Non c’è uomo che valga tanto quanto i libri che possiede, creda a me!

Elias Canetti

All’interno della produzione di Elias Canetti Auto da fé occupa una posizione di assoluto rilievo: non solo perché si tratta del primo libro pubblicato dal premio Nobel, nel 1935, quattro anni dopo la conclusione, ma anche del suo primo e unico romanzo, figlio, come informa lo stesso Canetti, di un progetto ben più ampio, la «Comédie humaine dei folli», un ciclo di otto romanzi mai realizzato, descritto così dall’autore: «Tutti ruotavano intorno a una figura al limite della follia, e ciascuna di queste figure era diversa dalle altre in tutto, perfino nella lingua e nei pensieri più reconditi. Ogni personaggio viveva un’esperienza talmente irripetibile che nessun altro avrebbe potuto condividerla. Nulla doveva essere intercambiabile, non dovevano esistere commistioni di sorta. Dicevo a me stesso che stavo costruendo otto riflettori coi quali avrei illuminato il mondo dall’esterno. Per un anno scrissi su queste otto figure alla rinfusa, scegliendo di volta in volta quello che più mi attirava. C’era fra loro un fanatico della religione; un visionario della tecnica che viveva rimuginando i suoi progetti sugli spazi interplanetari; un collezionista; un uomo ossessionato dalla verità; un dissipatore; un nemico della morte e infine anche un uomo fatto solo per i libri, l’Uomo dei libri» [1]. L’uomo dei libri, che finisce per fagocitare tutti gli altri folli assorbendoli in sé, è Peter Kien, il protagonista di Auto da fé: quarantenne, è il più grande sinologo della sua epoca e possiede la più grande biblioteca della città, contenente ben venticinquemila volumi. Non ha una donna: «Se una madre fosse solo una madre: ma quale donna si contenta di quello che è il suo vero ufficio? Una donna, prima di tutto, è una donna, e come tale avanza pretese che uno studioso serio non si sognerebbe neppure lontanamente di soddisfare» [2]. Peter Kien non pensa che allo studio, la realtà non gli interessa, degli uomini che, in carne ed ossa, lo circondano, e persino del suo stesso corpo – cosa assai rara in un mondo di uomini che «Non solo del ventre avevano fatto una divinità, ma di tutto il loro corpo» (18) – se ne frega: «Alle otto in punto cominciava il suo lavoro, la sua opera al servizio della verità. Scienza e verità erano per lui concetti identici. E alla verità ci si avvicinava solo tenendosi lontano dagli uomini. La vita quotidiana era un superficiale groviglio di menzogne. Tanti passanti, tanti bugiardi. Per questo lui non li degnava di uno sguardo. Chi mai, tra i cattivi attori di cui si componeva la massa, aveva un volto che richiamasse la sua attenzione? Lo mutavano a seconda del momento, non resistevano in una parte nemmeno per un giorno. Lui questo lo sapeva a priori. Il conforto dell’esperienza era del tutto superfluo. Lui, invece, riponeva la sua ambizione in una caparbia costanza della propria natura. Non per un mese, non per un anno, per tutta la vita uguale a se stesso. Il carattere, se uno ne aveva, determinava anche l’aspetto. Per quanto riusciva a ricordare, lui era stato sempre lungo e troppo magro. La faccia se la vedeva soltanto nelle vetrine dei librai. Specchi a casa non ne aveva; erano tanti i libri che non c’era posto. Ma che essa fosse sottile, severa e ossuta lo sapeva bene: tanto bastava» (20). Eppure, prima di mettersi a lavoro, ogni sacrosanto giorno – le sue giornate sono organizzate perfettamente -, Peter Kien si concede una passeggiata di un’ora: «Andava a passeggio proprio per respirare l’aria di libri non suoi: essi stimolavano il suo spirito di contraddizione, lo ricreavano un po’. Nella sua biblioteca tutto filava in perfetta regola. Fra le sette e le otto del mattino si concedeva qualcuna delle libertà di cui è fatta interamente la vita degli altri» (20-21). Peter Kien è il primo sinologo del suo tempo, eppure, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non è un professore, anzi, disprezza l’insegnamento:

