L’arte per me è l’esaltazione dell’impossibilità della rivolta.

All’inizio del XX secolo un grido assordante, d’angoscia e di protesta, di disperazione e di ribellione si diffonde per la vecchia Europa, con la prepotenza ingovernabile d’un’onda anomala, sconvolgendo l’arte, rivoluzionandola: il grido dell’Espressionismo.

«Mai c’è stata un’epoca scossa da un orrore simile e dalla paura della morte. Mai si era steso sul mondo un tale sepolcrale silenzio. Mai l’uomo è stato così piccolo. Mai l’uomo è stato afferrato da tanta angoscia. Mai la gioia è stata così lontana e la libertà morta. E ora grida tutta la sua miseria: l’uomo grida reclamando la sua anima, dal nostro tempo sale un unico urlo di disperazione. Anche l’arte grida nelle tenebre, grida in cerca d’aiuto, grida in cerca dello spirito: questo è l’espressionismo» [1].

In Italia, a questo prepotente e sovversivo grido si unisce la voce di Lorenzo Viani, uno dei pochi, pochissimi artisti autenticamente, profondamente, visceralmente espressionisti del nostro paese. Viareggino classe 1882, Viani si forma, si sbozza nelle botteghe dei barbieri presso cui è impiegato come garzone sin da giovanissimo: qui, negli sgabuzzini trasformati in piccole ma fornitissime biblioteche di fortuna, legge e trascrive i Classici della letteratura, da Dante a Dostoevskij, qui scopre l’Anarchia, qui inizia a disegnare. Ed è proprio in una di queste botteghe che lo scopre Plinio Nomellini, esortandolo a battere con regolarità la via della pittura. All’attività artistica Viani affianca quella politica: anarchico militante, nel 1898 diventa il capo del gruppo Delenda Carthago, successivamente entra a far parte del Manipolo d’Apua, in qualità di grande aiutante, insieme con Ceccardo Roccatagliata Ceccardi [2], Generalissimo, Giuseppe Ungaretti, Console d’Egitto ed Enrico Pea, Sacerdote degli scongiuri. E a partire dagli anni Venti, con la biografia sui generis del Generalissimo, scomparso da poco, alla pittura Viani affianca la scrittura. In entrambe le manifestazioni artistiche la sua attenzione è dedicata agli ultimi, i diseredati, i reietti: ubriachi, vagabondi, folli, prostitute. I figli della strada, insomma.

«La mia prima ispirazione è stata la strada, l’antica patria nostra e gli uomini, che questa casa aperta sul silenzio dei cieli non hanno voluto abbandonare mai, che portano nel volto segni di fierezza e d’angoscia, di melanconia e di ferocia insieme, i vagabondi, gli uomini liberi. Poi… mi imbattei in quelle altre turbe di viandanti che vanno oltre il nostro bel mare con grande fardello di speranza…; di là ho veduto i malinconici ritorni, gli uomini vinti dalla vita e dalla lotta, su cui l’anima pare si affacci per la prima volta; e più tardi Parigi, con i suoi uomini scarnificati dalle malattie dal vizio e dal peccato; rosi dall’alcol, tosati dalla sifilide, sciupati dalla fame. E dopo ancora… le dolci strade di Versilia a raddolcire le amarezze passate nelle città maledette» [3].

Lorenzo Viani, Il folle.

La strada dunque, senza mediazione alcuna, con i suoi protagonisti dimenticati, emarginati, senza voce, abbandonati alle loro distruttive debolezze, soffocati dai loro stessi conati di rivolta repressi dalla società borghese, razionale e consacrata ai miti della produttività e del benessere, la strada, dicevo, viene trasferita, fissata, immortalata da Viani nelle sue opere, artistiche e letterarie, vibranti e maleducate testimonianze di un’umanità degradata, diseredata, senza dignità, ridotta ad una dimensione bestiale, ultima:

«Nel tempo congiunsi l’animale ragionevole, l’uomo, al rospo; al rospo interpretato come rivale dell’usignolo negli accordi del crepuscolo: mondo terribile, toni bassi e intenzionali, mormorazione di colore, urlo di dolore» [4].

