Sempre più spesso si è alla ricerca di un’identità individuale che sia capace di eludere i confini di una realtà che ci produce in serie; a proposito di questo oggi vi parliamo di una delle personalità più importanti della fotografia contemporanea: Thomas Struth.

Struth nasce nel 1954 in Germania, è quotato nel mercato dell’arte e allievo di uno dei maggiori artisti del nostro secolo, Gerard Richter.

È un produttore di serie, ma di serie fotografiche che parlano della genesi di una generazione anonima capace di conformarsi ad atteggiamenti e a modi di essere socialmente accettati. La sua produzione si colloca nella dimensione degli anni ’90, gli anni dell’affermazione della globalizzazione, gli anni che escono dall’eccesso di libertà degli anni ’80.

Cosa ci racconta Struth? Cosa ci sta comunicando? Ci parla dell’incapacità di asserirsi come esseri autonomi, soprattutto se circoscritti all’interno di reti sociali, reali o fittizie; ci parla di non-luoghi creati dai soggetti stessi che li frequentano. Un non-luogo è un generale luogo di passaggio in cui le persone sono solite transitare senza fermarsi. L’individuo è stato capace oggi di trasformare spazi dagli infiniti spunti di riflessione in dimensioni dell’anonimato, vagabondando e trasformando i musei nelle contemporanee stazioni ferroviarie.

La serie più emblematica di Struth in questo senso è “Museum Photograph”: una serie di scatti iniziata nel 1989 che registra all’interno di alcuni dei musei più importanti del Globo nei quali indaga i comportamenti automatici dei visitatori di fronte alle opere d’arte, come se i ready-made del caro Duchamp del 1917 fossero oggi diventati gli osservatori stessi, presi e ricollocati in un luogo che li meccanizza e ne decontestualizza lo sguardo. Ci troviamo di fronte a gesti, pensieri e addirittura movimenti che sembrano codificati all’interno del sistema museale, dove il quadro è trasformato in un semplice feticcio nella misura in cui il suo valore di esposizione cresce proporzionalmente alla diminuzione del suo valore culturale, per citare Benjamin.

L’osservatore è oggi destrutturato, globalizzato, indifferenziato, il contesto sociale in cui viviamo ha trasformato il museo in luogo di passaggio. Struth ci ricorda nella sua opera la nostra essenza di esseri liberi e creatori.

 

Articolo a cura di Noemi Rovazzani.

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