Perdersi in chiacchiere è il peggior pericolo che minacci uno studioso. Kien preferiva esprimersi per iscritto piuttosto che a voce. Conosceva alla perfezione più di una dozzina di lingue orientali. Alcune occidentali si capivano senza bisogno di studio. Nessuna letteratura gli era sconosciuta. Pensava per citazioni, scriveva in ben meditate proposizioni. Innumerevoli testi dovevano a lui il loro recupero in un’edizione affidabile. Quando doveva occuparsi di passi deteriorati o corrotti di antichissimi manoscritti cinesi, indiani, giapponesi, gli venivano in mente quante combinazioni voleva. C’era chi l’invidiava per questo; quanto a lui, doveva guardarsi dalla sovrabbondanza di idee. Cauto fino a torturarsi, soppesava per mesi una lettera, una parola, un’intera frase, con una lentezza addirittura esasperante, con un rigore che rivolgeva soprattutto a se stesso; ed esprimeva la propria opinione solo quando era sicuro che fosse ormai inoppugnabile. I saggi che aveva scritto fino a quel momento, pochi di numero ma ognuno tale da costituire la base per cento altri, gli avevano procurato la fama di primo sinologo del suo tempo. Gli specialisti della sua materia li conoscevano alla perfezione, quasi a memoria. Ogni frase scritta da lui veniva considerata decisiva e impegnativa. In questioni controverse ci si rivolgeva a lui, somma autorità anche in campi attinenti solo secondariamente al suo. A pochi concedeva l’onore di una sua lettera. Ma chi veniva prescelto riceveva in un solo scritto suggerimenti e ispirazioni a non finire, e ne aveva lavoro per anni: un lavoro i cui risultati, data la figura dell’ispiratore, si potevano considerare sicuri in partenza. Rapporti personali non ne aveva con nessuno. Inviti non ne accettava. Ovunque si liberasse una cattedra di filologia orientale, essa veniva offerta, prima che ad ogni altro, a lui. Che rifiutava con sprezzante cortesia.
Lui – rispondeva – non era nato per fare l’oratore. Ricevere un compenso per la sua attività gliel’avrebbe resa insopportabile. A suo modesto parere, le cattedre universitarie avrebbero dovuto essere occupate dagli stessi improduttivi volgarizzatori cui si affida l’insegnamento nelle scuole medie, in modo che gli studiosi veri e propri, quelli capaci di creare, potessero dedicarsi esclusivamente al loro lavoro. Intelligenze mediocri in ogni caso non ne mancavano. Alle sue lezioni non ci sarebbe stata grande affluenza, dal momento che lui sarebbe stato quanto mai esigente con i suoi allievi. E probabilmente nessun candidato avrebbe superato gli esami: per lui sarebbe stato un titolo di orgoglio bocciare ripetutamente quei giovani immaturi finché non avessero compiuto i trent’anni e vuoi per noia, vuoi per un inizio di serietà, non avessero imparato qualcosa, foss’anche, per il momento, ben poco. Già l’ammissione alle aule della facoltà di persone la cui memoria non fosse sottoposta a un esame accurato gli sembrava cosa pericolosa o quanto meno inutile. Dieci studenti scelti attraverso rigorosissimi esami preliminari sarebbero indubbiamente riusciti, a patto che rimanessero fra loro, a rendere di più che mescolati a cento neghittosi birraioli quali sono normalmente i frequentatori delle università. Le sue erano quindi perplessità sostanziali e di principio. Pregava dunque il Consiglio di non voler più rinnovare una proposta che, benché lui non se ne sentisse onorato, era stata certamente formulata con intenti onorevoli (22-23).

