Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini.

Pubblicato con l’approvazione dell’autore per la prima volta nel 1802 – la sua lunga e complessa vicenda editoriale costituisce il romanzo del romanzo -, come scrive Edoardo Sanguineti, «l’Ortis foscoliano occupa nella letteratura italiana, la responsabile posizione di primo romanzo moderno» [1]. Intellettuale e scrittore cosmopolita per nascita e per decreto storico, nella creazione della sua prima opera davvero importante, Foscolo guarda alla grande letteratura europea contemporanea, e decide di adottare la forma romanzesca allora più diffusa e apprezzata, quella epistolare. Si pensi a Julie, o la nuova Eloisa (1761) di Rousseau e, soprattutto, ai Dolori del giovane Werther (1774) [2] di Goethe, che costituiscono i due principali modelli del romanzo foscoliano. In particolar modo, nell’Ortis la presenza del Werther è così forte da far gridare numerosi letterati dell’epoca al plagio, accusa che Foscolo fronteggia in questi termini: «i due scrittori intesero rappresentare un quadro del suicidio, che il secondo ha pigliato il modo del primo, e che nondimeno il secondo è più dettato dalla natura, e il primo assai più dell’arte» [3], e ancora, più chiaramente: «parmi che il Werther riempia il cuore, e l’Ortis la mente di chi legge» [4]. In effetti, sono sostanziali le differenze tra i due romanzi, separati storicamente da quell’evento spartiacque che è la Rivoluzione francese: davvero l’Ortis, come scrive Foscolo, ha un’incidenza mentale, cerebrale sconosciuta al Werther, dovuta ad una profondità filosofica che è generale prerogativa della grande letteratura italiana – emblematici i casi di Dante e Leopardi, che si impongono non solo come i più grandi poeti e scrittori, ma anche come i più grandi filosofi italiani -, fondata su una vitalità intertestuale straordinaria – nella fitta e variegata trama di citazioni e rimandi dell’Ortis troviamo Plutarco, Dante, Petrarca, Tasso, Parini, Alfieri, Montaigne, Pascal, Rousseau, Goethe, Gray -. Inoltre nel romanzo foscoliano è fortissima la presenza della Storia, che si configura come suprema nemica del genere umano e che dona inevitabilmente particolare risalto alla dimensione politica. Ulteriori differenze emergeranno nel corso del presente articolo, ripercorrendo nel dettaglio la triste vicenda di Jacopo Ortis, dell’impotente Jacopo Ortis, consumato fino alla morte dalla sua impossibilità di incidere sulle vicende drammatiche della propria patria, fatta a pezzi dai tiranni, di raggiungere la gloria e conquistare la tanto amata Teresa, «olocausto di riconciliazione» per il padre e la sua famiglia.

L’opera nasce come il tentativo di Lorenzo Alderani, amico e corrispondente di Jacopo, «di erigere un monumento alla virtù sconosciuta» [5]. Si tratta del primo riferimento intertestuale, perché La virtù sconosciuta è il titolo di un dialogo di Alfieri del 1786, dedicato alla memoria dell’amico Francesco Gori Gandellini, in cui viene sviluppato il tema tipicamente alfieriano – successivo all’impetuosa fase titanica giovanile – della necessità dell’uomo libero di ritirarsi in solitudine per non essere anch’egli infettato dalla dilagante epidemia di servilismo cui è vittima la stragrande maggioranza degli italiani. Ma in questo caso la «virtù sconosciuta», oltre alla libertà, potrebbe essere anche la compassione, richiamata più avanti dallo stesso Lorenzo – «E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto» (30) -, e a cui Jacopo dedica parole esaltanti: «Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje» (126).

Il romanzo si apre nel segno della Storia, con il polemico e disperato riferimento al trattato di Campoformio, in uno degli incipit più celebri ed esplosivi della storia della letteratura italiana – e non solo -, dal fortissimo impatto emotivo:

«Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia» (31).

