e agli Italiani lo proclamò Petrarca trionfalmente, lo ripeté con dolore Leopardi – ma gli uomini furono loro grati dei bei versi, e se ne fecero generi letterari.

Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica

Francesco Petrarca

Oltre al Canzoniere Francesco Petrarca [1] scrisse solamente un’altra opera in volgare, i Trionfi, poema in cui si descrive la sfilata di diverse figure allegoriche – in ordine Amore, Pudicizia, Morte, Fama, Tempo ed Eternità -, seguite da uno stuolo di personaggi illustri tratti dal mito e dalla storia – sia antica che contemporanea, e in questo secondo caso si pensi alla presenza di Dante e Beatrice tra la schiera dei seguaci d’Amore -. L’architettura della visione, la disposizione delle figure allegoriche non è affatto casuale, ma ricalca le tappe fondamentali di quell’esperienza sentimentale e, più in generale, esistenziale descritta nel Canzoniere [2], in cui tuttavia l’ordine non è così rigoroso come nei Trionfi: 1) l’amore incontenibile del poeta per Laura (Trionfo dell’Amore); 2) il contegno virtuoso della donna, che non cede alle lusinghe dell’amante per non compromettere l’integrità morale di entrambi (Trionfo della Pudicizia); 3) la morte che pone fine alla brama sensuale strappando Laura alla vita terrena e consegnandola all’immortalità ultraterrena (Trionfo della Morte); 4) l’ossessione della gloria, «che trae l’uom del sepolcro e ‘n vita il serba» (Trionfo della Fama); 5) l’incessante azione distruttrice del Tempo, che annienta ogni cosa, gloria compresa (Trionfo del Tempo); 6) l’aspirazione alla «pace» (parola chiave dell’esiguo, e proprio per questo pregnante, vocabolario italiano petrarchesco, che suggella emblematicamente il Canzoniere), incarnata dall’idea consolante della eternità (Trionfo dell’Eternità appunto).

Anche nei Trionfi è possibile rintracciare alcuni dei temi fondamentali della poetica di Petrarca, e in particolar modo del Petrarca critico: la vanitas, la morte come liberazione da quel dolore immanente all’umana esistenza, la forza devastatrice del tempo che tutto divora. Temi che compaiono in tutto il loro impeto ammonitore soprattutto nel Trionfo della Morte e nel Trionfo del Tempo. Basti leggere il modo in cui si presenta la Morte, sotto forma di donna vestita rigorosamente in nero:

e giugnendo quand’altri non m’aspetta,
ho interrotti mille penser vani (I, vv. 44-45) [3].

Il poeta vede una sterminata distesa di morti, e si tratta dei cosiddetti grandi della terra, i potenti, neppure loro, nonostante le immense ricchezze, immuni all’azione implacabile della Morte, lei sola democratica, lei sola giusta, al cospetto della quale tutti gli uomini sono eguali, indistintamente, il ricco come il povero, il potente come il debole, il padrone come il servo. Questa visione macabra e desolante spinge il poeta a ricordare ai grandi della terra, con spietatezza, l’inutilità delle loro imprese, vane e per di più, la stragrande maggioranza delle volte, nocive per il genere umano (e sono parole che non perderanno mai, ahinoi, la loro triste attualità):

Così rispose: ed ecco da traverso
piena di morti tutta la campagna,
che comprender nol pò prosa né verso;
da India, dal Cataio, Marrocco e Spagna
el mezzo avea già pieno e le pendici
per molti tempi quella turba magna.
Ivi eran quei che fur detti felici,
pontefici, regnanti, imperadori;
or sono ignudi, miseri e mendici.
U’ sono or le ricchezze? u’ son gli onori
e le gemme e gli scettri e le corone
e le mitre e i purpurei colori?
Miser chi speme in cosa mortal pone
(ma chi non ve la pone?), e se si trova
a la fine ingannato è ben ragione.
O ciechi, el tanto affaticar che giova?
Tutti tornate a la gran madre antica,
e ‘l vostro nome a pena si ritrova.
Pur de le mill’ è un’utile fatica,
che non sian tutte vanità palesi?
Chi intende a’ vostri studii sì mel dica.
Che vale a soggiogar gli altrui paesi
e tributarie far le genti strane
cogli animi al suo danno sempre accesi?
Dopo l’imprese perigliose e vane,
e col sangue acquistar terre e tesoro,
vie più dolce si trova l’acqua e ‘l pane,
e ‘l legno e ‘l vetro che le gemme e l’oro (I, vv. 73-100).