Dopo questi dati preliminari, necessari a delineare la figura dell’Uomo dei libri, addentriamoci nel suo regno, la sua maestosa biblioteca con le finestre murate, nella quale, eccezion fatta per quell’ora di passeggiata, trascorre le sue giornate di studio:

La sua biblioteca si trovava nella Ehrlichstrasse, al quarto e ultimo piano della casa contrassegnata con il numero 24. La porta dell’appartamento era dotata, per sicurezza, di tre complicate serrature. L’aprì, attraversò l’anticamenra nella quale c’era soltanto un attaccapanni, ed entrò nel suo studio. Posò con ogni cautela la borsa su una poltrona, poi percorse un paio di volte in su e in giù la fuga dei quattro locali alti e spaziosi che formavano la sua biblioteca. Tutte le pareti erano tappezzate di libri fino al soffitto. Vi fece scorrere sopra lo sguardo lentamente. Nel soffitto si aprivano dei lucernari. Era orgoglioso di quella sua luce che pioveva dall’alto. Le finestre erano state murate parecchi anni prima, dopo una dura battaglia con il padrone di casa. In tal modo egli aveva guadagnato in ogni stanza una quarta parete, il che significava più posto per i libri. Inoltre, una luce che illuminasse dall’alto, uniformemente, tutti gli scaffali, gli sembrava più equa e più consona ai suoi rapporti con i libri. E con le finestre era scomparsa pure la tentazione di osservare il viavai della strada: una cattiva abitudine, evidentemente innata, che serve solo a far perdere tempo. Ogni giorno, prima di mettersi allo scrittoio, benediceva quell’idea e la costanza con cui l’aveva perseguita, perché ad essa doveva la realizzazione del suo maggior desiderio: possedere una biblioteca ricca, ben ordinata e chiusa da tutti i lati, nella quale nessun mobile superfluo, nessuna persona superflua lo distogliesse dai suoi gravi pensieri.
Il primo ambiente serviva da studio. Un vecchio, imponente scrittoio, una poltrona dietro ad esso, una seconda poltrona nell’angolo opposto costituivano tutto il mobilio. S’aggiungeva un divano che faceva del suo meglio per non farsi notare e che Kien preferiva ignorare dal momento che gli serviva soltanto per dormirci. Alla parete era appesa una scala scorrevole. Essa era più importante del divano e nel corso della giornata passava da un locale all’altro. Il vuoto delle altre tre stanze non era infatti turbato neppure da una sedia. In nessun punto un tavolo, un armadio, una stufa che rompesse la variopinta uniformità degli scaffali. I tappeti folti che coprivano per intero il pavimento rendevano più calda la severa penombra che, grazie alle porte spalancate, faceva di tutti e quattro i locali un unico, ampio salone (28-29).

In questo idillio di cultura ed erudizione, anche Peter Kien conosce degli istanti di debolezza, «in cui si sentiva stanco di lavorare sempre sulle parole, e provava il segreto desiderio di mescolarsi alla gente più a lungo di quanto non gli consentisse il suo carattere» (50). In simili momenti l’illustre sinologo non abbandona di certo la sua biblioteca, non si immerge nel traffico delle strade, mischiandosi ai suoi simili – volente o nolente -, ma anima il suo regno evocando gli autori dei volumi, con i quali si lancia in memorabili discussioni: «Provava simpatia soprattutto per gli antichi cinesi. Ordinava loro di uscire dal volume e dalla parete in cui si trovavano, con un cenno li invitava ad avvicinarsi, li faceva accomodare, li salutava o li minacciava a seconda dei casi, li faceva parlare con le loro stesse parole e sosteneva la propria opinione, finché non li aveva ridotti al silenzio. Le polemiche che doveva condurre per iscritto acquistavano in tal modo un fascino inatteso. Per di più si esercitava a parlare il cinese e s’inorgogliva delle sagge frasi che uscivano dalle sue labbra con tanta facilità e con tanta efficacia. Se vado a teatro, debbo sorbirmi delle chiacchiere insulse che svagano invece d’istruire e che poi annoiano invece di svagare. Dovrei perdere due o tre ore preziose per andarmene poi a letto stizzito. I miei dialoghi sono più brevi e di più alto livello. Giustificava in tal modo davanti a se stesso quel suo gioco innocente, perché a uno spettatore esso sarebbe sembrato senza dubbio assai singolare» (50).