Svanita anche l’ultima speranza con il tradimento di Napoleone, un tempo salutato come liberatore della patria, e dallo stesso Foscolo nell’ode A Buonaparte liberatore, in realtà tiranno sanguinario come tutti gli altri, Jacopo, inserito nelle liste di proscrizione quale nemico del popolo, si rifugia nella «solitudine antica» dei Colli Euganei, perché per lui non esiste asilo in Italia, «terra prostituita premio sempre della vittoria» (32). Jacopo, senza una patria e senza una prospettiva futura, si paragona ai sepolti vivi:

«Davvero ch’io somiglio un di que’ malavventurati che spacciati morti furono sepolti vivi, e che poi rinvenuti, si sono trovati nel sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati dal dolce lume della vita, e costretti a morire fra le bestemmie e la fame» (32).

In questo quadro desolante, nero, in cui pure il conforto della speranza è negato, Jacopo trova un barlume di luce in Teresa. Ma prima di conoscere la fanciulla, Jacopo si imbatte nel suo promesso sposo, Odoardo, che sin dal primo momento gli ispira un profondo e forte sentimento di ostilità, persino di disprezzo. Cuore morto e «faccia magistrale», ovvero grave e solenne, «non animata mai né dal sorriso dell’allegria, né dal dolce silenzio della pietà», rosaio senza fiori, Odoardo è il prototipo del gelido ragionatore, sempre compunto e razionale, ma che cos’è «l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? scellerato, e scellerato bassamente» (36). Odoardo si impone così come l’ideale alter ego di Jacopo, animato al contrario da un impetuoso individualismo – proprio di Werther, certo, ma anche di tanti protagonisti delle tragedie alfieriane, e di Alfieri stesso, e, ripercorrendo a ritroso la storia della letteratura italiana, di Benvenuto Cellini, di cui Jacopo, nella seconda parte del romanzo, ricercherà invano la celebre Vita, ripescata nel XVIII secolo dall’ingiusto oblio nella quale era precipitata subito dopo la morte del focoso autore – che antepone sempre il sentimento alla ragione.

In compagnia di Teresa, della piccola Isabellina – sua sorella -, del loro padre e di Odoardo, Jacopo si reca in «pellegrinaggio» nella casa di Petrarca ad Arquà. Come già in Alfieri, che nella Vita descrive in termini di «conversione» la scoperta della vocazione letteraria, anche in Jacopo e dunque in Foscolo, che nelle lettere sottolinea sempre la carica autobiografica del romanzo, il culto della letteratura sfocia in vera e propria religione, come risulterà con abbacinante evidenza nella visita di Jacopo al sepolcro ravennate di Dante, cui verrà attribuito l’epiteto tipicamente divino di «Padre». All’interno di questo contesto idilliaco, Odoardo è goffamente, ridicolmente fuori posto: «parea ch’egli andasse tentone fra le tenebre della notte, o ne’ deserti abbandonati dalla benedizione della Natura» (39). Certo, Odoardo è ricco, promesso sposo di una «divina fanciulla», ma spiritualmente arido, desertico; un uomo vuoto, insomma, un involucro corporeo privo di sostanza. Foscolo radicalizza così, esaspera la figura dell’Alberto goethiano rivale di Werther, decisamente meno spigoloso e internamente desolato. Come esaspera del resto l’intera situazione sentimentale. Mentre infatti nel romanzo di Goethe Carlotta ama Alberto, è partecipe della decisione del matrimonio, Teresa non ama Odoardo, è l’autorità paterna a costringerla ad unirsi all’abbiente marchese, al fine di sistemare la dissestata condizione economica familiare.

«Non sono felice!» (39); «Pur sento che non amo, non amerò mai questo sposo col quale è già decretato» (40-41),

confessa Teresa a Jacopo, e il loro amore nasce proprio all’insegna dell’infelicità: due esistenze disperate si incontrano e trovano conforto l’una nell’altra. Inoltre trovo emblematico che la loro unione, o meglio non-unione, muova il primo passo proprio al cospetto di Petrarca, il cantore per eccellenza dell’amore impossibile [6]. Teresa è dunque vittima delle convenzioni sociali e del becero interesse economico: Foscolo si spinge oltre Goethe, sovraccaricando l’intera vicenda, che corrisponde al dramma in ogni sua minima sfaccettatura.

