Dopo aver indagato la vita [1] e i principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno [2], ci avviamo a concludere il discorso relativo al filosofo nolano proponendo alcuni testi particolarmente significativi tratti dalle sue opere più importanti. Iniziamo analizzando il Bruno puramente filosofo. Prossimamente ci dedicheremo al Bruno creatore di opere teatrali, e al Bruno poeta.

Nella biografia abbiamo accennato al profondo, feroce odio nutrito dagli aristotelici nei confronti di Bruno. Dal seguente passo, estratto dall’opera De immenso (1491), che appartiene alla trilogia “francofortese” dei poemi latini, gli altri sono il De minimo ed il De monade, risalenti sempre al 1491, è possibile capire il perché. Il De immenso è composto da otto libri, e all’interno è esposta l’intera filosofia di Bruno. In particolar modo, trova ampio spazio il confronto tra Aristotele e Copernico. Il pensatore greco viene aspramente criticato, definito «vecchio miserando», al contrario il «generoso» Copernico viene celebrato come colui il quale ha mostrato, ha portato in superficie per primo «il bellissimo volto della realtà».

Sia costretto, invece, ad allontanarsi confuso il ministro della stoltezza respinto dallo splendore di una così intensa luce: a lui sono preclusi questo immenso spazio e questa immensa mole.
Per lui si manifesta invano questa duplice potenza e questa bontà rimane inespressa, così parca di sé, così insignificante, così debole. Se la natura manifesta il suo ampio grembo, perché deve essere vanificata ed annullata tanta gloria di luce che si riversa da una fonte inesauribile? Quale ingegno potrà dirsi tale se defrauderà la natura della sua desiderata prole di un numero innumerevole di mondi che l’immenso spazio comprende senza alcun limite e una somma divinità, azione ed atto di potenza, può contemplare, poiché nulla lo impedisce e nulla si oppone? Perché non dovrei considerare l’universo come specchio infinito e degno simulacro in modo che la sostanza infinita e la potenza perenne della natura non si manifestano fisicamente? Perché non si deve credere che l’immenso sia esplicitamente, e perché non si deve credere che Dio, il quale implicitamente è in tutto, e tutto dovunque, non si manifesti pienamente negli effetti? […]
Con quali argomentazioni futili Aristotele costruisce la perfezione dell’universo! La prima di esse concerne il fatto per cui l’universo non è limitato da altro, poiché è finito di per sé. Tuttavia, il punto centrale del suo ragionamento farebbe più al nostro proposito che al suo; infatti, sarà veramente perfetto ciò che né in atto né in potenza, né realmente né idealmente è limitato rispetto a qualcosa, ma delimita ogni atto, ogni potenza, ogni altra immaginazione: tale è l’infinito.
[…] Perfetto semplicemente e di per sé e assolutamente è l’uno infinito, poiché non può divenire né maggiore, né migliore e niente lo può divenire rispetto ad esso. Esso è uno, dovunque tutto, Dio e natura universale; la cui perfetta immagine ed il cui simulacro non possono essere se non l’infinito. Qualsiasi cosa finita è imperfetta, il mondo sensibile è imperfetto e in esso si trovano contemporaneamente il male e il bene, la materia e la forma, la luce e le tenebre, il dolore e la gioia; e tutte le cose, ovunque, sono soggette al mutamento e al moto e tutte, nell’infinito, sottostanno alla ragione dell’unità, della verità, della bontà: per cui, a buon diritto, si parla di «universo». […]
La Divinità non si esplica completamente sul piano fisico se non dell’infinito (infatti ogni corpo è così distinto in parti che dove ha una parte non ha nessun’altra, né può averla) e in esso soltanto si manifesta nella propria universalità, secondo i propri ordini innumerevoli e secondo la disposizione dell’infinito: ovunque pone un principio che concorre con il fine, ovvero il centro che è riferito da ogni parte all’infinito e al quale da ogni parte è riferito l’infinito. Questo è ciò che ab aeterno procede dalla Divinità secondo tutto quanto l’essere, come diffusione dell’infinita bontà, atto ed effetto esteriori della divina onnipotenza. Unica è la sua immagine e affatto moltiplicabile, chiaro specchio, tempio augustissimo, in cui infinite ed innumerevoli si rivolgono ad essa le lodi degli Dei che la glorificano, né, per così dire, è atterrita da quell’abominevole e infinito abisso del vuoto.
La volontà dell’ottimo e del Massimo si compie là dove non può essere appagato il desiderio dell’uomo.
Considera bene per quali motivi l’infinito è perfetto: non perché è creato è detto perfetto; non perché è compiuto o perché ha raggiunto la propria meta o perché è definito da misure determinate, seguendo lo stesso criterio con cui siamo abituati a dire perfette le specie distinte dalla specie, nel momento in cui sono in relazione tra loro, ma perché la successione, il modo, l’ordine, la potenza ed il genere ed ogni specie sono contenuti nell’universo e, rispetto ad esso, per quanto degni siano, si annullano semplicemente; nell’universo si trovano i mondi come tante parti e le loro membra mirabilmente si uniscono a formare il proprio tutto. Quanto, dunque, posso ritenere ancor più perfetto questo universo in cui vediamo confluire innumerevoli perfezioni!
Forse, prescindendo da questo nome, tenterò di escogitare per esso un nome più degno e conveniente alle altre cose, in rapporto al genere? Ma chi potrà coniare un nome che esprima tanto significato?
Quindi, il termine «universo» è sufficiente a se stesso, anzi il nome è definizione e, di grazia, ogni cosa, libro, espressione, ragione, simulacro [3].

Tra le caratteristiche peculiari del pensiero filosofico di Bruno vi è certamente l’aspra critica ad Aristotele. Il pensatore nolano si oppone allo stagirita formulando la sua concezione di infinito, il cui tratto principale è la perfezione. Infinito è lo spazio nel quale si trovano gli esseri, innumerevoli, illimitati, ed infinita è la potenza di Dio, che permette agli esseri di concretizzarsi. Aristotele non ha compreso tutto questo, sostanzialmente perché fautore della perfezione del finito.

Al contrario, Bruno celebra Copernico, il quale, con la sua celebre teoria, giustifica l’ipotesi dell’esistenza di più mondi, esaltando così la libertà e l’indipendenza del pensiero, tematica tanto cara al filosofo nolano, che preferirà morire arso vivo piuttosto che cedere al potere ecclesiastico che vuole limitarne la libertà.

NOTE

[1] Giordano Bruno – I viaggi, i processi, la morte.

[2] I principi fondamentali del pensiero di Giordano Bruno.

[3] Giordano Bruno, De immenso, traduzione di C. Monti, in Giordano Bruno, Opere latine, UTET, Torino 1980, pp. 504-506.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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