Per Peter Kien tutto procede nel migliore dei modi, egli alla sua vita non chiede altro, ma ecco che l’illustre sinologo commette un errore madornale: per amore dei suoi libri sposa Therese, la governante della biblioteca. Questo sciagurato matrimonio con una donna quindici anni – circa – più vecchia di lui, venale e ignorante, segna di fatto la fine del primo sinologo del suo tempo. Durante la prima notte di nozze, Therese, in sottoveste, spogliata della sua proverbiale e ridicola gonna inamidata, s’insinua nello studio di Peter Kien e si sdraia sul divano dopo aver scaraventato a terra i libri che lo ricoprivano; il sinologo, che ha una lista di libri che ha fatto cadere – i suoi veri peccati -, fugge piangendo. È l’inizio di una escalation di follia e assurdità. Therese, vera e propria malattia mortale, apporta delle modifiche che stravolgono l’ordine di Kien, introduce nuovi mobili e si appropria di tre stanze. Kien stila un contratto in cui dichiara che la moglie non ha nessun diritto sui libri e la obbliga a tacere durante i pasti; per evitare il trauma che seguirebbe alla vista dei nuovi mobili, impara ad agire ad occhi chiusi – eccetto leggere e scrivere ovviamente -, perché «”Esse percipi“, essere equivale ad essere percepito, ciò che io non percepisco non esiste» (81); fin quando arriva il grande giorno: Therese esce per acquistare una nuova camera da letto, con l’aiuto del portiere, il «Lanzichenecco», Kien libera le stanze dai mobili, scaraventati in corridoio, sale sulla scala e tiene ai suoi libri un vibrante discorso, con il quale dichiara guerra alla moglie; poi passa all’azione: ogni singolo volume viene rivolto con il dorso contro la parete. Alcuni libri protestano, in particolar modo il «fantastico pandemonio della filosofia tedesca» (Schopenhauer, Schelling, Fichte, Kant, Nietzsche), i francesi ridicolizzano il sinologo, gli inglesi, più concilianti, lo rimproverano comunque di aver cercato la parola d’ordine nella lingua d’una razza di colore. L’impresa supera di gran lunga le modeste forze fisiche di Kien, che cade a terra svenuto, ferito. Therese dimostra un interesse smodato per il denaro del marito – ma l’eredità paterna che ha permesso a Kien di rifiutare le cattedre, e per i suoi lavori non si fa certo pagare, è quasi del tutto esaurita (la parte maggiore è stata investita in libri) -, ella è il predone barbarico che abbatte le civiltà. I barbari si caratterizzano per inauditi scoppi di violenza, e Therese arriva a pestare a sangue il marito, cacciandolo poi di casa, esasperata per non aver trovato il libretto di banca di Kien. Esiliato dal suo regno, Kien sprofonda definitivamente nella follia. Stringe amicizia con il nano gobbo Fischerle, che prende a suo servizio (perché il sinologo, privato dei suoi libri, si ricrea una biblioteca immaginaria che porta nella testa e che ogni sera scarica prima di coricarsi; un lavoro faticoso che adempie con zelo il piccolo storpio, anch’egli interessato ovviamente al denaro del padrone), mentre Therese fa del «Lanzichenecco» il suo amante, insieme al quale inizia a impegnare i preziosissimi volumi del marito. Sono pagine in cui quell’assurdo dichiaratamente mutuato da Kafka [3] trionfa – sebbene non con la stessa efficacia dello scrittore ceco, un’efficacia ineguagliabile del resto -. A rimettere le cose a posto giunge Georges Kien, fratello di Peter, illustre psichiatra attivo a Parigi (interessantissimo il capitolo dedicato alla storia di Georges, medico prodigioso passato dalla ginecologia alla psichiatria, dove trovo particolarmente apprezzabile il suo approccio con i pazienti, in cui vede un’esperienza esistenziale davvero autentica, contrapposta alla grigia e falsa morale borghese). Tra i due fratelli avviene un colloquio fondamentale, in cui Peter dà sfogo alla propria avversione nei confronti delle donne (avversione con cui ho aperto l’articolo e che ripropongo perché rappresenta uno dei temi dominanti del romanzo), prendendosela con icone femminili della mitologia immortalate come supremi esempi di virtù, per esempio Penelope: «Quanto a Penelope, la leggenda dice che abbia aspettato Ulisse per vent’anni. Il numero degli anni è esatto, ma per quale motivo l’aspetta? Perché non riesce a decidersi per nessuno dei Proci. Il vigore di Ulisse l’ha viziata: nessun uomo le piace più. Da quei crepuloni può aspettarsi ben poco. Lei amare Ulisse? Favole! Il vecchio cane dell’eroe, debole, sfinito, lo riconosce quando lui arriva sotto le spoglie di un mendicante, e muore per la gioia. Lei non lo riconosce e continua tranquillamente la sua vita. Solo prima d’addormentarsi, ogni notte, versa qualche lacrima. In principio si struggeva per lui, Ulisse era un marito forte e focoso. Poi quel pianto è diventato per lei un’abitudine, un sonnifero di cui non può fare a meno. Anziché ricorrere a una cipolla, si aggrappa al ricordo del suo amato Ulisse e, piangendo sconsolata, sprofonda nel sonno. La buona, vecchia nutrice Euriclea, una vecchiarella sollecita, dal cuore tenero, sempre in faccende, gongola alla vista dei Proci uccisi, delle ancelle impiccate! Ulisse, il vendicatore, colui che è stato offeso più di ogni altro, deve rimproverarla per questo!» (505). Bellissima inoltre l’invettiva contro Eva, in riferimento agli affreschi michelangioleschi della Cappella Sistina:

