Jacopo divide l’umanità in tre categorie: i potenti, i servi e i ladri. E chi, come lui, non appartiene a nessuna di queste tre categorie è un cane randagio [1]. E infatti Jacopo si dà al randagismo, all’erranza, straniero ramingo per una patria che non esiste, Caino per decreto storico senza aver mai ucciso un suo fratello, non volontariamente almeno. Bologna, Firenze e più in generale la Toscana «tutta», Parma, Milano, Genova, Pietra Ligure, Ventimiglia, Alessandria, Piacenza, Rimini, Ravenna: sono queste le tappe del randagismo di Jacopo, che a Bologna ricorre persino all’oppio nel tentativo di alleviare le proprie sofferenze, altro elemento che dimostra la grande modernità dell’Ortis (inutile ricordare come il tema della droga dilagherà nella letteratura europea del XIX secolo, trovando in Baudelaire il suo più illustre cantore):

«E’ mi parrebbe pure di star meno male se potessi dormire lungamente un gravissimo sonno. L’oppio non giova; mi desta dopo brevi letarghi pieni di visioni e di spasimi – e sono più notti! – Ora mi sono alzato per provarmi di scriverti; ma non mi regge più il polso. – Tornerò a coricarmi. Pare che l’anima mia siegua lo stato negro e burrascoso della Natura. Sento diluviare: e giaccio con gli occhi spalancati. Dio mio! Dio mio!» (99).

La lontananza da Teresa permette a Jacopo di superare la crisi, e nelle sue lettere tornano a dominare le riflessioni politiche. In particolar modo, nell’epistola del 25 settembre, scritta da Firenze, Jacopo coglie una delle caratteristiche fondamentali del nostro paese, l’invincibile particolarismo:

«Così noi tutti Italiani siamo fuoriusciti e stranieri in Italia: e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci sono di scudo: e guai se t’attenti di mostrare una dramma di sublime coraggio! Sbanditi appena dalle nostre porte, non troviamo che ne raccolga. Spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da’ nostri medesimi concittadini, i quali anziché compiangersi e soccorrersi nella comune calamità, guardano come barbari tutti quegl’Italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene – dimmi, Lorenzo, quale asilo ci resta?» (105).

Ripeto, in queste righe Jacopo coglie uno degli aspetti caratteristici del nostro paese, e non sarà certo l’Unità a cambiare le cose, semmai inasprirà questo esasperato particolarismo di cui ognuno di noi oggi può fare facilmente esperienza. Sono parole che ispirano riflessioni scomode, amare, quesiti spigolosi, ma che pure è giusto porsi, perché in fondo prendersi in giro non aiuta, mai, ed è meglio una maleducata verità che una cortese menzogna. Per quanto mi riguarda, ad esempio, pensando agli infausti giorni nostri e ad uno dei temi attuali più dibattuti, queste parole di Jacopo Ortis mi hanno costretto a domandarmi se si possa parlare davvero di integrazione in un paese come il nostro, dove appunto un Italiano è considerato straniero non al di fuori della propria regione, ma della propria provincia, della propria città e talvolta persino del proprio quartiere.

L’amore per Teresa ha raggiunto la vetta delle passioni di Jacopo, scalzando la Gloria, di cui il protagonista subisce pur sempre il fascino, ma con diminuita intensità rispetto al passato. Il «risplendente fantasma» della Gloria perde luminosità e vacilla, «cade e si risolve in un mucchio d’ossa e di ceneri fra le quali io veggio sfavillar tratto tratto alcuni languidi raggi; ma che ben presto io passerò camminando sopra il tuo scheletro, sorridendo della mia delusa ambizione» (108). Resiste tuttavia la speranza di liberare la patria, ma le parole di Parini nel memorabile colloquio con Jacopo nei giardini di Porta Orientale a Milano, annientano nel giovane anche quest’ultimo afflato interventistico:

«Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. – Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità de’ tuoi concittadini e la corruzione de’ tempi, potessi aspirare al tuo intento; di’? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall’interno, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l’onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua superiorità, e dalla conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. – Ti avanza ancora un seggio fra’ capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che t’aita a salire. Ma – o figliuolo! l’umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. -» (111-112).

Parini riprende l’eternamente valida lezione di Machiavelli – e si tenga presente che ad essa farà riferimento ancora Tolstoj ad inizio Novecento nel saggio Guerra e rivoluzione [2] -, caricandola di una disillusione cupa, estrema dovuta alla propria esperienza personale, e mostra con spietatezza, quasi con efferatezza considerando la giovane età dell’interlocutore e la sua natura impetuosa, l’immoralità atavica della politica. Chi detiene il potere non può essere innocente, ma è e sarà sempre colpevole.

