Sparpagliamo un poco le carte, mischiamo il mazzo e leghiamo il mazziere alla sedia. Cercando di raccontare la bellezza di un’inizio, di una partenza, dell’incipit come idea galleggiante, vuota a mezz’aria, ho pensato fosse riduttivo chiudere in cartelline le differenze esperienze artistiche umane. Ho creduto fosse così attraente paragonare e appaiare arti differenti raccontando gli Incipit e gli inizi di un’esperienza artistica, accostando letteratura, musica, cinema, architettura, land art magari.

Abbiamo di già visto come la prima caratteristica fondamentale per un incipit strepitoso sia il sovvertimento, il ribaltamento dei concetti precostituiti:  “Ogni essere umano viene programmato dalla nascita a essere cristiano, hindu, ebreo, mussulmano. Il bambino nasce innocente, ma immediatamente viene appesantito da migliaia di concetti, coi quali vive poi tutta la vita.” Dice a ragione O. Rajneesh, e lo sconquasso dell’abituale è sempre un avvenimento importante nella storia dell’arte, è il momento di risoluzione di una tensione sensoriale che ci si porta sempre dietro, una liberazione, una catarsi!

Un’altra peculiarità di un grande incipit è certamente la fascinazione, il magnetismo. L’attrazione! Che tiene incollato il lettore alle pagine di un libro, che lega il fruitore di un film alla sedia di casa o alla poltroncina del cinema, che ancora a piombo le cuffie alle nostro orecchie. Una sensazione facilmente sperimentabile da tutti, ma che varia naturalmente da persona a persona. Ognuno rimane rapito da ciò che vuole, perlomeno, è così solitamente. Ci sono però alcune occasioni in cui è impossibile per chiunque rimanere indifferente, tipo:
“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.”
Credo che tutti riconoscano l’inizio del fenomenale libro di Vladimir Vladimirovič Nabokov, anzi, proprio le prime righe sono marchio di fabbrica del volume Lolita del 1955, e le parole di Humbert che danno principio all’opera sono un vero attrattore lessicale.
Ancora più evocativo è l’incipit di Cent’anni di solitudine, pop dico io, alla maniera di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, un capolavoro insomma. Ditemi chi potrebbe smettere di leggere un libro che inizia in questa maniera?
“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.” Gabriel García Márquez

Ancora! I primi minuti del meraviglioso C’era una volta il West, diretto da Sergio Leone nel 1968, compendio sonoro e visuale, girato per la Paramount, roba che gli americani non avevano ancora mai visto. Oppure no, dico io! Cosa c’è di più magnetico e meraviglioso del mitologico piano sequenza iniziale in L’infernale Quinlan diretto nel 1958 dal maestro Orson Welles. Quello che è considerato “IL” piano sequenza, studiato in tutte le scuole di regia. Onore ad Orson Welles, giovane nel Wisconsin e fenomeno vero.

Dopo aver dimostrato ai miei detrattori che so portare anche esempi popolari voglio spostarmi in Italia. Secondo Emilio CioranLa sola funzione della memoria è di aiutarci a rimpiangere.”
Niente di più falso, dico io, la memoria è unità di misura, oltre che bagaglio emotivo della nostra civiltà personale. A corroborare le mie parole chiamo uno scrittore magnifico, parsimonioso in qualche misura, che ha passato l’intera vita ad esercitare la memoria, e che ha voluto regalarci questo meraviglioso incipit:

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò le sue settantadue bombarde.””
Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, 1953.

Che righe meravigliose! Tesissime, intense ed evocative, il coinvolgimento dei sensi come recettori della memoria sensibile, e il ricordo enorme del terrore della guerra. Ricordo come queste righe mi attrassero ancora di più alla lettura del libro, che conoscevo, che avevo comprato consapevolmente, ma che dopo aver letto quelle righe iniziali divenne una vera e propria .
Lo stesso vale per alcuni capolavori del cinema italiano, ed in particolare per le pellicole dirette da Federico Fellini. In Amarcord ad esempio svetta la bellissima scena iniziale, con il tenerissimo monologo (e le inquadrature)  dedicate all’arrivo delle “manine”.
“Le manine scoincidono nel nostro paese con la primavera. Sono delle manine di cui che girano, vagano qua e vagano anche là. Sorvolano il cimitero di cui tutti riposano in pace. Sorvolano il lungomare come i tedeschi… datesi che il freddo non lo sentono loro. Ai… Al… Vagano, vagano. Girolanz… Gironzano… Gironzalon… Vagano, vagano, vagano!”

Celeberrima è la scena iniziale dell’inarrivabile 8 e 1/2, dove Marcello Mastroianni scappa dal traffico vorticoso della città volandosene via nel cielo. Ma forse l’incipit cinematografico che più mi colpì fu quello di Uccellacci e uccellini. Il film di cui Pasolini era più orgoglioso, vede nei minuti iniziali dei bellissimi titoli di testa, forse tra i più belli della storia del cinema, con Domenico Modugno che interpretando le musiche di Ennio Morricone racconta in musica i titoli stessi:

Bonus:
Friedrich Nietzsche decide di iniziare così il libro più decisivo del suo secolo ( e come potremmo noi restare indifferenti a quelle pagine? ):
“Giunto a trent’anni, Zarathustra lasciò il suo paese e il lago del suo paese, e andò sui monti. Qui godette del suo spirito e della sua solitudine, né per dieci anni se ne stancò. Alla fine si trasformò il suo cuore, e un mattino egli si alzò insieme all’aurora, si fece al cospetto del sole e così gli parlò:
-Astro possente! Che sarebbe la tua felicità, se non avessi coloro ai quali risplendi! Per dieci anni sei venuto quassù, alla mia caverna; sazio della tua luce e di questo cammino saresti divenuto, senza di me, la mia aquila, il mio serpente. Noi però ti abbiamo atteso ogni mattino e liberato del tuo superfluo, di ciò ti abbiamo benedetto.-“

 

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