Primavera molle bruciata da una precoce estate infuocata; era questa la sua sensazione nel venire investito in pieno dalla cocciutaggine rinchiusa in quel corpo così giovane.

Concludiamo questo ciclo di articoli dedicati alle donne dell’Uomo senza qualità [1] con Gerda Fischel. Ventitreenne, figlia di Leo Fischel, direttore ebreo della Lloyd-Bank, nervosa e anemica, pronta ad accendersi come un fiammifero se non la si tratta con riguardo, «si era scelta i propri amici in una frotta di coetanei cristiano-germanici, che non avevano la minima prospettiva professionale, ma in compenso disprezzavano il capitale e disquisivano sul fatto che mai un ebreo era stato in grado di proporre un grande simbolo per l’umanità» [2]. Da queste poche righe, emerge subito quella contraddizione che caratterizza nel particolare il personaggio di Gerda, nell’universale gli estremismi. E Gerda non si limita a far parte di questa cerchia di giovani animati da un «antisemitismo mistico», ma permette loro di riunirsi in casa sua, ovviamente con grande disappunto di Leo Fischel. Leader indiscusso di questo gruppo di sbarbatelli antisemiti è il focoso Hans Sepp, ufficiosamente fidanzato con Gerda. In questo senso, ciò che preoccupa il buon direttore della Lloyd-Bank non è tanto l’assurda ideologia di cui si fa portavoce Sepp, quanto l’incertezza finanziaria del suo futuro. E la stessa Gerda non è che lo ami più di tanto: «In realtà non era molto innamorata del suo giovane amico; era piuttosto il contrasto con i genitori che ella trasferiva in affetto per lui» (357).

Nel corso del romanzo, vediamo Ulrich [3] tornare a fare visita a casa Fischel dopo tre anni. Tra il protagonista e Gerda esiste un rapporto intimo, ma Ulrich ha smesso di frequentarla perché i genitori di lei pretendevano una proposta di matrimonio. Del resto, Ulrich è sì attratto da Gerda, in quanto donna, ma ne vede anche, con più facilità che nelle altre figure femminili con le quali ha a che fare, le brutture caratteriali e fisiche – e l’uomo senza qualità è in fondo un esteta -: «Primavera molle bruciata da una precoce estate infuocata; era questa la sua sensazione nel venire investito in pieno dalla cocciutaggine rinchiusa in quel corpo così giovane» (545); «Il suo corpo era sottile, la pelle affaticata e spenta. La sua natura di zitella rinsecchita gli si palesò all’improvviso, anche se probabilmente era sempre stato il motivo principale che gli impediva di congiungersi con quella ragazza che lo amava» (624). Perché Gerda è innamorata di Ulrich: «La cosa singolare era che quella ragazza fosse combattuta tra due inclinazioni contraddittorie: diventare una vecchia zitella o concedersi a Ulrich» (612).

Gerda, tramite il padre, viene a conoscenza del reale motivo per cui Paul Arnheim si è infiltrato nell’Azione parallela – l’acquisizione dei giacimenti petroliferi in Galizia -, e si reca da Ulrich per comunicargli la notizia. Così facendo, la giovane si consegna di fatto al protagonista, e i due si baciano:

Ma Ulrich tagliò corto, le cinse le spalle con il braccio e la baciò. Gerda cedette come una morbida candela. Il respiro, le dita che s’aggrappavano a lui, appartenevano a qualcuno che ha perso i sensi. In quell’istante calò su di lui la malvagità del seduttore, che è attratto in modo irresistibile dall’indecisione di un’anima che viene trascinata dal proprio corpo come un prigioniero condotto a forza dagli sbirri. La luce debole del pomeriggio invernale entrava dalle finestre nella stanza che stava diventando buia, e in una di quelle zone di chiarore si trovava Ulrich che teneva la ragazza tra le braccia; la testa di lei si delineava gialla e affilata sul morbido cuscino di luce, e il colore del viso era talmente oleoso che in quel momento Gerda pareva quasi morta. La baciò lentamente ovunque sulla supercifie scoperta tra i capelli e il vestito, e nel farlo dovette superare una leggera repulsione, fino al contatto con le labbra di lei che vennero incontro alle sue in un modo tale da fargli venire in mente le deboli braccine con le quali un bimbo cinge il collo di un adulto. Pensò al bel viso di Bonadea, che nell’impeto della passione ricordava una colomba dalle piume arruffate tra gli artigli di un uccello rapace, e alla grazia statuaria di Diotima di cui lui non aveva goduto; invece della bellezza che quelle due donne volevano regalargli, davanti al suo sguardo c’era stranamente il viso, disperatamente brutto e stravolto dal desiderio, di Gerda.
Ma Gerda non rimase a lungo in quello stato di vigile perdita di coscienza. Aveva creduto di chiudere gli occhi solo per un attimo, e mentre Ulrich la baciava in viso, le sembrò di trovarsi tra le stelle nell’infinità dello spazio e del tempo, così da non avere alcuna misura del limite e della durata di quell’esperienza, ma appena diminuì la foga di lui, tornò in sé e riuscì nuovamente a reggersi in piedi da sola. Erano stati i primi baci di passione vera, e non puramente simulata e immaginata, quelli che aveva appena dato e sentiva di aver anche ricevuto, e nel suo corpo ne era rimasta un’eco profonda, come se già questo istante l’avesse resa una donna. Ma questo processo ha qualcosa di simile all’estrazione di un dente: sebbene dopo ci sia meno corpo di prima, si ha comunque la sensazione di una maggiore completezza, perché un motivo di fastidio è definitivamente eliminato; e mentre ancora in lei risuonava quell’esperienza, si alzò piena di fresca determinazione (683-684).

Finalmente Gerda conosce la vera passione amorosa, quella passione che con Hans Sepp, nonostante la comunione spirituale, non avrebbe mai conosciuto. Ulrich la conduce nella sua camera da letto, sembra ormai tutto pronto, i due si spogliano, ma Gerda ha un’improvvisa crisi di nervi:

Ma Ulrich le aveva di nuovo cinto le spalle con il braccio, perché dopo aver saputo le ultime notizie su Arnheim, sentiva che l’aspettava qualcosa di importante, ma prima bisognava giungere a un epilogo in quel rapporto con Gerda. Il suo unico sentimento era che sarebbe stato terribilmente spiacevole dover compiere fino in fondo la consueta serie di gesti, e perciò mise di nuovo sulle spalle di lei il braccio che era stato respinto, ma stavolta con quel linguaggio muto, che senza violenza e con più determinazione delle parole, annuncia che ogni resistenza ulteriore è inutile. Gerda sentiva su di sé, già lungo la schiena, gli effetti della mascolinità che quel braccio sprigionava; aveva abbassato la testa e si guardava ostinatamente in grembo, come se tenesse raccolti lì nel suo grembiule, i pensieri grazie ai quali voleva “incontrare Ulrich da essere umano”, prima che accadesse quello che ne sarebbe stato il coronamento; ma aveva l’impressione che il suo viso diventasse sempre più stupido e vuoto, e alla fine si sollevò come un guscio vuoto e rimase con gli occhi negli occhi del seduttore.
Lui si chinò e coprì il suo viso di baci spietati, che smuovevano la carne. Gerda si alzò in piedi priva di volontà e si lasciò condurre. Erano circa dieci passi quelli da compiere per raggiungere la camera da letto di Ulrich, e la ragazza si appoggiava come un malato o un ferito grave. I piedi avanzavano come estranei uno rispetto all’altro, sebbene lei non si lasciasse trascinare, ma camminasse di sua volontà. Un tale vuoto, nonostante l’eccitazione, non lo aveva mai provato; le sembrava di non avere più neppure una goccia di sangue nelle vene, era di ghiaccio, passò davanti a uno specchio dal quale la sua immagine sembrava riflettersi da molto lontano, eppure notò che il suo viso era rosso rame cosparso di chiazze bianche. E improvvisamente così come in un incidente lo sguardo è dotato spesso di un’eccezionale sensibilità, in grado di cogliere tutto contemporaneamente, Gerda vide intorno a sé la camera da letto maschile in tutti i suoi particolari e con la porta ormai chiusa. Pensò che con un po’ di astuzia e di calcolo magari vi sarebbe potuta entrare come moglie; ciò l’avrebbe resa molto felice, ma cercò le parole per dire che non voleva vantaggi, solo donarsi; e non trovandole disse tra sé: “Così dev’essere!”, e si aprì il colletto del vestito.
Ulrich l’aveva lasciata andare; non si decideva a offrirle la tenera assistenza dell’amore nello spogliarsi; stava da un lato e si strappò di dosso i vestiti. Gerda intravide il corpo energico e slanciato dell’uomo nel suo equilibrio di forza e bellezza. Spaventata si accorse che la pelle d’oca le si diffondeva per tutto il corpo, malgrado fosse ancora in sottoveste. Di nuovo cercò parole che le venissero in aiuto; era in condizioni pietose! Quello che voleva dire avrebbe dovuto rendere Ulrich il suo amante in un modo che lei semplicemente vagheggiava, un dissolvimento infinitamente dolce, per giungere al quale non bisognava fare proprio nulla di ciò che lei stava per fare. Era tanto meraviglioso quanto confuso. Si vide per un attimo con lui in un gigantesco campo di candele che erano piantate in terra come file di viole del pensiero, e bastava un cenno perché si accendessero ai loro piedi. Ma poiché non riusciva a pronunciare una parola, si sentiva terribilmente brutta e misera, le tremavano le braccia, non era in grado di spogliarsi completamente, e le sue labbra esangui si chiusero per non lasciare sfuggire balbettii sinistri e incomprensibili.
Allora Ulrich che aveva notato il suo tormento e resosi conto del pericolo che dopo tante fatiche la cosa finisse in un nulla di fatto, le si avvicinò e le sciolse la spallina. Gerda si infilò nel letto come un bambino. Ulrich vide per un istante il movimento di un giovane corpo nudo; aveva a che fare con l’amore con più del luccichio di un pesce. Pensò che Gerda avesse deciso di lasciarsi alle spalle il più rapidamente possibile un evento ormai inevitabile, e mai gli era stato così chiaro come nel momento in cui la seguiva che l’appassionata penetrazione del corpo di un’altra persona sia il proseguimento dell’amore infantile per i nascondigli segreti e illeciti. Le sue mani si posarono sulla pelle della ragazza, ancora ruvida per la paura, e lui stesso ne fu spaventato piuttosto che attratto. Non desiderava quel corpo, in parte già flaccido e in parte ancora immaturo; quello che stava facendo gli sembrava completamente privo di senso, più di ogni altra cosa avrebbe voluto fuggire da quel letto, e per impedirsi la fuga dovette ricorrere a tutti i pensieri adatti alla situazione. E accadde dunque che con furia disperata cercasse di convincersi di tutti i motivi che vengono addotti in genere per comportarsi senza serietà, senza fede, senza rispetto e senza soddisfazione; e nell’arrendevolezza con cui si abbandonava trovò, se non l’emozione dell’amore, almeno un’emozione mezza folle che poteva far pensare a un massacro, a un delitto sessuale, o se esiste a un suicidio sessuale, ed era dovuta a quei demoni del vuoto che si nascondono dietro tutte le immagini della vita.
