I fondamentali: i migliori album internazionali degli anni '60 (per principianti)
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Doors – The doors  (1967)

William Blake, Aldous Huxley e Friedrich Nietzsche, è grossomodo questo l’humus culturale in cui germogliano le poesie di Jim Morrison. Visioni lisergiche e volontà di potenza, rituali sciamanici e sensualità oscura, un vero fenomeno di costume oltre un’espressione artistica che ha solcato molto il passo rispetto al resto del rock coevo. Tutto questo supportato da un gruppo di musicisti da capogiro: Ray Manzarek, John Densmore e Robby Krieger, un team musicale di livello assoluto a cui non viene spesso riconosciuto il giusto merito, musicisti in grado di esaltare perfettamente i testi di Morrison, anche quelli meno inspirati.
Questa miscela apocrifa darà vita al più grande esordio nella storia del rock, un disco fenomenale, potente, selvaggio e magnetico. Organizzato in un susseguirsi di composizioni stupefacenti, in un vortice di progressioni psichedeliche, di riff hard-rock, acid-blues e ballate oniriche.

Pink Floyd – The piper at the gates of dawn (1967)

The piper at the gates of dawn si rivela un prodotto ispiratissimo sin dalla prima traccia, la fenomenale Astronomy Domine, un vero viaggio allucinatorio narratoci da Syd Barrett, incalzato dai musicisti che lo accompagnano. Questo ci permette subito di capire le dinamiche del gruppo: Barrett è in grado di spaziare con le sue divagazioni psichedeliche, il gruppo lo supporta efficamente. Questo rapporto binario all’interno del gruppo non tornerà più per 10 anni, almeno finché Waters non prenderà davvero il sopravvento sui Pink Floyd.
La potenza immaginifica di Barrett si scatena tra viaggi spaziali e racconti fiabeschi, litanie indiane e nella “pazzia del quotidiano“, pezzi meravigliosi come Lucifer Sam e The Gnome fanno da contorno al piatto più succulento dell’album: Interstellar Overdrive. Un vero viaggio in acido dove i quattro musicisti si alternano in una jam session eccezionale.

Velvet Underground – The Velvet Underground & Nico (1967)

L’ensamble di New York esce dai sotterranei  per scaricare nel primo lavoro tutto lo scandalo dei loro testi e dei loro suoni, carichi di droga e perversioni che scatenarono la curiosità di Andy Warhol. Fu proprio il re della pop art a portare Reed e compagni alla ribalta, imponendo la presenza di Nico, scelta che si rivelerà azzeccatissima. La copertina con le celeberrima banana è diventata una delle figure più iconiche di tutto il ‘900, la loro musica invece sarà in grado di influenzare praticamente tutti. Un suono incredibile, con la chitarra satura e al massimo volume, la viola di Cale e quella batteria asciutta, risultò veramente qualcosa di inedito ed esplosivo. La stagione dell’acquario era finita prima di iniziare, le speranze di rivoluzione affogano in un mondo di nichilismo, disturbo mentale e perdizione.

King Crimson – In The Court Of The Crimson King (1969)

“Confusion will be my epitaph” 
Così recita sommesso l’uomo schizofrenico, il mostro distorto della superba copertina di Barry Godber, l’umanità trascinata nella gola del leviatano, nel disperato gorgo post-bellico, dove anche Ulisse era precipitato, tanti anni prima. Il gruppo di Fripp si lancia in una fantastica messa in scena, raffinata e sconcertante, melodica e dissonante, un meraviglioso mondo di capovolgimenti. Merito di grandi interpreti come Greg Lake e Ian McDonald, e dell’abile paroliere Peter Sinfield se i King Crimson raggiungono l’apice del progressive rock proprio ai suoi primordi.
Le traccie sono meravigliose, 21th Century Schizoid man è straripante, il vero urlo dell’uomo a una dimensione,  ma Epitaph è forse il capolavoro dell’album:

“The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams

When every man is torn apart
With nightmares and with dreams
Will no one lay the laurel wreath
When silence drowns the screams?”

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