Michelangelo Buonarroti, Creazione di Eva, 1511 circa.

Esattamente al centro della volta della Sistina Eva viene creata dalla costola di Adamo. La rappresentazione di questo evento, che ha trasformato nel peggiore dei mondi quello che era cominciato come il migliore, ha dimensioni più ridotte della Creazione di Adamo e del Peccato Originale che stanno ai suoi lati. Angusto e meschino è ciò che accade qui, la sottrazione della costola peggiore dell’uomo, la scissione in due sessi, l’uno dei quali è solo una frazione dell’altro: eppure questo piccolo evento sta al centro della creazione. Adamo dorme. Se fosse stato sveglio si sarebbe tenuta stretta la sua costola. Ahimè, il suo fugace desiderio d’avere una compagna doveva riuscirgli fatale! La benevolenza di Dio si era esaurita con la creazione di Adamo. Da quel momento l’ha trattato come un estraneo, non come opera sua. Gli ha fatto pagare il filo di parole e stati d’animo che si dissolvono più rapidamente di una nuvola, l’ha costretto a sopportare per tutta l’eternità le conseguenze di un capriccio. Da quel capriccio di Adamo hanno avuto origine gli istinti del genere umano. Lui dorme. Dio, il padre amorevole, mostrando nel far ciò una mitezza beffarda, suscita magicamente Eva dal corpo dell’uomo. Eva tocca il terreno con un piede solo, l’altro è ancora nel fianco di Adamo. Giunge le mani prima ancora di potersi inginocchiare. La sua bocca mormora lusinghe. Le lusinghe rivolte a Dio si chiamano preghiere. Eva non prega spinta dal bisogno. È previdente, lei. Mentre Adamo dorme, lei si accaparra in gran fretta un tesoro di opere buone. L’istinto le fa avvertire la vanità di Dio, che è immensa come è immenso lui. Nei diversi atti della creazione egli si atteggia in maniera diversa. Tra un’opera e l’altra muta d’abito. Contempla Eva avvolto in un ampio mantello che ricade in belle pieghe. Non vede la bellezza della donna, dal momento che in ogni cosa lui non vede che se stesso. Accetta il suo omaggio. L’atteggiamento di lei è umile e peccaminoso. È calcolatrice fin dal primo istante di vita. È nuda ma non si vergogna davanti a Dio avvolto nel suo ampio mantello. Si vergogna solo quando un suo peccato verrà scoperto. Adamo giace spossato come dopo un amplesso. Il suo sonno è leggero. Sogna la tristezza di cui Dio gli fa dono. Il primo sogno dell’uomo è nato dalla paura suscitata in lui dalla donna. Quando Adamo si desta, Dio li lascia crudelmente soli: lei s’inginocchierà a mani giunte davanti all’uomo come davanti a Dio, sulle labbra le stesse lusinghe, fedeltà negli occhi, brama di dominio nel cuore, e lo istigherà alla lussuria perché lui non possa più sfuggirle. Adamo è più magnanimo di Dio. Dio nella sua creazione ama se stesso. Adamo ama Eva, il secondo essere, l’altro da sé, il male, la sventura. Le perdona di essere ciò che è: la sua costola enfiata. Dimentica, e da uno divengono due. Che miseria nei secoli dei secoli! (506-508)