Quella situazione gli fece venire in mente d’un tratto, per un legame oscuro, la rissa notturna con i malviventi, e stavolta voleva essere più svelto, ma nello stesso momento accadde qualcosa di terribile. Gerda aveva trasformato in volontà tutto quello che riusciva a trovare dentro di sé e l’aveva usato per soffocare la vergognosa paura che la dominava; le sembrava che stessero per giustiziarla, e nell’istante in cui percepì che Ulrich le era accanto in quell’inusuale nudità e la sfiorava con le mani, il suo corpo sprigionò con violenza tutta la volontà che lei aveva raccolto. In qualche profondo anfratto del suo cuore continuava a provare un affetto inesprimibile, un desiderio tenero e fremente di abbracciare Ulrich, di baciargli i capelli, di seguirne la voce con le labbra, e le sembrava che se avesse toccato il suo vero essere si sarebbe sciolta come un po’ di neve in una mano calda; ma quello era un Ulrich che, vestito come sempre, si muoveva negli ambienti familiari della casa paterna, e non quest’uomo nudo di cui lei intuiva l’ostilità e che non prendeva sul serio il suo sacrificio, sebbene le impedisse di tornare in sé. E improvvisamente Gerda si rese conto che stava urlando. Come una piccola nuvola, come una bolla di sapone l’urlo rimase sospeso in aria, e altri lo seguirono. Erano urla sommesse, di petto, come se lei stesse lottando contro qualcosa, un gemito dal quale si staccavano e si arrotondavano i chiari suoni della i. Le sue labbra s’incurvavano frementi, bagnate come in una voluttà mortale; avrebbe voluto saltare, ma non riusciva a sollevarsi. Gli occhi non le ubbidivano e lanciavano segnali senza la sua autorizzazione. Gerda implorava pietà come fa un bambino che viene minacciato di un castigo o portato dal medico, e non riesce più a fare un passo perché si contorce ed è lacerato dalle urla. Aveva tirato su le mani fino al seno e minacciava Ulrich con le unghie, mentre chiudeva in modo convulso le lunghe cosce. Questa ribellione del corpo contro di lei era orribile. Aveva la netta sensazione di trovarsi a teatro, ma mentre sedeva sola e abbandonata nella platea buia, non poteva impedire che tra le urla si recitasse impetuosamente il suo destino, anzi involontariamente recitava pure lei.
Ulrich fissava con orrore le piccole pupille negli occhi velati da cui lo sguardo fuoriusciva stranamente rigido, e osservava stupito gli strani movimenti nei quali s’incrociavano in modo indefinibile desiderio e divieto, anima e senz’anima. Il suo occhio ricevette l’impressione fuggevole della pallida pelle bionda con la peluria nera che, là dove s’infoltiva in ampie superfici tendeva al rosso. Lentamente si era reso conto che si trattava di una crisi isterica, ma non sapeva cosa dovesse fare. Aveva paura che quelle urla terribilmente penose potessero diventare ancora più acute. Si ricordò che un’invettiva violenta, sarebbe stata in grado di fermare una tale crisi, o forse anche uno schiaffo improvviso. C’era una parte inafferrabile di evitabilità in quella terribile situazione, e questo lo portò a riflettere che probabilmente un uomo più giovane avrebbe tentato di forzare Gerda. “Forse così se ne verrebbe fuori”, pensò. “Forse non bisognerebbe dargliela vinta a questa stupida oca dopo che si è spinta fino a questo punto!”. Non fece nulla di tutto questo, ma quai pensieri stizziti lo tormentavano perché involontariamente continuava a sussurrare a Gerda parole di conforto, prometteva che non le avrebbe fatto nulla, le spiegava che non era ancora successo niente, le chiedeva scusa, e quella confusione di parole ammucchiate nell’orrore gli sembrava così ridicola e avvilente che dovette resistere alla tentazione d’imbracciare i cuscini e soffocare quella bocca che non smetteva di emettere suoni.
Ma poi l’attacco terminò da solo e il corpo si calmò. Gli occhi della ragazza si inumidirono, Gerda si mise a sedere sul letto, i piccoli seni pendevano scarni sul corpo non ancora sotto il dominio della coscienza, e tirando un sospiro di sollievo Ulrich sentì ancora tutta la repulsione per la disumanità, la mera corporeità dell’esperienza che aveva dovuto affrontare. Quindi Gerda recuperò a poco a poco un normale stato di coscienza; qualcosa si aprì nel suo sguardo, come chi ha appena aperto gli occhi senza essere completamente sveglio; ancora per un secondo guardò fisso davanti a sé senza capire, poi si rese conto di essere lì tutta nuda, guardò Ulrich, e il sangue riprese a fluire a ondate sul viso. Ulrich non seppe fare di meglio che ripeterle ancora una volta quello che le aveva già sussurrato; le mise un braccio intorno alle spalle, se la strinse al petto per consolarla e la pregò di dimenticare l’accaduto. Ora Gerda si trovava di nuovo nella condizione che aveva preceduto la crisi, ma tutto le sembrava singolarmente smorto e abbandonato; il letto sfatto, il suo corpo nudo tra le braccia di un uomo che le parlava sottovoce appassionato, e i sentimenti che l’avevano condotta lì: sapeva bene cosa significasse, ma sapeva anche che nel frattempo era accaduto qualcosa di terribile, di cui adesso le restava solo un ricordo attenuato e restio, e sebbene non le sfuggisse che ora la voce di Ulrich aveva un suono più affettuoso, lo ricollegò al fatto che ormai lei era una malata per lui, e pensò che era stato lui a farla ammalare, ma tutto le sembrava indifferente e non aveva altro desiderio che andarsene da lì senza dover dire una sola parola. Abbassò il capo e allontanò Ulrich, cercò a tastoni la camicia e se la infilò dalla testa come un bambino o come una persona a cui non importi più nulla di sé. Ulrich l’aiutò. Le infilò persino le calze, e anche lui ebbe l’impressione di vestire un bambino. Gerda vacillò, trovandosi di nuovo in piedi. Il ricordo le diceva con quali sentimenti aveva lasciato la casa paterna in cui ora stava per tornare. Sentiva di non aver superato la prova ed era profondamente infelice e si vergognava. Non rispose nulla a tutto ciò che Ulrich le diceva. Da una distanza remota dal presente le giunse il ricordo che lui una volta aveva detto per scherzo di sé che la solitudine lo portava a commettere eccessi. Non era arrabbiata con lui. Solo non voleva più ascoltare quello che diceva. Ulrich si offrì di andare a chiamare una vettura, lei si limitò a scuotere il capo, indossò il cappello sulla testa spettinata e se ne andò senza guardarlo. Come la vide andar via, rimase lì con il velo di lei in mano e si sentì come un ragazzino; non avrebbe dovuto lasciarla andare in quello stato, ma non gli veniva in mente nulla con cui poterla trattenere, e siccome aveva dovuto aiutarla, lui stesso era vestito solo a metà, il che dava un aspetto incompiuto anche alla gravità di cui adesso si sentiva pervaso, come se dovesse rivestirsi completamente per poter decidere cosa fare della propria persona (686-690).

