A Lyndon Johnson sarà preso un colpo, proprio a Johnson il presidente  della “Great Society”, Lyndon B. Johnson, il presidente che incrementò, con bava sanguinosa alla bocca, l’impegno militare in Vietnam. Al presidente Johnson si saranno drizzati i capelli unti e impomatati in testa quando sentì per la prima volta Waist Deep un the big Muddy, cantata al famosissimo show televisivo Smothers Brothers Comedy HourSeeger provò a cantarla, ma la trasmissione venne bloccata e censurata, la settimana dopo riusci però a cantare la canzone intera, la prima canzone a denunciare la guerra in Vietnam.

“Well, I’m not going to point any moral;
I’ll leave that for yourself
Maybe you’re still walking, you’re still talking
You’d like to keep your health.
But every time I read the papers
That old feeling comes on;
We’re waist deep in the Big Muddy
And the big fool says to push on.”

L’usignolo di Stalin, così era chiamato Pete, “The Stalin’s songbird” un soprannome pesante da portare negli Stati uniti d’America. Lui da sempre era considerato un comunista, ed era proprio iscritto  al partito comunista americano, almeno negli anni cinquanta, e per molti anni ha sostenuto l’unione sovietica, una condizione piuttosto difficile negli anni del “maccartismo”. Lui si il maccartismo l’ha subito, ha subito la censura ideologica, e non ha mai cavalcato le onde delle opportunismo, neppure alla fine degli anni sessanta. Anni in cui la rivolta studentesca dilagava, spesso con eccessi non giustificabili,  Seeger prese le distanze alla stessa maniera di Pier Paolo Pasolini in Italia, criticando in molti casi la rivolta e la diatriba tra le varie generazioni dei progressisti americani.
Un uomo “storto” come il mondo di Mauro Corona, per un continente arso da bigottismo e rivoluzione, seme germogliato all’ombra del blues nero e padre biologico di tutti i “songwriter” americani.
Mille volte criticò e denunciò governi, politici e amministrazioni, schierandosi in maniera decisa verso le minoranze di ogni tipo. Lottò per i diritti civili, fu Marxista, profondo ecologista e anti-nuclearista convinto, ma più di tutto contesto la guerra in Vietnam e le guerre di ogni tempo.

L’unico modo che ha l’umanità per sopravvivere è di rinunciare alla guerra, al razzismo e al profitto privato”.

Una dichiarazione d’intenti e d’ideologia ben precisa, con le quali può fregiarsi, a torto o ragione, di un merito del tutto desueto (specialmente in Italia), il vanto di un instancabile coerenza (di Gucciniana memoria). Una coerenza lunga quasi cento anni.
Seeger nacque alla fine della prima guerra mondiale in una New York che puzzava, prima nel mondo, di benzina e acciaio. Figlio di un importante etnomusicologo, fratello di cantanti, nato quindi di musica abbandonò Harvard per girare l’america e conoscere gli anfratti musicali del paese. Fece questo con il compagno più maledettamente perfetto che il caos gli potesse assegnare, Woody Guthrie, con cui condivideva tematiche ed inclinazioni politiche. Rimasero tutta la vita profondamente legati, fino al 1967 quando il morbo di Huntington stroncò  il poeta dell’Oklahoma.
Seeger al contrario del compagno visse molto più a lungo e riusci ad entrare di prepotenza nella memoria musicale americana componendo dei veri inni popolari, taglienti e rivoluzionari, che riuscirono ad imporsi come Hit discografiche, sia come solista che assieme al gruppo folk The Weavers. Alcune delle sue interpretazioni segnano il secolo e la mente di migliaia di giovani, molte di quelle canzoni diventano inni (una cosa assai rara), che influenzano mezzo mondo, da Dylan a Springsteen, dai movimenti di protesta di mezzo mondo in qualche maniera fino ai nostri Cantacronache.

“We shall live in peace,
We shall live in peace, some day.
Oh, deep in my heart,
I do believe
We shall overcome, some day.”

                                     We shall overcome


asasaas

Nella foto la celebre frase impressa sul banjo di Seeger: “Questa macchina circonda l’odio e lo costringe ad arrendersi.”

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