Jacopo rifiuta il proprio tempo, collocandosi in una posizione marginale, critica e solitaria, di alfieriana resistenza, affinché il servilismo e il becero interesse non lo contaminino.

«Per costoro tutto è calcolo in fondo. Onde se v’ha taluno nelle cui viscere fremono le generose passioni, o le deve strozzare, o rifuggirsi come le aquile e le fiere magnanime ne’ monti inaccessibili e nelle foreste lungi dalla invidia e dalla vendetta degli uomini. Le sublimi anime passeggiano sopra le teste della moltitudine che oltraggiata dalla loro grandezza tenta d’incatenarle o di deriderle, e chiama pazzie le azioni ch’essa immersa nel fango non può, non che ammirare, conoscere. – Io non parlo di me; ma quand’io ripenso agli ostacoli che frappone la società al genio ed al cuore dell’uomo, e come ne’ governi licenziosi o tirannici tutto è briga, interesse e calunnia – io m’inginocchio a ringraziare la Natura che dotandomi di questa indole nemica di ogni servitù, mi ha fatto vincere la fortuna e mi ha insegnato a innalzarmi sopra la mia educazione» (50-51).

Anche Foscolo fornisce il proprio – determinante – contributo sul fortunatissimo tema della straordinarietà e dell’emarginazione dell’anima sensibile, proposto in chiave moderna da Rousseau nella Nuova Eloisa:

«O Giulia, che fatale dono del cielo è un’anima sensibile! Colui che l’ha ricevuto non deve aspettarsi che pene e dolori sulla terra. Vile trastullo dell’aria e delle stagioni, il sole o le nebbie, il cielo coperto o sereno regoleranno la sua sorte, e sarà lieto o triste secondo i venti. Vittima dei pregiudizi, troverà in massime assurde un invincibile ostacolo ai giusti voti del suo cuore. Gli uomini lo castigheranno perché ha rette opinioni su ogni cosa, e perché ne giudica secondo verità e non secondo convenzioni. Basterebbe da solo a fare la propria infelicità, abbandonandosi senza discrezione alle divine attrattive dell’onesto e del bello, mentre le pesanti catene della necessità lo legano all’ignobiltà. Cercherà la suprema felicità senza ricordarsi che è un uomo: il cuore e la ragione saranno eternamente in guerra in lui, desideri sterminati gli prepareranno eterne privazioni» [7].

Tema ripreso e consolidato da Goethe, che nel Werther gli conferisce una connotazione sociale, e che nel corso del XIX e del XX secolo, con la nascita e lo sviluppo della Modernità, conoscerà sviluppi eccezionali, trovando il suo massimo cantore in Baudelaire [8]. Per quanto riguarda specificamente la letteratura italiana, si pensi a Leopardi e al suo Dialogo della Natura e di un’Anima in particolare – emblematica la celebre battuta della Natura che apre l’operetta: «Vivi, e sii grande e infelice» [9] -, e a Carlo Michelstaedter, che ne La persuasione e la rettorica riprende la concezione della pazzia quale stratagemma razionale escogitato dalla benpensante società borghese per giustificare l’irregolarità del genio:

«Per esempio la sociologia (economia politica) dai suoi dati statistici dei bisogni materiali presi come valori assoluti quasi fossero inerenti all’idea dell’uomo “premacina” date astrazioni della vita con lo scopo (consapevole o no è indifferente) di render possibile la futura fabbrica di teorie di sistemi, di piani di riforma pel progressivo adattamento della società organizzata alle nuove necessità create dalla violenza di ciò che è o si pone fuori dell’organizzazione. – Oppure la medicina che (oltre alle tante altre sue virtù) ha creato le parole nervosità, nevrosi, neurastenia, neuropatia, ecc. ecc. colle quali ha concesso una persona quasi invidiabile a tutti quelli che nella loro impotenza non possono a meno di commettere atti pazzeschi di rabbia: onde il prossimo li rispetti come nervosi ed essi stessi pur negli spasimi della rabbia si compiacciano pensando: “eppure faccio impressione – lo sapranno ora che son nervoso”, o al caso dicano: “lo sai che son nervoso”, come se vantassero una qualità rispettabile. Così è posto un conforto a questo male che la società ha reso endemico – e la rabbia stessa non è più impotente poiché può giungere a un fine. – Ma il più bel servizio l’ha reso alla società l’antropologia (a tacere del resto) con la teoria della pazzia del genio. Poiché fra le cose da spiegare dai segni vicini e portare alla lor causa sufficiente, certo la più difficile era l’organismo più alto: quello che meno è determinato da cause vicine – si ricorse all’irrazionale e si disse: quelli son pazzi. – Chi agisce per motivi diversi da quelli comuni, o resta inerte ai motivi comuni, è agli uomini oggetto di maraviglia e di paura e, – come cosa da non sapersi da che parte prendere – per la riluttanza degli uomini a supporre in un loro simile un motivo che trascenda la loro mentalità, – d’ingiurioso sospetto. Ed è la forma più comune di vendetta dell’illuso contro chi col suo agire gli turba la sua illusione e lo costringe – cosa odiosa – allo stupore (che è la confessione della propria insufficienza) la frase: quello è matto. E questo è sempre stato; tanto che esser diverso dalla norma comune, esser anormale significa esser pazzo (e persino in greco παράδοξος era usato con prevalenza in senso cattivo); è sempre stato da quando primi convennero 3 uomini a formare collegio, che certo volta a volta uno dei tre sarà stato dichiarato pazzo dagli altri due. – Ma il servizio di consacrare la frase della mediocrità spaurita: “quello è un matto”, con l’autorità assoluta della scienza traducendola nel dogma: “quando l’esperienza ‘oggettiva’ è insufficiente a ‘dar ragione’ d’un individuo, questo individuo è pazzo” – questo servizio non poteva renderlo alla comunità che quello che le è del tutto asservito: lo scienziato moderno. – La società che non può difendersi dalle verità enunciate da quelli, che per lei sono rivoluzionari e che minacciano la sua sicurezza, “onestamente” rispondendo con argomenti razionali agli argomenti, ma solo opponendo la violenza e materialità del suo esistere come dato di fatto – quando non li può imprigionare come delinquenti, può porre così la pregiudiziale della pazzia e non incaricarsene. – Se Cristo tornasse oggi, non troverebbe la croce ma il ben peggiore calvario d’un’indifferenza inerte e curiosa da parte della folla ora tutta borghese e sufficiente e sapiente – e avrebbe la soddisfazione di esser un bel caso pei frenologi e un gradito ospite dei manicomi» [10].

L’emarginazione, l’estraneità, l’esclusione divengono motivi di orgoglio, e orgogliosa è la resistenza di Jacopo, l’incontaminato:

«No; né umana forza, né prepotenza divina mi faranno recitare mai nel teatro del mondo la parte del piccolo briccone» (51).

Il suo cuore giovane – Jacopo ha appena ventiquattro anni, ma lo scopriremo solo alla fine del romanzo, quando ormai tutto è deciso – e impetuoso «non ha saputo mai pacificarsi co’ tempi, o far alleanza con la ragione» (51).

Dal punto di vista sociale, così come a Werther, anche a Jacopo si chiudono le porte delle due classi dominanti, quella aristocratica – rifiutata, e non dalla quale è rifiutato come il personaggio goethiano -, dominata dalla vanità e, soprattutto, dalla volgarità, e quella borghese, dominata da interessi e pregiudizi. Così, non sapendo ridere – il riso è per Foscolo conquista tarda, da cui nasce la figura luminosa di Didimo Chierico -, Jacopo opta per la ritirata. Jacopo dichiara guerra al proprio tempo, una guerra che è costretto a combattere a viso aperto, perché la maschera della dissimulazione gli è negata per natura. E Jacopo rivendica la propria spontaneità:

«ho la generosità, o dì pure la sfrontatezza, di presentarmi nudo, e quasi come sono uscito dalle mani della Natura» (52).

