E’ ti pare che se odiassi gli uomini, mi dorrei come fo’ de’ lor vizj? tuttavia poiché non so riderne, e temo di rovinare, io stimo migliore partito la ritirata.

Ultime lettere di Jacopo Ortis

Ritratto immaginario di Didimo Chierico nell’edizione del 1813 del «Viaggio sentimentale di Yorick» di Sterne tradotto da Ugo Foscolo.

Opera apprezzata sin dalla giovinezza, Foscolo inizia a lavorare alla traduzione di A Sentimental Journey Through France and Italy (1768) di Laurence Sterne tra la primavera e l’estate del 1805; vi ritorna nel 1812, pubblicandola infine l’anno successivo. Accompagna il testo la Notizia intorno a Didimo Chierico, in cui viene realizzato il ritratto del fittizio autore della traduzione, espediente che manifesta tutto l’impetuoso individualismo di Foscolo, il quale non può certo accontentarsi di apparire come semplice traduttore, ma intende rivelare anche in questa impresa creativamente limitativa, la propria personalità di demiurgo. Ora, leggendo il ritratto di questa nuova, ultima maschera di Foscolo, ciò che balza subito agli occhi è la differenza con la sua prima di maschera, e mi riferisco ovviamente a quella di Jacopo Ortis. Mentre questi si caratterizza per una passionalità esasperata, per un’impetuosità tempestosa che lo porta a dichiarare guerra al mondo intero e a scegliere, una volta fatti i conti – impietosi e dolorosissimi – con la propria, invincibile impotenza, la tragica via del suicidio [1], Didimo Chierico si caratterizza per il distacco e l’ironia:

«Teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana» [2].

Insomma, Didimo Chierico si presenta come l’anti-Ortis [3]. Jacopo di ridere non è capace, per questo, o meglio, anche per questo si uccide, come dichiara egli stesso nel passo del romanzo riportato in epigrafe e che ripropongo ora:

«E’ ti pare che se odiassi gli uomini, mi dorrei come fo’ de’ lor vizj? tuttavia poiché non so riderne, e temo di rovinare, io stimo migliore partito la ritirata» [4].

Al contrario, il riso è una componente fondamentale della persona e dell’attività filosofico-letteraria di Didimo Chierico: scrive l’Ipercalisse, opera polemica scritta in un latino biblico e profetico modellato su quello dell’Apocalisse, data alle stampe nel 1815, che «sa di satirico»; si scaglia ironicamente contro i letterati, «e mentre par ch’ei gli esalti, fa pur sentire ch’ei li disprezza»; è interessato al Sentimental Journey di Sterne proprio per la sua inedita ironia, come spiega egli stesso: «Che con nuova specie d’ironia, non epigrammatica né suasoria ma candidamente ed affettuosamente storica, Yorick da’ fatti narrati in lode de’ mortali, deriva lo scherno contro a molti difetti, segnatamente contro la fatuità del loro carattere», metodo che ricorda quello adottato da Parini nel Giorno; si rende protagonista di azioni e dispensa sentenze «degne di riso»; celebra Don Chisciotte per la sua facile inclinazione alle illusioni. Ma anche Jacopo, a ben vedere, ride:

«Eppure, o Lorenzo, in sì fieri dubbj, e in tanti tormenti, ogni qual volta io domando consiglio alla mia ragione, mi riconforta dicendomi: Tu non se’ immortale. Or via, soffriamo dunque; e sino agli estremi – uscirò, uscirò dall’inferno della vita; e basto io solo: a questa idea rido e della fortuna, e degli uomini, e quasi della onnipotenza di Dio» [5].

Non si tratta però del distaccato riso ironico di Didimo Chierico, ma del «riso maligno» che caratterizza la drammatica e violenta esperienza del suicida. Lo troviamo nel Bruto leopardiano e in Carlo Michelstaedter. Questi i versi di Leopardi in questione:

«Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride» (vv. 38-45) [6].

E questa l’illuminante spiegazione fornita dal poeta nello Zibaldone:

«Quando l’uomo veramente sventurato si accorge e sente profondamente l’impossibilità d’esser felice, e la somma e certa infelicità dell’uomo, comincia dal divenire indifferente intorno a se stesso, come persona che non può sperar nulla, né perdere e soffrire più di quello ch’ella già preveda e sappia. Ma se la sventura arriva al colmo l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di se, (ch’era già da questa indifferenza così violato) o piuttosto lo rivolge in un modo tutto contrario al consueto degli uomini, egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, o l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga ad uccidersi essendone impedito da altrui; allora è il tempo di quel maligno amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l’ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità» [7].