Eccolo dunque il grido, che sulle tele o sui cartoni o sulle lastre di Eternit o su qualunque altro materiale capiti a tiro non può che essere rappresentato con il ricorso massiccio al colore nero, il colore dell’anarchia, della notte e della morte, quella morte che Viani sente alitare incessantemente sul proprio collo cotto dal sole della strada e del mare con costanza allucinante, ossessionante:

«Non so concepire che in nero […]. Dipingi con pochi colori; tieni in grande onore il nero d’avorio, la terra rossa e gialla e verde: avrai così intonazioni sostenute e concrete… Sagoma la tua visione con solchi decisi in nero… I celesti i blu gli smeraldi gli arancioni, i colori vistosi sono ingannevoli, parlano alla nostra sensualità, il nero colore austero è materia prediletta del costruttore, è forza-sostanza delle cose» [5].

Lorenzo Viani, Amanti anarchici.

L’anarchia socialisteggiante di Viani – “Bakunin” era il suo soprannome, e «bakunista» si definiva egli stesso – lo porta a concepire un’idea popolare dell’arte:

«L’arte è un’inutile mollezza della vita se alle moltitudini oppresse non è dato goderne» [6].

E sempre, ostinatamente, testardamente, con affetto dostoevskiano lo sguardo di Viani è fissato sulle masse oscure degli umili, di cui canta, in figure e in parole, l’impossibilità di ribellarsi, di spezzare quelle catene arrugginite che le tengono prigioniere, costrette al vizio, alla bestialità, alla miseria – condizioni-limite in cui il conforto della morte verrà sempre e comunque in ritardo -:

«L’arte per me è l’esaltazione dell’impossibilità della rivolta, della eccessività e, se volete, della follia. Visitando l’opera mia per meglio penetrarne lo spirito, è necessario sapere l’identità effettiva di anima che io sento di avere coi vagabondi, coi deplacé, la comunanza di vita che io ho col popolo, il quale mi espresse dalle sue viscere e da cui non mi sono mai, mai staccato, perché in mezzo al popolo io vivo e vivendo creo con amore i miei eroi!» [7].

Lorenzo Viani, Famiglia di poveri.

Lorenzo Viani, La vedova.

Lorenzo Viani, Mendicante.

Viani è espressione delle viscere del popolo. Come molti dei più grandi scrittori e poeti del primo Novecento italiano – penso a Michelstaedter, Campana, Lucini, Palazzeschi, Rebora -, la sua opera, figurativa e letteraria, si fonda su un profondo e irriducibile disprezzo nei confronti della tirannide borghese:

«Cosa sarei stato io da 15 a 25 anni senza l’entusiasmo della rivolta e della distruzione? Una barca senza timone e a discrezione del vento… Le difficoltà erano per me superare tutte le leggi borghesi, distruggerle, rinnovarle. La mia fame andava contro gli scioperi della fame dei miei compagni coatti che alla schiavitù preferirono la morte. Fu per me una grande forza questa idea di fierezza individuale» [8].

Lorenzo Viani, Consuetudine.

E allora ecco che, da questa prospettiva anti-borghese, anti-benpensante, i vagabondi, i vàgeri – neologismo sinonimo appunto di vagabondi, e titolo di un’opera letteraria del 1926 -, il popolo in generale, si impongono come forza sociale alternativa, autentica e incontaminata, rivale della tirannide borghese, almeno in potenza.

Come giustamente sottolinea Muzzioli [9], l’Espressionismo, tra gli altri aspetti, trova la sua ragion d’essere nell’opposizione all’impressionismo – lo dichiara del resto esplicitamente anche Bahr -, ed è quanto avviene anche in Viani, che ne parla chiaramente:

«L’impressionismo è contro lo stile. È la cronaca dell’arte pura. Chi si compiace di far delle impressioni dimostra di essere superficiale e irriflessivo. L’impressionista è oggettivo. L’artista è profondamente soggettivo» [10].