Solo e nudo, dunque, contro la «ciurma cerimoniosa e maligna» (53). Sono parole straordinariamente importanti, che rivelano Jacopo – e di riflesso Foscolo stesso – tutt’intero.

Le Ultime lettere di Jacopo Ortis si caratterizzano per il ritmo incessante, martellante, quasi ossessionante. Foscolo batte con energica acredine sempre sugli stessi chiodi, imprimendo al romanzo un’intensità che dura dalla prima all’ultima pagina; sulle pagine dell’Ortis scaraventa tutto se stesso, senza scendere a compromessi. I temi non si esauriscono certo nel momento in cui vengono affrontati per la prima volta, ma si ripropongono nel corso del romanzo, e sempre con rinnovata tensione. Torna così il tema dell’eccezionalità del genio, e collegato questa volta all’insegnamento alfieriano:

«Quello istinto ispirato dall’alto che costituisce il GENIO non vive se non nella indipendenza e nella solitudine, quando i tempi vietandogli d’operare, non gli lasciano che lo scrivere» (53).

Torna il tema politico, e l’attacco a Napoleone questa volta è frontale:

«Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria: – altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l’ha» (59).

Si acuisce inoltre il pessimismo di Jacopo nei confronti del genere umano:

«L’uomo, animale oppressore, abusa dei capricci della fortuna per aggiudicarsi il diritto di soverchiare» (65),

e nei confronti della Storia:

«Niuna generazione ha mai veduto per tutto il suo corso la dolce pace, la guerra fu sempre l’arbitra de’ diritti, e la forza ha dominato tutti i secoli» (72).

Almeno c’è Teresa, che agisce su Jacopo come un balsamo, lenendo le sue angosce. Teresa, che ama Jacopo:

«Sì, Lorenzo! – dianzi io meditai di tacertelo – or odilo, la mia bocca è tuttavia rugiadosa – d’un suo bacio – e le mie guance sono state innondate dalle lagrime di Teresa. Mi ama – lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l’estasi di questo giorno di paradiso» (78).

Ma l’ebbro entusiasmo, «l’estasi» per la confessione di Teresa e il bacio dura appena un momento. A Jacopo giunge infatti la notizia della morte di Lauretta, e inoltre torna Odoardo. Pensieri cupi, funebri, e la possibilità del suicidio, con tutto il suo fascino liberatorio, affollano la mente febbrile di Jacopo:

«M’affaccio al balcone ora che la immensa luce del Sole si va spegnendo, e le tenebre rapiscono all’universo que’ raggi languidi che balenano su l’orizzonte; e nella opacità del mondo malinconico e taciturno contemplo la immagine della Distruzione divoratrice di tutte le cose. Poi giro gli occhi sulle macchie de’ pini piantati dal padre mio su quel colle presso la porta della parrocchia, e travedo biancheggiare fra le frondi agitate da’ venti la pietra della mia fossa. E mi par di vederti venir con mia madre, a benedire, o perdonar non foss’altro alle ceneri dell’infelice figliuolo. E predico a me, consolandomi: Forse Teresa verrà solitaria su l’alba a rattristarsi dolcemente su le mie antiche memorie, e a dirmi un altro addio. No! la morte non è dolorosa. Che se taluno metterà le mani nella mia sepoltura e scompiglierà il mio scheletro per trarre dalla notte in cui giaceranno, le mie ardenti passioni, le mie opinioni, i miei delitti – forse; non mi difendere, Lorenzo; rispondi soltanto: Era uomo, e infelice» (83-84).