Per quanto riguarda invece Carlo Michelstaedter, suicida reale, a ventitré anni e, incredibile ma vero, stando alle cronache dell’epoca, con ben due colpi di pistola alla testa, egli parla del «riso maligno» in una lettera del 2 settembre 1909 indirizzata all’amico Enrico Mreule, il socratico Rico del Dialogo della salute [8]:

«Ho riso di tutto e ho vissuto per sport. Ed ora che ho conosciuto cosa era la mia sicurezza ed ho preoccupato il futuro, che cosa mi resta se non il riso maligno, e il dolore bruto per la brutalità irriducibile della forza che mi tiene in vita? peggiore questo dolore che tutto il dolore che ho provato quando vedevo per la prima volta. Solo una reazione avrei potuto avere – così pensavo nella mia speranza, solo una reazione mi resta ora: d’andarmene, di distruggere questo corpo che vuol vivere» [9].

Jacopo si uccide ventiquattrenne, mentre Didimo è alla soglia dei trent’anni, mantenendo comunque un «aspetto assai giovanile». Questo dato sull’aspetto esteriore di Didimo, ad una prima lettura irrilevante, assume una particolare importanza, o almeno è questa una mia opinione, se messo in relazione alla prima terzina del sonetto foscoliano Che stai? già il secol l’orma ultima lascia, posto in conclusione della raccolta delle Poesie, ma risalente con ogni probabilità al 1800, dunque in piena fase ortisiana:

«Figlio infelice e disperato amante,
e senza patria, a tutti aspro e a te stesso,
giovine d’anni e rugoso in sembiante».

La disperazione è causa di un invecchiamento precoce, mentre Didimo, nel suo distacco e nella sua ironia, mantiene una certa freschezza giovanile nonostante i trent’anni. E mentre l’io lirico del sonetto è «a tutti aspro», Didimo,

«tuttoché forestiero, non era guardato dal popolo di mal occhio, e le donne passando gli sorridevano, e le vecchie si soffermavano accanto a una porticciola a discorrere seco, e molti fantolini, de’ quali egli si compiaceva, gli correvano lietissimi attorno».

Ma in Didimo Chierico non tutto è così limpido, pacifico e conciliante. Sopravvive in lui quella vena nichilistica propria di Jacopo Ortis e del giovanile Foscolo, come dimostra il riferimento al nulla:

«L’umana ragione […] si travaglia su le mere astrazioni; piglia le mosse, e senza avvedersi, a principio, dal nulla; e dopo lunghissimo viaggio, si torna a occhi aperti e atterriti nel nulla: ed al nostro intelletto la SOSTANZA della natura ed il NULLA furono, sono e saranno sinonimi».

Ma emblematica è soprattutto la conclusione della Notizia, in cui si comunica la rinuncia di Didimo alla lettura e alla scrittura, segno che solo abbandonando la filosofia e la letteratura si può raggiungere il perfetto distacco e la perfetta ironia:

«So che in un paese lontano chiamato Bologna a mare, Didimo regalò tutti i suoi libri e scartafacci a un altro giovine militare che ne usasse a suo beneplacito; e fece proponimento di né più leggere né più scrivere: da indi in qua, e egli è pur molto tempo, non so più dov’e’ sia né se viva».

Conclude dunque la Notizia quell’utopia del silenzio nota a molti scrittori, tutti quelli che hanno coscienza del carattere tutt’altro che conciliante e pacifico della scrittura, la quale costringe ogni sacrosanto giorno a fare i conti con se stessi, quando da se stessi si dovrebbe fuggire a gambe levate.

NOTE

[1] Per un approfondimento sul romanzo di Foscolo rimando agli articoli L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Prima parte, L’impotenza, la malattia mortale di Jacopo Ortis. Seconda parte.

[2] Ugo Foscolo, Opere, a cura di Mario Puppo, Mursia, Milano 1962.

[3] Mario Fubini, Ortis e Didimo, in Ugo Foscolo. Saggi, studi, note, La Nuova Italia, Firenze 1978.

[4] Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Paolo Mattei, Newton Compton editori, Roma 2015, p. 52.

[5] Ivi, p. 85.

[6] Giacomo Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 95.

[7] Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione integrale diretta da Lucio Felici, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 91.

[8] Per un approfondimento sullo scrittore e filosofo goriziano rimando allo studio Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter.

[9] Carlo Michelstaedter, Epistolario, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1983, p. 407.

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