Francesco Guccini – Folk Beat n.1 (1967)

E’ certo, o perlomeno assai probabile, che comperando il primo lavoro di Francesco Guccini si rimanga un poco spaesati per l’approccio vocale timido e impostato, posticcio in qualche modo, per la mancanza di quella voce ruggente e del graffio potente della sua caratteristica “R”, oltre che per l’assenza della barba che il giovane Francesco non portava. Puzza di latte e biscotti insomma.
In realtà Guccini a furia di passeggiate per Bologna, a forza di Hemingway e di appennino aveva già sviluppato una sua poetica. Un’attitudine seria e matura, e questo già in giovane età. La sua cifra stilistica rimarrà praticamente immutata fino alla fine della carriera, fino all’ultima isola del viaggio, un pò come fosse il Thomas Mann dei cantautori, pronto già a 22 anni. Non lapidatemi.
Il disco è caratterizzato da alcune delle sue canzoni più famose, dei veri pezzi storici come In morte di S.F,  e da altri grandi classici scritti da Guccini e proposti prima da altri interpreti, pezzi come Noi non ci saremo, L’atomica cinese o Auschwitz (la canzone del bambino nel vento), pervasi da un mix di antimilitarismo e fobia post-bellica.
L’esordio del maestrone è poi completato dai i miei pezzi preferiti: la dylaniana Statale 17, Il sociale e l’antisociale, e in ultima la bellissima e cupa Ballata degli annegati.

Fabrizio De andré – Tutti morimmo a stento (1968)

Un album meraviglioso, tra i primi concept album in italia, cosparso di capolavori, da Leggenda di natale a Cantico dei drogati, e poi Recitativo, Inverno e Girotondo. Grandi pezzi, composizioni storiche e terribilmente solide anche dopo cinquant’anni.
Infine sulla straordinaria Ballata degli impiccati  scrissi in passato:
“Apri il tamburo del revolver, infila dentro le pallottole, richiudilo. Poi lo fai roteare come fanno nei film, tipo “Il cacciatore” di Cimino (da poco scomparso purtroppo), armi il cane e prendi la mira. Almeno credo che sia questa la procedura.
De André ha preso la celeberrima poesia di François Villon – Ballade des pendus, l’ha masticata e digerita, poi accartocciata in quattro proiettili, sparati in pieno petto all’ascoltatore.
1° Colpo: “Chi derise la nostra sconfitta e l’estrema vergogna ed il modo, soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo.”
2° Colpo: “Chi la terra ci sparse sull’ossa e riprese tranquillo il cammino giunga anch’egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino.”
3° Colpo: “La donna che celò in un sorriso il disagio di darci memoria ritrovi ogni notte sul viso un insulto del tempo e una scoria.”
4° Colpo: “Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso.”
P.s. (voli pindarici)  “Infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.” E’ interessante vedere come il ventiseiesimo canto si concluda in maniera perentoria, una pietra tombale che il mare e lo stesso Ulisse, nella sua narrazione, si getta sulla schiena, fino ad esaurirsi lui stesso. Lui che consapevolmente  si mise in viaggio, conscio della propria sorte “Ma misi me per l’alto mare“, sembra non avere nessun rancore per la sua fine, nessun rimorso per la sua vita terrena, che per lui è letteralmente un discorso richiuso. Gli impiccati di De André/Villon sono invece imbottiti dell’odio e del rancore, ed è così che considerano il discorso ancora aperto, appunto sospeso, certamente come i loro corpi legati alla corda. “

Luigi Tenco – Luigi Tenco (1962) /  (1965)

“Mi sarebbe piaciuto molto poter parlare almeno una mezz’ora con Luigi Tenco.”
Ho deciso di indicare entrambi i suoi primi due album studio Luigi Tenco (Ricordi, 1962) e Luigi Tenco (Jolly/Joker, 1965) come fosse un’opera unica, anche se in maniera impropria. La realtà racconta invece di una grande eterogeneità nella musica di Tenco, dagli inizi Jazz e Rock and roll fino al primo folk beat italiano, dalla ricerca crepuscolare alle sfumature infuocate dell’invettiva sociale.
Inutile raccontare qui la storia mistilinea di Tenco, troppi partcolari, troppe storie, ed in fondo tanto si è speso e tanto si spenderà su di lui, credo sia sufficiente ciò che è stato già detto.
Volevo però lasciare giù un cioccolatino per il cuscino, ovvero due frasi prese dal pezzo Cara maestra:

“Cara maestra, un giorno m’insegnavi
che a questo mondo noi, noi siamo tutti uguali;
ma quando entrava in classe il Direttore
tu ci facevi alzare tutti in piedi,
e quando entrava in classe il bidello 
ci permettevi di restar seduti…

Mio buon curato, dicevi che la chiesa 
è la casa dei poveri, della povera gente;
però hai rivestito la tua chiesa
di tende d’oro e marmi colorati; 
come può adesso un povero che entra
sentirsi come fosse a casa sua?…”

 

Le Stelle di Mario Schifano – Dedicato a (1967)

Intendiamoci bene.. io non gradisco particolarmente le performance artistiche, meno ancora gli intellettualismi, i non sequitur mi fanno venire l’orticaria, eccetera. Ma quando mi sono avvicinato all’opera di Schifano in generale, e alla sua creatura di burattinaio musicale e multimediale, ovvero Dedicato a… del 1967 sono rimasto davvero colpito, dalla forza innovatrice  e dal suo coraggio, sopra alla qualità in realtà modesta dell’opera.
L’ego mostruoso di Schifano non poteva rimanere insensibile al lavoro che Warhol intraprendeva con i Velvet Undergroud, e quel rivoluzionario “Exploding Plastic Inevitable” messo in scena solo l’anno prima è di certo il riferimento per questo lavoro.
Sarà il nostro dunque a tendere le fila delle composizioni e a guidare i musicisti, come un Ardito Desio sarà padre-padrone dell’opera. Una volta arruolati i suoi meccanici: Giandomenico Crescentini, Nello Marini, Urbano Orlandi e Sergio Cerra può partire il folle ingranaggio sviluppato dalla mente di Schifano. Dunque si inizia l’ascolto proprio con la traccia più significativa: Le ultime parole di Brandimante, dall’Orlando Furioso, ospite Peter Hartman e fine (da ascoltarsi con TV accesa, senza volume). Una suite di diciotto minuti che in una cavalcata pazzesca raggiunge le vette della completa dissociazione sonora, in un crescendo di dissonanze e scompostezze musicali, fino alla cima del caos. Il resto del disco tornerà nei ranghi della forma canzone come avviene ad esempio per Atom Heart Mother, ma il risultato finale del disco è stato raggiunto. Dedicato a…  è riuscito a scardinare il concetto di musica popolare, a sovvertire tutto quello che si era sentito in Italia fino ad allora. In una paese dove regnavano i 45 giri ballabili e sentimentali Schifano riesce ad anticipare i temi della psichedelica, e non solo dentro i nostri confini ma a livello planetario, è semplice ricordare che nello stesso anno usciranno The piper at the gates of dawn e Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, inoltre non era passato nemmeno un’anno dall’uscita del primo lavoro di Zappa con i Mothers of invention Freak  Out!

Enzo Jannacci – Vengo anch’io. No, tu no (1968)

Enzo Jannacci, medico, musicista e genio assoluto. Dagli inizi come tastierista per Tony Dallara e Celentano, l’incontro con Gaber e la parentesi de “I due corsari”, dal Jazz alla televisione e poi il cinema, i primi album e i successi, le sue duemila facce, poliedrico cabarettista ed inventore della canzone ironica in italia.
Nel 1968 il suo successo più grande, il suo quarto album Vengo anch’io. No, tu no che rimane nelle menti degli italiani con pezzi di grande impatto ed impegno sociale e politico come Ho visto un re, pezzo scritto da Dario Fo che diventa uno degli inni del ’68 italiano, ed ancora la title track (scritta sempre con Fo) che in un corto circuito di nonsense nasconde un grande impegno, basta ricercare la parte finale tranciata dei forbicioni della censura:

« Si potrebbe andare tutti insieme nei mercenari
vengo anch’io? No tu no
giù nel Congo da Mobutu a farci arruolare
poi sparare contro i negri col mitragliatore
ogni testa danno un soldo per la civiltà.
Vengo anch’io …

Si potrebbe andare tutti in Belgio nelle miniere
Vengo anch’io? No tu no
a provare che succede se scoppia il grisù
venir fuori bei cadaveri con gli ascensori
fatti su nella bandiera del tricolor »

Il disco è poi infarcito di altri piccoli capolavori come La disperazione della pietà traduzione dal grande Vinícius de Moraes, oppure Pedro Pedreiro musicata da Buarque de Hollanda, e la minuta La mia morosa la va alla fonte, scritta con Dario Fo, da cui De André copierà direttamente la musica per la sua Via del campo (pensando fosse un tema medievale riscoperto da Fo).

 

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