Gerda di fatto svanisce dal romanzo, complice l’apparizione – epifanica, nel senso dantesco del termine – di Agathe. La ritroviamo nell’ultimo, grande e fallimentare Concilio dell’Azione parallela in casa di Diotima. Leo Fischel comunica ad Ulrich che sua figlia e Hans Sepp sono quasi fidanzati ufficialmente: «Hans Sepp ha superato l’esame di Stato […]. Che dire? Ora gli manca un solo esame per essere dottore! Siamo tutti seduti laggiù in un angolo […]. Conosciamo troppe poche persone qui. A proposito è da tempo che non la si vede più da noi. Il suo signor padre, vero? Hans Sepp ci ha procurato l’invito per la serata, mia moglie lo voleva assolutamente: il ragazzo è piuttosto sveglio in queste cose. Adesso sono quasi fidanzati ufficialmente, lui e Gerda» (1095). D’accordo, Sepp sarà pure un antisemita, ma è quasi dottore e sa muoversi nell’alta società! Leo Fischel non può desiderare di meglio per la sua nervosa e anemica figliuola.

Ulrich, dopo l’imbarazzante crisi di nervi, non ha più visto Gerda. La rivede ora, e le seguenti righe sanciscono la fine della relazione: «La vide già da lontano, seduta con le spalle al muro, vicino alla madre che si guardava attorno impettita, e a Hans Sepp in piedi dall’altro lato, irrequieto e arrogante. Dopo quell’ultimo infelice incontro con Ulrich era ancora dimagrita e quanto più si avvicinava tanto più la sua testa disadorna, priva di qualunque fascino, ma in qualche modo proprio per questo più fatalmente attraente, si stagliava con le sue spalle esili sullo sfondo della sala. Quando vide Ulrich le guance le divennero di colpo rosse e poi subito dopo ancora più intensamente pallide, e lei fece un movimento involontario col busto, come chi sente una fitta al cuore e per qualche ragione non può portarsi le mani al petto. Gli venne in mente la scena in cui si era abbandonato brutalmente al vantaggio animale di poter eccitare il corpo di lei e aveva abusato della sua volontà. E ora quel corpo che vedeva sotto il vestito, era seduto su una sedia, riceveva dalla volontà offesa l’ordine di tenere un contegno fiero, e intanto tremava. Gerda non era arrabbiata con lui, questo Ulrich lo vedeva, ma pretendeva a tutti i costi di “aver chiuso” con lui. Rallentò il passo in modo impercettibile per assaporare il più a lungo possibile tutto ciò, e il suo temporeggiare voluttuoso sembrava rispecchiare il rapporto tra quei due esseri che non erano mai riusciti veramente a trovarsi» (1101).

Tra tutte le donne dell’Uomo senza qualità, Gerda è forse la più umana, la più comunemente umana, nel suo conflitto con i genitori, che la porta a rivolgersi senza convinzione ad un energumeno come Hans Sepp, e nel suo amore sfortunato per Ulrich, destinato a restare per sempre inesausto.

NOTE

[1] Le donne dell’Uomo senza qualità: la «grande e marmorea» Diotima, la «verginale ed eroica» Clarisse, l’indolente Agathe, la ninfomane Bonadea.

[2] Robert Musil, L’uomo senza qualità, traduzione di Irene Castiglia, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 244. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[3] Per un approfondimento sul protagonista del romanzo di Musil rimando agli articoli Ulrich, l’uomo senza qualità. Prima parteUlrich, l’uomo senza qualità. Seconda parte.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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