E ancora:

«Eppure, o Lorenzo, in sì fieri dubbj, e in tanti tormenti, ogni qual volta io domando consiglio alla mia ragione, mi riconforta dicendomi: Tu non se’ immortale. Or via, soffriamo dunque; e sino agli estremi – uscirò, uscirò dall’inferno della vita; e basto io solo: a questa idea rido e della fortuna, e degli uomini, e quasi della onnipotenza di Dio» (84-85).

Anche a Jacopo è dunque familiare, legato al pensiero del suicidio, quel riso maligno che Leopardi affibbia al suo Bruto prima di togliersi la vita, e che ritroviamo anche in Carlo Michelstaedter. Questi i versi in questione del canto leopardiano:

«Guerra mortale, eterna, o fato indegno,
teco il prode guerreggia,
di cedere inesperto; e la tiranna
tua destra, allor che vincitrice il grava,
indomito scrollando si pompeggia,
quando nell’alto lato
l’amaro ferro intride,
e maligno alle nere ombre sorride» (vv. 38-45) [11].

È necessario legare a questi versi quanto Leopardi scrive nello Zibaldone, spiegando proprio l’origine del riso maligno che caratterizza il suicida:

«Quando l’uomo veramente sventurato si accorge e sente profondamente l’impossibilità d’esser felice, e la somma e certa infelicità dell’uomo, comincia dal divenire indifferente intorno a se stesso, come persona che non può sperar nulla, né perdere e soffrire più di quello ch’ella già preveda e sappia. Ma se la sventura arriva al colmo l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di se, (ch’era già da questa indifferenza così violato) o piuttosto lo rivolge in un modo tutto contrario al consueto degli uomini, egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, o l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga ad uccidersi essendone impedito da altrui; allora è il tempo di quel maligno amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l’ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità» [12].

E le parole che Michelstaedter scrive all’amico Enrico Mreule in una lettera del 2 settembre 1909, ricordano moltissimo quelle di Leopardi:

«Ho riso di tutto e ho vissuto per sport. Ed ora che ho conosciuto cosa era la mia sicurezza ed ho preoccupato il futuro, che cosa mi resta se non il riso maligno, e il dolore bruto per la brutalità irriducibile della forza che mi tiene in vita? peggiore questo dolore che tutto il dolore che ho provato quando vedevo per la prima volta. Solo una reazione avrei potuto avere – così pensavo nella mia speranza, solo una reazione mi resta ora: d’andarmene, di distruggere questo corpo che vuol vivere» [13].

Il riso maligno caratterizza dunque l’esperienza suicida di Jacopo – o almeno in parte, almeno in questa fase di crisi esistenziale acuta, che sfocerà nella malattia e nella fuga dai Colli Euganei -, del Bruto leopardiano e di Michelstaedter. Un riso identificabile con quello proprio del sarcasmo, così descritto da Muzzioli nella voce «comico» del Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria:

«È un riso amaro, che non si diverte per niente a dover fare i conti con una realtà malata [non a caso Michelstaedter scrive Il dialogo della salute] e degradata, magari assurta ai fasti del potere [come nelle vicende di Jacopo e di Bruto]. È un riso che sa che non c’è niente da ridere, ma che, paradossalmente, quando tutto è perduto, non resta che ridere. Sarcasmo deriva dal “mordersi le labbra”, corrisponde al “riso smorzato” di Bachtin, ma smorzato non per una diminuita capacità di rivolta; semmai, è l’eccesso di ribellione che ingorga lo sbocco, né può trovare una emissione tranquilla e soddisfacente. Il sarcasmo tradisce la rabbia; e la rabbia è un grande motore della espressione letteraria […], che implica la spinta del linguaggio “fuori di sé”, la strategia d’urto e lo sfregio urticante. La parola polemica contiene questo riso “sordo”, tanto più esplosivo perché trattenuto, un riso con la bocca “storta”» [14].

Jacopo entra in una crisi profonda, che culminerà nella malattia:

«Misuro l’universo con uno sguardo; contemplo con occhio attonito l’eternità; tutto è caos, tutto sfuma, e s’annulla; Dio mi diventa incomprensibile; e Teresa mi sta sempre davanti» (90).