Come insegna Alfieri, questo vuoto d’azione deve essere colmato dalla scrittura, e Jacopo ode la sua patria gridare:

«SCRIVI CIÒ CHE VEDESTI, MANDERÒ LA MIA VOCE DALLE ROVINE, E TI DETTERÒ LA MIA STORIA. PIANGERANNO I SECOLI SU LA MIA SOLITUDINE; E LE GENTI SI AMMAESTRERANNO NELLE MIE DISAVVENTURE. IL TEMPO ABBATTE IL FORTE: E I DELITTI DI SANGUE SONO LAVATI NEL SANGUE» (112).

Ma l’ingegno di Jacopo muore con le sue forze, eppure questo non gli impedisce di lanciare un messaggio accorato, il supremo messaggio del romanzo di Foscolo:

«Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati, su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottare contro la forza, perché almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo: Che siamo sfortunati, ma né ciechi né vili; che non ci manca il coraggio, ma la possanza. – Se avete braccia in catene, perché inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui né i tiranni né la fortuna, arbitri d’ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Abbiate bensì compassione a’ vostri concittadini, e non istigate vanamente le lor passioni politiche; ma sprezzate l’universalità de’ vostri contemporanei: il genere umano d’oggi ha le frenesie e la debolezza della decrepitezza; ma l’umano genere, appunto quand’è prossimo a morte, rinasce vigorosissimo. Scrivete a quei che verranno, e che soli saranno degni d’udirvi, e forti da vendicarvi. Perseguitate con la verità i vostri persecutori. E poi che non potete opprimerli, mentre vivono, co’ pugnali, opprimeteli almeno con l’obbrobrio per tutti i secoli futuri. Se ad alcuni di voi è rapita la patria, la tranquillità, e le sostanze; se niuno osa divenire marito; se tutti paventano il dolce nome di padre, per non procreare nell’esilio e nel dolore nuovi schiavi e nuovi infelici, perché mai accarezzate così vilmente la vita ignuda di tutti i piaceri? Perché non la consecrate all’unico fantasma ch’è duce degli uomini generosi, la gloria? Giudicherete l’Europa vivente, e la vostra sentenza illuminerà le genti avvenire. L’umana viltà vi mostra terrori e pericoli; ma voi siete forse immortali? fra l’avvilimento delle carceri e de’ supplicj v’innalzerete sopra il potente, e il suo futuro contro di voi accrescerà il suo vituperio e la vostra fama» (113).

Jacopo lancia uno straordinario messaggio di resistenza letteraria, nel quale riecheggia prepotente l’esortazione a perseguitare con la verità i propri persecutori. È quanto, nel nostro piccolo, tentiamo di fare noi Malpensanti, sforzandoci di mantenere accese le fiamme dei Grandi, che ogni giorno rischiano di essere travolte da questa inondazione d’ignoranza devastante, e di spegnersi per sempre. Le parole di Jacopo dovrebbero campeggiare nelle aule delle scuole italiane, e la sua vicenda dovrebbe essere il faro degli alunni che le riempiono. Ma ciò non è mai accaduto e non accadrà mai, e di questo in fondo, detto tra noi, me ne frego. Jacopo Ortis per me è stato un faro, ha contribuito a rendermi straniero, e tanto basta.

L’incontro con Parini dona nuova linfa pessimistica alle riflessioni di Jacopo, che si scaglia contro la società – «ciascun individuo è nemico nato della Società, perché la Società è necessaria nemica degli individui» (122) – e realizza un’impietosa panoramica storica che non lascia aperto neppure uno spiraglio alla speranza:

«Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. Io guardando da queste Alpi d’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenavano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda. Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati. Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma. Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno le loro età. Oggi sono tiranne per maturare la propria di schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve» (125-126).

E anche gli «eroi», i «capisette», i «fondatori delle nazioni», così orgogliosi e pieni di sé, convinti intimamente di essere necessari e insostituibili, in realtà non sono altro che «cieche ruote dell’oriuolo» (126).

