Ᾰ̓νᾰ́στᾰσῐς. Anastasis.

La bellezza di questo termine sta nel suo insito irrisolvibile paradosso: proveniente dalla velata alba della nostra Cultura, porta in sé ormai niente altro che il peso dell’Origine, il vessillo immateriale del Mistero, il Nuovo Sacro che ha fondato il Cristianesimo offrendogli in dote l’enorme possibilità di collocarsi non più nel tempo, ma nei Tempi. Anastasis è pura astrazione, e significa sé stessa quanto il suo contrario in egual misura.

Lemma totale, è il termine con cui la tradizione patristica identifica sia la Resurrezione di Cristo che la sua Ultima Venuta con il Giudizio Universale che ne consegue, facendo sì che il Nuovo Inizio e l’Inizio della Fine siano indissolubilmente legati fino a quasi confondersi, e cancellando così la linearità del tempo storico. Inclinazione e abbandono si confermano nel più desueto utilizzo con il quale si identifica la positura del corpo esanime di Cristo nel Sepolcro, luogo in cui persino la Narrazione del Sacro deve fermarsi, sospendersi.
Questi due opposti sussistono sulla ulteriore scorta della loro origine greca, dove anastasis è sia alba e rinascita che anche esilio, espulsione, distruzione, cancellazione.

Anastasis è quindi l’opera site-specific di Giorgio Andreotta Calò.
Offrendosi a molteplici livelli di interpretazione, questo paradosso è al centro dell’intervento dell’artista italiano che, con l’apposizione sulle vetrate di milleseicento metri quadrati di pellicola inattinica, permuta in rosso la luce e tramuta la più antica Chiesa di Amsterdam in una grande Camera Oscura.

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L’installazione muove il suo primo passo concettuale dalla violenta e improvvisa conversione della Chiesa Vecchia da Romana Cattolica a Protestante, avvenuta nel giorno del Signore 23 agosto 1566: Beeldenstorm vuol dire Tempesta delle Immagini, ma anche Assalto, e con questo ci si riferisce a quel processo con il quale la raffigurazione del Divino tramite l’Umano venne solennemente bandita e sostituita con violenza iconoclasta dal Vuoto. Un Vuoto che è Astrazione tanto quanto l’Anastasis, che come essa è presenza e cancellazione.

Il Dio che è Assoluto deve darsi allora come irrappresentabile, purificato da ogni pretesa di contingenza, ed è dunque Luce nella più letterale applicazione della sua metafisica.
Le parole di Heidegger, Nichten des Nichts – letteralmente “nientificare il nulla” – si prestano bene alla definizione del meccanismo percettivo portato nella Oude Kerk: offrendosi come Camera Obscura, la Chiesa è nel suo splendore anch’essa obliterata delle sue contingenze, e la Luce che deve manifestarsi come Presenza Divina ha ora la stessa duplice valenza che ha sul negativo fotografico. La pellicola inattinica, qui utilizzata sulle vetrate, ha nelle camere di sviluppo la funzione di pura protezione: l’immagine non ancora sviluppata si dice latente, ma è osservabile perché dalla luce è effettivamente illuminata e protetta al contempo. Senza questa pellicola la luce, non filtrata e quindi non ponderata, potente ed illogica, aggredirebbe l’immagine non ancora manifestatasi fino a distruggerla – cancellandola così come l’Iconoclasmo ha fatto con la rappresentazione del Sacro, e così come Dio è Creazione e Distruzione al tempo stesso.

Il paradosso della Presenza-Assenza si raccoglie in una delle Cappelle sul lato settentrionale della Chiesa. Costruita nel 1515, quindi prima della furia iconoclasta, fu concepita dalla Diocesi di Haarlem per ricalcare la forma del Santo Sepolcro di Gerusalemme, di cui porta anche il nome. Qui sussisteva un gruppo di statue, raffigurazione del compianto del Cristo appena deposto: è l’altro significato dell’Anastasis che si esplicita; è il racconto silente della Notte dell’Uomo che è stato, immagine di quella che verrà, destinata a ripetersi. Anche queste rappresentazioni fecero spazio al Vuoto del Divino, ed ora è rimasto presente il solo baldacchino che protegge un’ulteriore immagine latente, un’immagine che è stata e ora esiste puramente della sua assenza. Andreotta Calò interviene anche qui cortocircuitando la narrazione, e facendo sì che la luce negativa da lui creata si raccolga ad illuminare questa assenza nel momento del tramonto: nel momento della sua estinzione la luce illumina la non-presenza dell’immagine. La soluzione, l’unificazione del senso di questo Paradosso.

Quella del negativo fotografico è allora l’immagine fantasmatica per eccellenza, vissuta sul piano visivo e fisico dallo spettatore che ora si fa egli stesso immagine latente. Nascosto alla Luce del Divino all’interno della Chiesa, è egli stesso manifestato dalla luce negativa, è egli stesso portato sulla soglia dell’esistenza in un tempo che si dà come irrisolvibile, inconciliabile. È immagine nel luogo della cancellazione dell’Immagine, rappresentazione contingente per eccellenza, in quanto mortale, nel luogo della Divinità di cui non si è più voluta rappresentazione.

Lo spettatore sei tu, è chiunque. Lo spettatore sono io che ho tentato persino di fotografare la Camera Oscura dall’interno di questo negativo, portando paradosso al paradosso. Siamo noi, spettatori irrisolvibili e fantasmatici delle manifestazioni terribilmente e scandalosamente terrene di un Dio che fatichiamo a comprendere.

 

Articolo a cura di Marco Zindato.

A proposito dell'autore

Storico dell'Arte

Marco Zindato nasce l'8 febbraio del 1989 ad Anzio, dove porta avanti l'abitudine di vivere osservando il mare. Dopo un periodo di prigionia politica nel Liceo Classico, si rende conto che la vita sarebbe troppo lunga per studiare Giurisprudenza e troppo breve per non studiare Storia dell'Arte. Si laurea quindi nel 2017 presso La Sapienza, dove tutt'ora prosegue gli studi di Arte Contemporanea.

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