I potenti possono pure mettere a ferro e fuoco il mondo, come hanno sempre fatto e come continueranno a fare, ma anche le loro esistenze dannose hanno una fine, ed è facile immaginare quel gusto tutto particolare con cui la Morte gli si mostra nel giorno della resa dei conti, quando loro, finalmente impotenti, si rivelano per quel che realmente sono: uomini miserabili, come tutti noi.

Per quanto riguarda il tema della morte come liberazione, come consolazione, significativi, e bellissimi, i seguenti versi pronunciati da Laura, che esprime tutta la sua gioia per non essere più:

Rispose: – Mentre al vulgo dietro vai
et a la opinïon sua cieca e dura,
esser felice non puoi tu già mai.
La morte è fin d’una pregione oscura
a l’anime gentili; a l’altre è noia,
ch’hanno posto nel fango ogni lor cura.
Et ora il morir mio, che sì t’annoia,
ti farebbe allegrar, se tu sentissi
la millesima parte di mia gioia. – (II, vv. 32-40)

Heinrich von Kleist

Petrarca invita il lettore a riconsiderare il proprio rapporto con la morte, che non deve essere affatto vista come una nemica, come un incubo che suscita terrore, ma come una gioia, una liberazione benedetta dagli affanni e dalle debolezze della vita. Le parole di Laura ricordano le parole d’addio di Kleist alla sorella Ulrike: «possa il cielo donarti una morte solo a metà così gioiosa e indicibilmente serena come la mia: questo è l’augurio più cordiale e più profondo che io possa concepire per te» [4]; e le parole di Rico che concludono Il dialogo della salute di Michelstaedter, in cui si esalta la «bella morte» [5].

È nel Trionfo del Tempo che Petrarca sottolinea con maggiore forza la vanitas e la miseria del genere umano:

Che più d’un giorno è la vita mortale?
Nubil’e brev’ e freddo e pien di noia,
che pò bella parer ma nulla vale.
Qui l’umana speranza e qui la gioia,
qui’ miseri mortali alzan la testa
e nessun sa quanto si viva o moia.
Veggio or la fuga del mio viver presta,
anzi di tutti, e nel fuggir del sole
la ruina del mondo manifesta.
Or vi riconfortate in vostre fole,
gioveni, e misurate il tempo largo!
Ma piaga antiveduta assai men dole.
Forse che ‘ndarno mie parole spargo;
ma io v’annunzio che voi sete offesi
da un grave e mortifero letargo,
ché volan l’ore, e’ giorni, e gli anni, e’ mesi;
insieme, con brevissimo intervallo,
tutti avemo a cercar altri paesi.
Non fate contra ‘l vero al core un callo,
come sete usi, anzi volgete gli occhi
mentre emendar si pote il vostro fallo;
non aspettate che la morte scocchi,
come fa la più parte, ché per certo
infinita è la schiera degli sciocchi (vv. 61-84).

