In una lettera del 1913, anno di pubblicazione dei Frammenti lirici, sua opera d’esordio, presso le edizioni della «Voce», Clemente Rebora scrive a Giuseppe Prezzolini: «ed è forse per odio alla poesia che ho poetato, o mi sono illuso in qualcosa di simile» [1]. Non un odio per la poesia tout court spinge il poeta milanese a creare versi, ma l’odio per la poesia allora dominante, dannunzianamente frivola o futuristicamente caotica e sostanzialmente vuota. Rebora della poesia ha ben altro concetto: ideale discepolo di Parini e di Leopardi, ha una concezione eminentemente filosofica della poesia (egli stesso, in una lettera del 1911, confessa di avere una «discreta conoscenza filosofica della letteratura italiana», ma di essere «sprovvisto affatto della necessaria coltura filologica e meramente letteraria» [2]). Tale predisposizione speculativa si traduce in un’attenzione febbrile per i problemi esistenziali, insoluti ed insolubili, che attanagliano l’Io, individuale e insieme collettivo: «Mi sbatto nel contrasto fra l’eterno e il transitorio, fra quello che sento (e amo) necessario e quello che vorrei non fosse, fra la potenza e l’atto, fra la cosa conosciuta e il lasciarla partire […] S’io pubblicherò alcuni pochi frammenti lirici – orribili come poesia – rivedrà codesto contrasto» [3]. «Contrasto» è la parola chiave, nel quale si trova intrappolato l’Io reboriano, e che trova concretizzazione letteraria nel frammento – un uomo a pezzi scrive a pezzi – e in un linguaggio impoetico, o meglio antipoetico, fuori del tempo, duro e aspro, spigoloso – modellato sulle dantesche Rime petrose [4] -, grido espressionistico che proietta l’Io tormentato, lacerato, e tutto ciò che esso si trascina dietro, fuori di sé. Rebora decide di lasciar sprigionare tutto il suo odio fortemente moralistico – l’anima leopardiana – e civile – l’anima pariniana -, pur consapevole della propria insufficienza, della propria inidonietà, della propria inutilità: «li troverai anche accademici o non, sciatti o non, e forse sempre inutili»; «ti parlerò anche… di quello inutile mio progetto poetico». In un’epoca dominata dalla «rettorica», ricorrendo all’efficace e insuperabile terminologia michelstaedteriana, che, meglio d’ogni altra, descrive l’Italia primonovecentesca, il grido d’odio moralistico e civile di Rebora si perde nel vuoto, con il poeta che non si aspetta in fondo niente di diverso.

Ma almeno – almeno – di tanto in tanto piove…

O pioggia feroce che lavi ai selciati
lordure e menzogne
nell’anime impure,
scarnifichi ad essi le rughe
e ai morti viventi, le rogne!
Quando è sole, il pattume
e le pietre dei corsi
gemme sembrano e piume,
e fra genti e lavoro
scintilla il similoro
di tutti, e s’empiono i vuoti rimorsi;
ma in oscura meraviglia
fra un terror di profezia
tu, per la tenebra nuda
della cruda grondante tua striglia,
rodi chi visse di baratto e scoria:
annaspa egli nella memoria,
o si rimescola agli altri rifiuti,
o va stordito ai rìvoli di spurghi
che tu gli spazzi via.
Ma per noi, fredda amazzone implacata,
o pioggia di scuri e di frecce
tu sei redentrice adorata
del rinnegato bene;
per noi, che sentiamo insolubil mistero
quando la vita si sdraia alle cose,
mentre l’eterno in martirio di prove
ci sembra spontanea purezza del vero,
tu sùsciti come il silenzio
dove natura è più forte,
operi come la morte
dove immortale è il pensiero.
Oh, lava e scarnifica e spazza
chi fra i bari del mondo non volle aver bazza:
sgrumando la lugubre scoria
che c’inviliva alla gente,
snuderai l’oro e la gloria
che non si vendon né recan piacere,
ma splendono d’un balenìo
che irraggia invisibile sugli altri con Dio.

Benedetta è la pioggia «feroce», spietata e crudele come il Dio veterotestamentario, «per l’azione allegorica esercitata, in molti Frammenti lirici: azione, cioè, di catarsi dal torpore spirituale. Basti aggiungere che la pioggia è sempre vista cadere in città, l’ambiente che, a giudizio del poeta, condanna gli uomini all’isolamento e alla violenza, ed ha bisogno, quindi, di una redenzione energica» [5]. Gli uomini non sono che «morti viventi», «lordure e menzogne» affollano le loro anime «impure», cloache talmente intasate da scoppiare. Per questo motivo la risanatrice e salutare pioggia necessita di tanta veemenza, di tanta ferocia: solo un nubifragio può dissipare tanta sporcizia spirituale e materiale. Ma la pioggia non si limita a disperdere, essa «scarnifica», scortica l’uomo e il mondo privandolo dello spesso strato di turpitudine che lo avvolge, unto e maleodorante, e riportando alla luce la vera, autentica dimensione di un’esistenza traviata dall’artificiosità.

La fortissima tensione morale che percorre il frammento – caratterizzando l’intera opera di Rebora – dall’inizio alla fine si realizza attraverso quel linguaggio crudo, ispido, acuminato, petroso evidenziato in precedenza: «lordure», «impure», «rughe», «rogne», «pattume», «spazza», «bazza», «scarnifichi», «rodi», «spazzi», «sgrumando». Trionfa l’allitterazione: «della cruda grondante tua striglia». Un martellamento implacabile come l’azione stessa, apocalittica e profetica, della pioggia. Il frammento si conclude nel nome di Dio, quel Dio verso il quale Rebora, dopo la conversione, si getterà con tutto se stesso, con l’impeto proprio della sua natura travolgente. Dio, l’orizzonte utopico nel quale naufragare in fuga dalla «rettorica» dominante, attanagliante, omologante, annichilente.

NOTE

[1] Clemente Rebora, Lettere (1893-1930), a cura di M. Marchione, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1976, p. 147.

[2] Ivi, p. 87.

[3] Lettera del 16 novembre 1911, ivi, p. 106.

[4] Per un approfondimento su questo ciclo di rime dantesche rimando all’articolo Madonna Pietra ovvero l’anti-Beatrice.

[5] Marziano Guglielminetti, Clemente Rebora, Mursia, Milano 1968.

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