In questo secondo appuntamento con la nostra rubrica “Correspondance littéraire” incontreremo Théodore Géricault, il quale ci parlerà di come è arrivato a dipingere “La zattera della Medusa” e le vicende ad essa legate, tutto questo immaginando una conversazione con il diretto interessato che torna in vita e ci scrive un’epistola per raccontarci con le parole vive della narrazione in prima persona i fatti realmente accaduti e le emozioni provate.

Théodore Géricault

Fedele ed inestimabile amico,
è da molto tempo che non ti scrivo, spero perdonerai la mia lontananza ma ho avuto un periodo piuttosto impegnato durante il quale ho realizzato il mio più grande dipinto, sia per levatura morale che per dimensioni. Ma non è questo il punto, sarà che nell’ultimo periodo tutto sembrava stesse cambiando e invece ho avuto diverse delusioni politiche, sarà che speravo in un avvicendarsi di situazioni e di persone che non c’è stato. Niente ha scalfito l’attuale classe politica che con la stessa faccia ma abiti diversi si è presentata proponendoci un cambiamento. Non è quello che volevo, non è quello che volevamo.
Comunque è da pochi giorni che ho presentato al Salon in questo 1819 la mia personale protesta verso un regime che sta lentamente riaffiorando, ora con un’omicidio e ora con una censura. Appena venni a conoscenza del naufragio della “Méduse” fui travolto da un insana curiosità mista a rabbia per l’incredibile vicende intorno all’accaduto. La fregata che si insabbiò nel 1816 diretta verso l’Africa era guidata da un incapace uomo del regime il quale decise di abbandonare la nave utilizzando delle scialuppe di salvataggio. Ovviamente non tutti riuscirono a salirvi a bordo e dunque per i restanti fu allestita una zattera di salvataggio: 147 uomini dell’equipaggio furono stipati su questo battello d’emergenza grande 20 metri per 7. Caro amico, mi affido al tuo buon cuore, pensi che sia umano tutto questo? E ti avviso che il seguito sarà ancora più straziante. La zattera, che inizialmente veniva trainata tramite le funi che l’univano alle scialuppe di salvataggio, poco dopo venne inspiegabilmente abbandonata alla deriva, lasciata in balia del suo destino. E’ questa dunque la storia più antica del mondo, la sofferenza che solo chi è ultimo può provare, chi sta davanti a tirare le fila può solo immaginare, con il vento in poppa e il petto gonfio di cinismo.
Delle atroci sofferenze prima di essere soccorsi, del delirio che ha affollato quella zattera ancor più dei cadaveri che andavano man mano aumentando, solo chi ne è sopravvissuto può sapere. E così, a due anni dall’incredibile tragedia della Méduse la notizia è trapelata finalmente in Francia, dove niente si era saputo finora, causa la censura calata sull’avvenimento per mascherare l’insuccesso politico e l’efferatezza umana dei comandanti della fregata.
Ora mi dirai, ma come puoi sapere con certezza il corso degli eventi? Ebbene appena saputo dell’indicibile tragedia mi sono mosso per rintracciare alcuni dei tredici superstiti, sentire dalle loro voci cosa fosse realmente successo ed è dai loro ricordi che è scaturito il mio quadro che sta facendo tanto discutere al Salon. Ho deciso di farmi portavoce di un sentimento popolare, dello sdegno contro la monarchia corrotta e colpevole ancora una volta di mettere al primo posto i propri interessi e in fondo quelli del popolo. Ed ho avuto premura di caricare tutto il genere umano sulla zattera della vergogna, atrocemente consapevole dell’ignominia del gesto. E non credere, caro amico, che anche la scelta dell’attimo da riprendere nell’opera sia stato semplice, ma alla fine ho pensato che quello in cui veniva palesata una speranza all’orizzonte avrebbe reso ancora più tragica la situazione sull’imbarcazione, perché vedere la salvezza ma non poterla raggiungere può spingere alla follia qualsiasi essere umano.
Si è fatto un gran parlare intorno al mio quadro in questi giorni, non hanno accettato il distacco dai miti classici e dal gusto dell’accademia, ma ciò che non capiscono è che riportare il reale o un avvenimento realmente accaduto enfatizza ancora di più le emozioni che si vivono nell’opera rendendola viva. Il disagio nell’enorme quadro della zattera è palpabile, la mia intenzione era di trascinare in una tormenta tutti gli osservatori, di rendere universale la tempesta della solitudine e dell’abbandono che provano i marinai sul relitto. Le facce dei critici di fronte alla mia opera erano di uno stupore fanciullesco, trovarsi dinanzi un quadro di quelle dimensioni e tecnicamente indiscutibile crea un effetto di disorientamento assoluto, oltre che trascinare l’osservatore all’interno della vicenda.
Ora, dirti che è stato semplice sarebbe mentire, ma semplice è stato l’impulso che mi ha portato a farlo, la scintilla che mi ha illuminato in quelle notti insonni passate davanti alla tela nel mio studio a scegliere l’esatta postura di un corpo, oltre che le forme michelangiolesche che mi hanno ispirato. Non avrei mai realizzato tutto questo senza la perizia che mi contraddistingue. Ho combattuto con i morti per rendere al meglio i colori della carne in decomposizione sulla zattera, è stato atroce ma è stato fatto per il bene della verità che si trova nel dipinto, tralasciando in ultimo gli attimi in cui il cannibalismo ha preso il sopravvento sull’uomo disperato, la bestia è uscita allo scoperto non rimanendo altra via per la sopravvivenza.
E’ dunque questo il nostro amaro destino? L’incertezza per un orizzonte incerto e increspato o la rassegnazione per una fine che è già scritta? Ho scelto di lasciare all’osservatore la scelta, ma te, caro amico, so già che non sarai d’accordo con la mia lettura dell’umanità, ma l’ottimismo non mi viene facile quando sono circondato di avvenimenti come questi.
Ora nei prossimi giorni mi nasconderò dalle critiche severe, forse realizzerò altre opere sulla follia umana, vorrei girare per manicomi e dipingere l’umanità che è nascosta lì dentro a dimostrazione del fatto che c’è una persona dietro i loro sguardi persi. Nel frattempo rinnovo l’invito a venire a Parigi, con la speranza che prima o poi accetterai la mia proposta,
grazie dell’interessamento per la mia persona.
Con affetto fraterno,

 

T. Géricault

 

Théodore Géricault, Le Radeau de la Méduse, 1819, Olio su tela, 491×716 cm, Museo del Louvre, Parigi

Link alle altre uscite:

“Correspondance littéraire” – Jacques-Louis David
“Correspondance littéraire” – Théodore Géricault
“Correspondance littéraire” – Gustave Courbet
“Correspondance littéraire” – Pierre-Auguste Renoir
“Correspondance littéraire” – Claude Monet
“Correspondance littéraire” – Paul Gauguin
“Correspondance littéraire” – Vincent van Gogh
“Correspondance littéraire” – Ernst Ludwig Kirchner

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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