Giacomo Leopardi

La vita «pò bella parer ma nulla vale», dichiara Petrarca senza giri di parole; il Tempo agisce «finché v’ha ricondotti in poca polve» (v. 120); e «Quanti son già felici morti in fasce! / Quanti miseri in ultima vecchiezza! / Alcun dice: – Beato chi non nasce. -» (vv. 136-138), e viene in mente quello che ritengo in assoluto il più veritiero dei memorabili detti di Filippo Ottonieri: «Dimandato a che nascano gli uomini, rispose per ischerzo: a conoscere quanto sia più spediente il non esser nato» [6], con Leopardi che attenua comunque il proprio pensiero, che risuona ben più spietato nelle pagine dello Zibaldone: «Tutto è male. Cioè tutto quello che è, è male; che ciascuna cosa esista è un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l’esistenza è un male e ordinata al male; il fine dell’universo è il male; l’ordine e lo stato, le leggi, l’andamento naturale dell’universo non sono altro che male, nè diretti ad altro che al male. Non v’è altro bene che il non essere; non v’ha altro di buono che quel che non è; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l’universo; non è che un neo, un bruscolo in metafisica. L’esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, è un’imperfezione, un’irregolarità, una mostruosità. Ma questa imperfezione è una piccolissima cosa, un vero neo, perché tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo però certamente infiniti nè di numero nè di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ciò che l’universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente è infinitamente piccolo a paragone della infinità vera, per dir così, del non esistente, del nulla» [7] (per quanto riguarda Leopardi, potrei continuare per un pezzo, ma mi limito a ricordare solo un altro passo, la conclusione del Canto notturno: «dentro covile o cuna, / è funesto a chi nasce il dì natale» [8]).

Carlo Michelstaedter, Autoritratto, 1908.

Da queste poche citazioni è possibile capire agevolmente perché un uomo-contro, dunque un pensatore-contro, come Carlo Michelstaedter apprezzasse tanto Petrarca, a tal punto da inserirlo nel canone dei persuasi stilato nella Prefazione della sua fondamentale e necessaria tesi di laurea, dove pure mancano nomi illustri e particolarmente cari al goriziano, Buddha e Tolstoj su tutti [9]:

Io lo so che parlo perché parlo ma che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà – ma la rettorica ἀναγκάζει με ταῦτα δρᾶν βίᾳ – o in altre parole «è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi».
Eppure quanto io dico è stato detto tante volte e con tale forza che pare impossibile che il mondo abbia ancor continuato ogni volta dopo che erano suonate quelle parole.
Lo dissero ai Greci Parmenide, Eraclito, Empedocle, ma Aristotele li trattò da naturalisti inesperti; lo disse Socrate, ma ci fabbricarono su 4 sistemi. Lo disse l’Ecclesiaste ma lo trattarono e lo spiegarono come libro sacro che non poteva quindi dir niente che fosse in contraddizione coll’ottimismo della Bibbia; lo disse Cristo, e ci fabbricarono su la Chiesa; lo dissero Eschilo e Sofocle e Simonide, e agli Italiani lo proclamò Petrarca trionfalmente, lo ripeté con dolore Leopardi – ma gli uomini furono loro grati dei bei versi, e se ne fecero generi letterari. Se ai nostri tempi le creature di Ibsen lo fanno vivere su tutte le scene, gli uomini «si divertono» a sentir fra le altre anche quelle storie «eccezionali» e i critici parlano di «simbolismo»; e se Beethoven lo canta così da muovere il cuore d’ognuno, ognuno adopera poi la commozione per i suoi scopi – e in fondo… è questione di contrappunto.
Se io ora lo ripeto per quanto so e posso, poiché lo faccio così che non può divertir nessuno, né con dignità filosofica né con concretezza artistica, ma da povero pedone che misura coi suoi passi il terreno, non pago l’entrata in nessuna delle categorie stabilite – né faccio precedente a nessuna nuova categoria e nel migliore dei casi avrò fatto… una tesi di laurea. – [10]

L’avverbio «trionfalmente», utilizzato in relazione a Petrarca, allude proprio ai Trionfi, l’opera di Petrarca che Michelstaedter apprezzava di più, come dimostrano le citazioni. Ne La persuasione e la rettorica Michelstaedter cita Petrarca ben sette volte, e tutte le citazioni sono tratte dai Trionfi, esattamente dal Trionfo del Tempo (tre) e dal Trionfo dell’Eternità (quattro) [11]. Queste ultime sono senza dubbio le più significative, perché contribuiscono a descrivere lo stato del persuaso:

Colui che è per sé stesso (μένει) non ha bisogno d’altra cosa che sia per lui (μένοι αὐτόν) nel futuro, ma possiede tutto in sé.

