“L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino[…] La grandezza dell’uomo è di essere un ponte non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto”

Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra

“Die Brücke”, letteralmente “Il Ponte”. Una metafora prepotente e pregna di significati, ma anche piena di responsabilità. Forse troppe, se il concetto espresso nel passaggio di Nietzsche era l’intento del gruppo dei quattro studenti di Architettura di Dresda. Il filosofo tedesco intende porre l’uomo come una tappa transitoria tra la bestia e il superuomo, e in questo senso si inseriscono gli artisti del Die Brücke.

Ernst Ludwig Kirchner, I pittori della Brücke, 1925

Il 7 giugno 1905, con i favori della tiepida estate tedesca, nasceva a Dresda il gruppo d’avanguardia Espressionista. A fondarlo furono quattro studenti di Architettura vicini allo Jugendstil: Ernst Ludwig Kirchner, Karl Schmidt-Rottluff, Erich Heckel e Fritz Bleyl. Quest’ultimo ebbe una parte marginale, realizzando alcune incisioni e defilandosi già nel 1909 per tornare all’Architettura. Successivamente si aggregarono per brevi periodi nel gruppo tedesco anche Emil Nolde e Max Pechstein. La loro prima mostra si svolse ovviamente a Dresda, non riscossero molto successo, ma ebbero l’occasione di mettere in chiaro i loro intenti e di esplicitare i punti del personale manifesto.

“Ed ecco urlare la disperazione: l’uomo chiede urlando la sua anima, un solo grido d’angoscia sale dal nostro tempo. Anche l’arte urla nelle tenebre, chiama al soccorso, invoca lo spirito: è l’Espressionismo”

Con questa affermazione lo scrittore austriaco Hermann Bahr descrisse in poche parole il movimento Espressionista che, partendo da Dresda si espanse invadendo anche altri campi come la Letteratura, il Cinema e la Musica oltre che le Arti figurative. Ed è particolarmente calzante, poiché la parola “urlare” è direttamente collegata ad un grande ispiratore come Munch, il quale ebbero la fortuna di osservare più volte in città in diverse mostre, così come van Gogh. All’epoca più che oggi, Dresda era una città artisticamente viva e non era inconsueto veder passare per le proprie gallerie opere di artisti di questo calibro.

Gli artisti del movimento si isolarono nel quartiere popolare di Dresda, passando molto tempo a dipingere presi dal fermento artistico. Fecero della vita un tutt’uno con l’arte, passando intere giornate impegnati nel laboratorio che essi stessi avevano arredato e decorato. Purtroppo un grande problema che ha caratterizzato il primo periodo di attività è stata la forte precarietà economica, che li ha costretti a volte a raschiare vecchi dipinti per riutilizzare le tele.

Nonostante ciò qualcosa è pervenuto, e questo ci ha permesso di capire che i loro stili erano anche differenti e che ognuno aveva preso dai prossimi predecessori, come Munch e Van Gogh, molto della loro poetica. Una caratteristica è la sensibilità impressionista che giunge come una denuncia della situazione artistica e spirituale della società contemporanea. Inoltre dal punto di vista stilistico gli artisti del Die Brücke usarono dapprima soggetti di natura urbana, e successivamente paesaggi della Germania del sud, oltre che scene circensi e nudi. Le forme, le sagome nei loro dipinti erano sempre ben marcate da linee forti, nere, prepotenti. I colori, spesso in contrasto tra loro, accentuano la brutalità e la drammaticità delle scene.

Ernst Ludwig Kirchner, Cinque donne per strada, 1913

La fine del gruppo tedesco avvenne ufficialmente nel 1913, ma già da due anni prima, data in cui Ernst Ludwig Kirchner si trasferì a Berlino e sancì definitivamente la scissione di un gruppo che sebbene sarebbe rimasto nella storia, non aveva riscosso successi sufficiente per praticare l’arte sognata nella città di Dresda. E così grazie all’esperienza del gruppo, gli artisti hanno avuto possibilità di crescita sufficiente per continuare l’operato autonomamente.

Purtroppo molte delle opere degli artisti, in particolare quelle di Ernst Ludwig Kirchner, furono prima duramente censurate dal regime Nazista, e poi addirittura distrutte. Inoltre a tutti loro fu proibito di dipingere perché considerati “artisti degenerati”. A seguito di queste costrizioni Kirchner si suicidò nel 1938, costretto a una vita senza pittura e privato di oltre 600 quadri. Tutto l’Espressionismo venne messo in cantina e gettata la chiave. Il nazismo aveva dimenticato che per rendere grande la cultura germanica, tanto amata dal dittatore,  c’erano voluti secoli di correnti artistiche e culturali che con fatica avevano creato una realtà importante. Con disincanto e in preda alla depressione più feroce poco prima di suicidarsi Kirchner afferma : ”Ho sempre sperato che Hitler rappresentasse tutti i tedeschi, e invece ora ha diffamato così tanti artisti tedeschi di buon livello e di assoluta serietà. Ciò è molto triste per gli interessati, perché tutti gli artisti seri fra questi hanno procurato onore e gloria alla Germania”.

A proposito dell'autore

Architetto

Lorenzo Pica nasce il 15 Febbraio 1989. Frequenta il liceo Scientifico, senza infamia né gloria, ed in questo stesso periodo di formazione conosce le meraviglie dell'arte e decide di frequentare in un prossimo futuro la facoltà di Architettura. Dopo essersi iscritto all'università Sapienza di Roma, concluderà i suoi studi con la laurea nel 2015. Successivamente si trasferisce a Milano, dove porterà a termine il Master in Lighting Design al Politecnico. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi. Appassionato di viaggi, musica e letteratura.

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