Nella sua malata esaltazione, Peter giunge a definire l’Eva della Cappella Sistina il «lascito» di Michelangelo. Obbedendo all’ordine di un qualche folle papa, l’artista avrebbe distrutto l’intera Cappella, ma lei, Eva, no, lei «l’avrebbe difesa anche contro cento svizzeri papalini». Georges libera suo fratello da Therese e dal «Lanzichenecco», gli restituisce la sua amata biblioteca, lo ricolloca al centro del suo regno, ma, nonostante la sua lunga carriera da psichiatra di successo, non si accorge della follia di Peter, che dà fuoco alla biblioteca perdendo egli stesso la vita nell’incendio. Il romanzo si conclude con il riso maligno del sinologo divorato dalle fiamme.

In Auto da fé trionfano l’assurdo e il grottesco, ma, al di là di questo, ciò che mi preme sottolineare è la totale dimensione di irrealtà in cui si trova immerso il protagonista prima della follia, e che causa quella lunga serie di errori madornali, a partire dal matrimonio con la barbara Therese, che gli costano dapprima la sanità mentale e infine la vita. Kien rifiuta il mondo, ma il mondo, per quanto ci si sforzi, non può essere rifiutato, finisce sempre per prevalere e schiacciare, fagocitare. Nel suo amore per i libri, amore che conduce fuori della realtà, il protagonista di Auto da fé ricorda i protagonisti di due celebri opere di Dostoevskij, il sognatore de Le notti bianche [4] e l’uomo-topo delle Memorie dal sottosuolo [5]. La situazione di partenza è la stessa – si tratta di esistenze in balia del loro amore sconfinato per i libri -, con Canetti che, via Kafka, spinge le conseguenze fino al parossismo, ovvero al grottesco e all’assurdo.

NOTE

[1] Elias Canetti, Il mio primo libro: Auto da fé, traduzione di Renata Colorni, in Elias Canetti, Auto da fé, traduzione di Luciano e Bianca Zagari, Adelphi, Milano 1999, p. 544.

[2] Elias Canetti, Auto da fé, op. cit., p. 17. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] «Avevo appena finito di scrivere l’ottavo capitolo di Auto da fé […] quando per un caso mi misi a leggere La metamorfosi di Kafka. Una fortuna più grande non avrebbe potuto capitarmi in quel momento. Vi trovai, nella sua massima perfezione, proprio l’opposto dell’irresponsabilità letteraria che tanto odiavo, vi trovai la severità alla quale anelavo. In quel libro era stato raggiunto qualcosa che io avrei voluto trovare con le mie sole forze. Mi inchinai di fronte a questo che è il più puro di tutti i modelli, ben sapendo che era irraggiungibile; eppure mi diede forza». Elias Canetti, Il mio primo libro: Auto da fé, op. cit., p. 545. Per un approfondimento sullo scrittore ceco rimando agli articoli: La metamorfosi. L’incredibile risveglio di Gregor SamsaFranz Kafka, Il processo: colpevole senza colpa e per legge di natura.

[4] Per un approfondimento sul romanzo di Dostoevskij rimando all’articolo Le notti bianche, il dramma del sognatore.

[5] Per un approfondimento sul romanzo di Dostoevskij rimando agli articoli Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Prima parte, Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo. Seconda parte.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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