«Non avrà loco fu sarà né era
ma è solo, in presente e ora e oggi
e sola eternità raccolta e ‘ntera».

Ma l’uomo vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di sé stesso: ma quanto vuole e tanto occupato dal futuro sfugge a sé stesso in ogni presente [12].

Ogni cosa in ogni punto non possiede ma è volontà di possesso determinato: cioè una determinata attribuzione di valore: una determinata coscienza. Nel punto che nel presente essa entra in relazione con la data cosa, essa si crede nell’atto del possesso e non è che una determinata potenza: finita potestas denique cuique (Lucr., I, 70). Nell’ἄβιος βίος la potenza e l’atto sono la stessa cosa, poiché l’Atto trascendente, «l’eternità raccolta e intera», la persuasione, nega il tempo e la volontà in ogni tempo deficiente [13].

L’utilizzo che fa Michelstaedter delle citazioni tratte dal Trionfo dell’Eternità contribuisce a comprendere il senso più profondo dell’ultimo dei Trionfi di Petrarca, nel quale è racchiusa quell’utopia della pace e di un’esistenza autentica (l’esistenza del persuaso in Michelstaedter) cui Petrarca dimostra di anelare in molte delle sue opere, dal Secretum [14] al Canzoniere, che, lo ricordo, si conclude emblematicamente con la parola «pace».

Petrarca svela senza alcuna pietà la miseria dell’uomo, il suo incontrovertibile destino di morte – che riguarda tutti, indistintamente -, di cui mostra però la forza liberatrice, consolante, e lo fa «trionfalmente». Paladino della «persuasione», si oppone con tutto se stesso al dominio della «rettorica» («infinita è la schiera degli sciocchi»), di cui oggi siamo in balia come forse in nessun’altra epoca nella triste storia del genere umano.

Francesco Pesellino, Trionfo dell’Amore, della Pudicizia e della Morte, 1450 circa.

Francesco Pesellino, Trionfo della Fama, del Tempo e dell’Eternità, 1450 circa.

NOTE

[1] Per un approfondimento sulla complessa personalità del poeta rimando agli articoli Francesco Petrarca, il «doppio uomo». Prima parte, Francesco Petrarca, il «doppio uomo». Seconda parte.

[2] Per un approfondimento sui Rerum vulgarium fragmenta rimando all’articolo Il Canzoniere di Francesco Petrarca: storia di un amore umano.

[3] I versi sono tratti da Francesco Petrarca, Trionfi, a cura di Guido Bezzola, Rizzoli, Milano 1997.

[4] Heinrich von Kleist, Lettere alla fidanzata, a cura di Ervino Pocar, SE, Milano 1985, p. 288. Per una lettura completa dell’ultima, commovente lettera di Kleist rimando all’articolo I Fondamentali: lettere d’autore.

[5] Carlo Michelstaedter, Il dialogo della salute e altri dialoghi, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1988, p. 86.

[6] Giacomo Leopardi, Operette morali, in Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 559. Per un approfondimento sull’opera rimando all’articolo Sulle operette morali.

[7] Giacomo Leopardi, Zibaldone, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 898.

[8] Giacomo Leopardi, Canti, in Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, op. cit., p. 164.

[9] Per un approfondimento sul rapporto tra Michelstaedter e Tolstoj rimando a Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter – Terza parte, capitolo secondo.

[10] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, a cura di Sergio Campailla, Adelphi, Milano 1982, pp. 35-36.

[11] Per un approfondimento sulla pratica citazionistica di Michelstaedter ne La persuasione e la rettorica rimando a Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter – Seconda parte, capitolo terzo.

[12] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, op. cit., p. 41.

[13] Ivi, p. 44.

[14] Per un approfondimento sul dialogo rimando all’articolo Francesco Petrarca, Secretum: in guerra contro se stessi.

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