostantinovo.
Rappresentazione magnifica del mondo contadino che l’aveva cresciuto, della ferma ed irremovibile ribellione iconoclasta della poesia stessa, e del poeta a tu per tu con la memoria.

“Non a tutti è dato cantare,
E non tutti possono cadere come una mela
Sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
Che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
L’autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
Mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
Solo allora stringo più forte tra le mani
La bolla tremula dei miei capelli.
È così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano,
Che da qualche parte vivono per me padre e madre,
Che se ne fregano di tutti i miei versi,
E che a loro sono caro come il campo e la carne,
Come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
Per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
E temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
Che vostro figlio in Russia
È il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
Quando le gambe nude
Immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
E calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
Del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria
Da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi nativi,
Ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la patria!
Amo molto la patria!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
E nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
Sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
S’è accoccolato il nostro acero.                                             

    Dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d’un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
Mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
Vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
E non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
Quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d’oro di versi,
Vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
Dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.
Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico
Che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M’occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
A cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
Versa vino di capelli in tempesta.
Voglio essere una gialla velatura
Verso il paese per cui navighiamo.”

(Confessioni di un teppista 1924)

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