La notizia del matrimonio di Teresa con l’arido Odoardo è un colpo durissimo per Jacopo, che sceglie definitivamente, irrevocabilmente di uccidersi. Distrutta anche l’ultima, fragile «illusione», a Jacopo non resta che la speranza del «nulla». La vita si riduce a «Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro», solo la morte «promette pace» (128). Jacopo è ora davvero convinto e fermo nel suo proposito, e giura di morire sulla tomba di Dante, a Ravenna, ultima tappa del suo errare randagio prima di tornare nei Colli Euganei e porre fine ai suoi tristi giorni:

«Non temerariamente, ma con animo consigliato e sicuro. Quante tempeste pria che la Morte potesse parlare così pacatamente con me – ed io così pacato con lei!
Sull’urna tua, Padre Dante! Abbracciandola, mi sono prefisso ancor più nel mio consiglio. M’hai tu veduto? m’hai tu forse, Padre, ispirato tanta fortezza di senso e di cuore, mentr’io genuflussu, con la fronte appoggiata a’ tuoi marmi, meditava e l’alto animo tuo, e il tuo amore, e l’ingrata tua patria, e l’esilio, e la povertà, e la tua mente divina? e mi sono scompagnato dall’ombra tua più deliberato e più lieto» (129).

L’interno della tomba di Dante.

È il momento in cui la fede di Jacopo nella sua religione, la religione della Letteratura, si manifesta nel modo più intenso, al cospetto del sepolcro del «Padre», Dante, cui emblematicamente il protagonista dona l’attributo divino per eccellenza, riservato dalla cristianità a Dio, la suprema entità. Un’intensità che ritroviamo, e meno retorica e più autentica, sincera, immediata nella grandiosa testimonianza di un altro grande fedele della Letteratura, Giacomo Leopardi, del suo pellegrinaggio alla tomba di Torquato Tasso: parlo della bellissima lettera del 20 febbraio 1823 al fratello Carlo [3].

Al cospetto delle spoglie del «Padre» Jacopo si rafforza dunque nel suo proposito di togliersi la vita, e le poche pagine che separano questo momento solenne dalla concretizzazione del suicidio rappresentano di fatto un drammatico conto alla rovescia. Jacopo nelle sue ultime lettere si scaglia polemicamente contro quei giudizi negativi, ipocriti, benpensanti che pioveranno come grandine sulla sua memoria dopo il suicidio, confuta i due principali capi d’accusa che comunemente vengono addossati al suicida: la viltà e l’innaturalezza. Contro il primo capo d’accusa spende parole vibranti, e da accusato si fa implacabile accusatore:

«Tu m’imputi di viltà, e ti vendi intanto l’anima e l’onore. Vieni, mirami agonizzare boccheggiando nel mio sangue: non tremi tu? or chi è il vile? ma trammi questo coltello dal petto – impugnalo; e di’ a te stesso: Dovrò vivere eterno? Dolore sommo forte, ma breve e generoso. Chi sa! la fortuna ti prepara una morte più dolorosa e più infame. Confessa. Or che tu tieni quell’arma appuntata deliberatamente sovra il tuo cuore, non ti senti forse capace di ogni alta impresa, e non ti vedi libero padrone de’ tuoi tiranni?» (133).

Un eroico furore alla Giordano Bruno, sommo esempio di uomo libero [4], ispira a Jacopo queste vibranti parole che fanno vergognare il giudice moralista inetto e codardo, incapace di quel solo gesto estremo, sì, ma «generoso», che rende «libero padrone de’ tuoi tiranni». Per quanto riguarda invece il secondo capo d’accusa, Jacopo lo fronteggia confrontandosi direttamente con la Natura:

«La vita e la morte sono del pari tue leggi: anzi una strada concedi al nascere, mille al morire. Se non ci imputi la infermità che ne uccide, vorrai forse imputarne le passioni che hanno gli stessi effetti e la stessa sorgente perché derivano da te, né potrebbero opprimerci se da te non avessero ricevuto la forza? Né tu hai prefisso una età certa per tutti. Gli uomini denno nascere, vivere, morire: ecco le tue leggi: che rileva il tempo e il modo?» (134).