Una concezione dell’arte evidentemente, visceralmente espressionista. Ma l’espressionismo di Viani si caratterizza per la fortissima carica realistica. Attenzione però:

«Quando dico realismo non dico verismo: toni carnosi o cicciosi, abiti lustri e colpi di biacca… per me il realismo è senso profondo delle cose, poesia che pulsa e solleva le apparenze per rivelare la vita… Questo realismo che in bellezza adegua un asino che raglia alla marmorea statua di Ercole» [11].

Lorenzo Viani, Vecchi pescatori.

Tale originalissimo realismo si concretizza letterariamente in un approccio crudo e spietato – ancor più crudo e spietato che nella pittura, se possibile – alla realtà, sbattuta sulla pagina senza filtri, anzi, semmai sovraccaricata, deformata, attraverso l’adozione di una lingua straordinaria – vero e proprio equivalente dell’argot celiniano -, che mescola dialetto, gergo e neologismo, sempre traendo ispirazione dalla strada e dal suo popolo:

«Io vengo alla prosa dalla xilografia che non ammette soverchie sfumature […]. Il mio linguaggio è spinoso aspro intraducibile? Ma le figure che lampano nella nostra anima si ricreano con una intelaiatura di parole proprie, e noi per questo le vedremo in rilievo. Io mi propongo di rendere il tipo qual mi è apparso anche se per naso devo dire “sparafumo”, lanterne… per gli occhi, piazzale dei pidocchi… per testa, ruzzolante… per carrozza. […] Avviciniamoci a questa plebe che nel suo linguaggio fantasioso rimpolpa e rassoda la lingua scritta. Questo popolo che sempre si esprime con una fresca invenzione di linguaggio costantemente sollevato da una fantasia vivida ed abbagliante che nella disperazione crea accenti danteschi e che si tramanda da secoli di bocca in bocca come la ruta» [12].

La penna di Viani, affilata come una lama, recide le palpebre del lettore, mostrando con una chiarezza abbacinante e con una vividezza cruda, spietata l’altra faccia dell’impettita e superomistica società borghese, la faccia misera, butterata, oppressa, nella quale l’artista vedeva la propria di faccia, d’anarchico militante ribelle figlio della strada.

NOTE

[1] Hermann Bahr, Espressionismo, traduzione di Fabrizio Cambi, Silvy, Scurelle (Tn) 2012. Per un approfondimento sul saggio di Bahr rimando agli articoli L’Espressionismo è un grido – I, L’Espressionismo è un grido – II.

[2] Per un approfondimento sul poeta genovese rimando all’articolo Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, il crepuscolare maledetto.

[3] Citato in Silvana Cirillo, Sulle tracce del surrealismo italiano, Esedra editrice, Padova 2016, p. 27.

[4] Citato in Ida Cardellini Signorini, Lorenzo Viani: disegni e xilografie, La nuova Italia, Firenze 1975, p. 8.

[5] Lorenzo Viani, Testi inediti e rari, a cura di Luisa Petruni Cellai, Stampa Tipolito Mario Pezzini, Viareggio 1982, pp. 101-106.

[6] Citato in Silvana Cirillo, Sulle tracce del surrealismo italiano, op. cit., p. 32.

[7] Lorenzo Viani, Testi inediti e rari, op. cit., pp. 85-86.

[8] Lorenzo Viani, Gli inizi della mia vita, in Il cipresso e la vite, Vallecchi, Firenze 1943, p. 218.

[9] Francesco Muzzioli, Per una teoria dell’Espressionismo, in «L’Illuminista», nn. 37/38/38, Ponte Sisto, Roma 2013.

[10] Lorenzo Viani, Testi inediti e rari, op. cit., p. 111.

[11] Lorenzo Viani in «Augustea», 1926.

[12] Lorenzo Viani in «Il popolo Toscano», 1928.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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