E contro Dio Jacopo si scaglia con sauliana veemenza, Dio, che non muove un dito per impedire il sacrificio di Teresa e la sacrilega profanazione del sacramento del matrimonio:

«Padre crudele – Teresa è sangue tuo! quell’altare è profanato; la Natura ed il Cielo maledicono quei giuramenti; il ribrezzo, la gelosia, la discordia ed il pentimento gireranno fremendo intorno a quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa è figlia tua; placati. Ti pentirai amaramente, ma tardi: fors’ella un giorno nell’orrore del suo stato maledirà i suoi giorni e i suoi genitori, e conturberà con le sue querele le tue ossa nel sepolcro, quando tu non potrai se non intenderla da sotterra. Placati. – Ohimè! Tu non mi ascolti – e dove me la trascini? – la vittima è sacrificata! io odo il suo gemito – il mio nome nel suo ultimo gemito! Barbari! tremate – il vostro sangue, il mio sangue – Teresa sarà vendicata» (96).

I nervi di Jacopo vanno in pezzi, e in questo suo delirio febbrile non risparmia neppure se stesso: più volte si definisce seduttore di una creatura innocente, più volte si accusa di un omicidio di cui non sappiamo niente, e che ci verrà svelato solo alla fine del romanzo (in una notte tempestosa, interiormente ed esteriormente, il cavallo di Jacopo, imbizzarrito, travolge e uccide un contadino). Il suicidio è lì, a portata di mano, ma ciò che frena Jacopo è la «carità di figlio», come la definisce Foscolo nel sonetto Non son chi fui [15]:

«ah s’io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia morte costerebbe amarissime lagrime!» (95).

Si conclude così la prima parte del romanzo, con Jacopo che, dopo la malattia e la guarigione, anche per le insistenti preghiere del padre di Teresa, decide di lasciare i Colli Euganei.

NOTE

[1] Edoardo Sanguineti, Introduzione a Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, Bompiani, Milano 1990, p. V.

[2] Per un approfondimento sul romanzo di Goethe rimando all’articolo Ovunque fuori posto: la triste storia del giovane Werther.

[3] Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Pierantonio Frare, Feltrinelli, Milano 1994, p. 35.

[4] Lettera a Bartholdy del 29 settembre 1808, in Ugo Foscolo, Epistolario, a cura di Plinio Carli, II (luglio 1804 – dicembre 1808), Le Monnier, Firenze 1952, pp. 482-486.

[5] Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, a cura di Paolo Mattei, Newton Compton editori, Roma 2015, p. 30. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[6] Per un approfondimento sulla raccolta di versi di Petrarca rimando all’articolo Il Canzoniere di Francesco Petrarca: storia di un amore umano.

[7] Jean-Jacques Rousseau, Giulia o la nuova Eloisa, traduzione di P. Bianzoni, I, Rizzoli, Milano 1964.

[8] Per un approfondimento sul poeta francese rimando all’articolo Charles Baudelaire, il primo poeta moderno.

[9] Giacomo Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 513.

[10] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, pp. 182-183.

[11] Giacomo Leopardi, Tutte le prose e tutte le poesie, op. cit., p. 95.

[12] Giacomo Leopardi, Zibaldone, edizione integrale diretta da Lucio Felici, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 91.

[13] Carlo Michelstaedter, Epistolario, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1983, p. 407.

[14] Francesco Muzzioli, Piccolo dizionario dell’alternativa letteraria, ABEditore, Milano 2014, p. 61.

[15]

Non son chi fui: perì di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto;
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovenil mio canto;

Perchè dal dì ch’empia licenza e Marte
Vestivan me del lor sanguineo manto,
Cieca è la mente e guasto il core, ed arte
L’umana strage arte è in me fatta, e vanto.

Che se pur sorge di morir consiglio,
A mia fiera ragion chiudon le porte
Furor di gloria, e carità di figlio.

Tal di me schiavo, e d’altri, e della sorte,
Conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
E so invocare, e non darmi la morte.

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