Che differenza c’è tra morire suicida a ventiquattro anni e lasciarsi divorare dalla vecchiaia costretto in un letto e privo di forza e di volontà? La morte è il destino dell’uomo, per quanto possiamo sforzarci di illuderci che non sia così, demonizzandola e costruendo fantasiose ipotesi ultraterrene, e non ha alcuna importanza «il tempo e il modo» in cui si concretizza questo nostro ineluttabile destino. Tutte le moralistiche obiezioni – luoghi comuni e pregiudizi – mosse contro il suicida vanno in pezzi nel confronto con la sua determinazione e, soprattutto, con la sua consapevolezza. Il suicida ha le palpebre recise, e per lui possono essere efficaci solo le parole del Plotino leopardiano, perché ancor più radicali e nichilistiche del proposito di autodistruggersi: «E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che l’uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito né di ritenerla né di lasciarla» [5]. Solo una suprema rassegnazione, solo una suprema svalutazione, in un senso e nell’altro, della vita, «cosa di tanto piccolo rilievo», può vincere il pensiero del suicidio, ma, al contrario del Porfirio leopardiano, Jacopo non ha vicino a sé un Plotino che glielo riveli. Il caro amico Lorenzo non ne è all’altezza.

Le ultime pagine del romanzo costituiscono il commiato di Jacopo, da Teresa, e soprattutto dalla madre, che lo esorta invano a vivere. Anche l’ultimo laccio che teneva Jacopo legato a questa vita, la «carità di figlio», si è spezzato. È tutto pronto ormai, e Jacopo, non potendo pugnalare i propri persecutori, pugnala se stesso, dritto al cuore, e muore «incontaminato», utilizzando uno dei termini chiave del romanzo. Incontaminato, sì, e libero, senza aver mai ceduto a compromessi, senza essersi mai asservito ai tiranni e alla morale comune, ipocrita e interessata; se stesso, sempre: Jacopo Ortis.

Come emerge da una lettura attenta del romanzo, ciò che tormenta e distrugge Jacopo è un’invincibile impotenza, che si manifesta nell’impossibilità di conquistare Teresa, vittima degli interessi e dei pregiudizi sociali, di liberare la patria, perché fare politica significa divenire complici e sporcarsi le mani di sangue, sempre e comunque, di scrivere e raggiungere così la tanto desiderata, agognata Gloria, perché l’ingegno di Jacopo va morendo con le sue forze. La causa di questa impotenza non è da ricercare tanto nella debolezza, nell’insufficienza dell’eroe quanto nella consapevolezza, la consapevolezza della miseria dell’uomo (si ricordino le sacrosante parole di Parini: «I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi»), dunque della vita e del mondo, frutto acerbo – la «perfida sorba» di Michelstaedter [6] – della delusione e della disillusione. Se poi l’impotenza non è curata, diciamo così, dalla rassegnazione (la sentenza del Plotino leopardiano, che nessuno rivela a Jacopo), suo unico antidoto, allora ecco che diviene, inevitabilmente, inesorabilmente, malattia mortale.

L’individualismo esasperato di Jacopo non si concretizza, perché non può concretizzarsi, nel personalismo celliniano e men che meno nel titanismo alfieriano, ma finisce per ripiegarsi, avvoltolarsi in se stesso, soffocandosi: una morte lenta e dolorosa.

Il suicidio di Werther è terapeutico per Goethe. Il sacrificio del giovane gli permette di andare oltre, di scrutare l’abisso ma senza restarne intrappolato, e la dimostrazione migliore di questo superamento della crisi wertheriana da parte di Goethe, è senza dubbio rappresentato dal monumentale Faust, in particolar modo dall’insperata salvezza finale del protagonista e dalla figura ironica, irriverentemente ironica di Mefistofele [7]. Altrettanto terapeutico, e forse anche di più, è per Foscolo il suicidio di Jacopo. Jacopo si sacrifica per se stesso e per il suo creatore, per il suo demiurgo, che riesce a sopravvivere alla disperazione e percorrere altre vie: la via dei Sepolcri con la sua teoria delle illusioni, la via delle Grazie con la sua teoria della bellezza, la via, infine e soprattutto, di Didimo Chierico, dopo Jacopo Ortis l’altra, ironica maschera di Ugo Foscolo.

NOTE

[1] Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Paolo Mattei, Newton Compton editori, Roma 2015, p. 107. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Per un approfondimento sul fondamentale saggio dello scrittore russo rimando all’articolo Guerra e rivoluzione: l’anarchico Tolstoj contro la superstizione statalista.

[3] Per un approfondimento sull’emozionante epistola di Leopardi rimando all’articolo I Fondamentali: lettere d’autore.

[4] Per un approfondimento sul filosofo nolano rimando agli articoli Giordano Bruno – I viaggi, i processi, la morte, I principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno.

[5] Giacomo Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 599.

[6] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, p. 35.

[7] Per un approfondimento sul dramma di Goethe rimando all’articolo Alcune superflue considerazioni sul monumentale Faust di Goethe.

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