“Ti insegnano che la musica può arrivare fino a un certo punto, ma guarda che l’arte non ha confini”
 – Charlie Parker

Qualche tempo fa chiacchierando con un amico libraio ci trovammo a parlare sul perché la letteratura “Beat” sia stata recentemente declassata, tanto da sparire lentamente dagli scaffali delle librerie. Sempre meno ristampe, sempre meno pubblicazioni, indice di un mercato che non sembra voler eleggere a “classici” gli scritti di Kerouac e compagni. È evidente che il brivido della “strada” di keuracchiana memoria, voce narrante di una generazione zaino in spalla e pronta alla rivolta, si è fatto eco sempre più lontano, per poi eclissarsi inspiegabilmente.
Si inspiegabilmente, perché tutto sommato quel sottobosco umano che si è disperso negli ultimi decenni sulla terra sarebbe potuto essere il terreno più fertile dove far crescere quell’idea che non ha un futuro scritto, per quel libro che non sappiamo come andrà a finire, per quello strascico esistenzialista che non ha ancora smesso di bruciare.

Se invece una sorte infausta (spero vivamente di sbagliarmi) toccherà a Ginsberg, Burroughs e compagni, altrettanto non si può dire per il momento storico che hanno rappresentato e sintetizzato, un formicaio farneticante e operoso senza regole, scritto con un sax e suonato con una penna. Questo, a mio modo di vedere, è già un merito.

Un movimento, se ascrivibile a ciò è quello “beat”, fatto di rottura con gli schemi, di un linguaggio effettivamente nuovo, quello di una generazione cresciuta con lo spettro della guerra e che rifiuta il materialismo a vantaggio dell’immateriale, della religione orientale e della letteratura europea.

Ma prima di tutto cerchiamo di far luce sul termine “beat”, e già qui le diatribe sui primi vagiti si fanne accese. Sicuramente tra i primi ad utilizzare il termine fu John Clellon Holmes, amico di Keroauc e Huncke, il quale in un articolo apparso nel 1952 sul New York Times parla di una ragazza fotografata in uno stato “alterato” come di un “volto della generazione beat”. In questo caso il “beat” è forse molto più vicino all’utilizzo afroamericano di “abbattuto”, “stanco”. Secondo Kerouac invece il termine vuole evidenziare quella sacralità presente nella generazione che vive le novità sessuali e sociali. L’una o l’altra visione possono condurre ad una terza via, molto verosimile, ovvero alla traduzione musicale di “stare sul beat”.

Viste le possibili vie da intraprendere, ora sbarriamo qualche strada non percorribile, almeno per ristringere il campo delle possibilità. Ciò che non è inerente, se non per il nome erroneamente associato alla Beat generation, è quella che negli anni ’60 venne definita “Musica Beat” e che ha nei Beatles e i Rolling Stones i massimi esponenti. Bene, tutto ciò entra nel movimento beat come un cinghiale in una tana di un coniglio.

La musica che invece è più assimilabile, ma mantiene semmai la paternità del movimento, è quel Jazz da cui il movimento prende il ritmo veloce, sudato, con esattezza denominato “Bebop”.

« A quei tempi, nel 1947, il bop impazzava in tutta l’America. I ragazzi del Loop suonavano, ma con stanchezza, perché il bop era a metà strada fra il periodo del Charlie Parker di Ornithology e quello di Miles Davis. »
Jack Kerouac, On the Road, 1957

La ribellione degli hipster correva tra gli anni ’30 e gli anni ’60 lungo la Cinquantaduesima strada di New York, nota oggi come la strada del jazz, dove nei locali fumosi si esibivano i più grandi artisti del genere, come Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Miles Davis, Bud Powell, Erroll Garner, ed è lì probabilmente che Kerouac partorì l’idea di uno “spontaneous bop prosody”, quella scrittura che traeva spunto dall’improvvisazione jazzistica.

Ed a pensarci bene le stesse strade, quelle polverose dei viaggiatori beatniks e quelle fumose dei jazzisti afroamericani, hanno come genesi lo stesso sradicamento dalla propria patria, chi per un’inquietudine legata all’uomo contemporaneo, chi per un’assenza d’identità geografica e umana. Questo porterà entrambi ad incontrarsi su un terreno comune che è quello della ribellione, vuoi dagli schemi letterari o ritmici musicali che siano. Ed eleva il Bebop ad uno splendido fertilizzante liquido, che sembra abbattere i confini.

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