Quella signora è una ninfomane e io lo trovo irresistibile.

Bonadea non è certo Diotima [1], né Clarisse [2] e men che meno Agathe [3], ma all’interno del monumentale romanzo di Musil ricopre un ruolo particolarmente rilevante: è lei l’amante dell’uomo senza qualità. Bonadea, appellativo con cui veniva chiamata nel mondo romano la dea Fauna, è moglie e madre di due figli (la sola donna-madre tra tutte le donne dell’Uomo senza qualità, dato assai significativo). È proprio lei a soccorrere Ulrich [4[ dopo che questi è stato malmenato e derubato da tre uomini, e tra i due inizia subito una relazione. Ulrich è solamente l’ultimo di una lunga serie di adulteri di Bonadea, ma ogni relazione extraconiugale è vissuta dalla donna in modo tutt’altro che pacifico; è questa una sua cifra. Del resto, non si tratta affatto di una creatura lussuriosa, ma prepotentemente, invincibilmente sensuale: «Ciò che meglio soddisfaceva il suo bisogno di ideali era l’immagine di un’esistenza nobile e pacifica in una cerchia formata dai figli e dal marito, mentre molto più in basso fluttuava l’oscuro regno: “Non indurmi in tentazione”, e con i suoi fremiti sfumava quella sfavillante felicità riducendola al debole chiarore di una lampada. Aveva un solo difetto, quello di eccitarsi in modo straordinario alla vista di un uomo. Non era affatto lussuriosa; era sensuale, come altre persone soffrono di altri disturbi, per esempio sudano alle mani o cambiano facilmente colorito; era evidentemente una disposizione innata, e lei non poteva farci nulla. Avendo conosciuto Ulrich in circostanze così romanzesche da stimolare in modo straordinario la sua fantasia, fu dal primo istante la vittima predestinata di una passione che cominciò come compassione per mutarsi, dopo una lotta breve ma intensa, in qualcosa di inquietante e proibito, e proseguire in un gioco alternato di peccato e di rimorso» [5].

Bonadea si giustifica con se stessa, si assolve inventando «la favola che il marito nei primi anni di matrimonio l’aveva portata, ancora innocente, a quel deplorevole stato» (70). In realtà, quando la sensualità fa parte della natura, la più intima natura di una persona, l’innocenza svanisce presto, o forse addirittura non attecchisce e non attecchirà mai. In tali casi i buoni propositi, quando ci sono, restano sempre e solo propositi; si prova a resistere, compiendo una feroce violenza contro se stessi, e la coscienza è vittima di continui e turbolenti rivolgimenti: «La trasformazione della coscienza per l’ebrezza erotica alla quale gli altri non danno peso perché la considerano qualcosa di naturale, assumeva in lei, a causa della profondità e della rapidità dell’attacco e del pentimento che ne seguiva, un’intensità che la spaventava non appena rientrava nella quiete dell’ambiente domestico. Le sembrava allora di aver delirato. Quasi non osava posare gli occhi sui suoi figli, per paura di far loro del male con il suo sguardo corrotto. E trasaliva se il marito la guardava in modo affettuoso, e temeva il momento in cui si sarebbero trovati da soli» (301-302).

Ulrich è recalcitrante, dopo il primo, intenso impulso sessuale fugge da Bonadea, gli si rifiuta, e lei fantastica su una unione ideale con Diotima, di cui è gelosa perché può vedere Ulrich quotidianamente: «La grande e marmorea Diotima posava il suo braccio sulle tiepide spalle di Bonadea, piegate dal peccato; e Bonadea si riservava più o meno il ruolo di ungere quell’integro cuore celestiale con una goccia di caducità. Era questo il piano che aveva deciso di esporre all’amico perduto» (304). Bonadea chiede insistentemente ad Ulrich di essere introdotta nell’Azione parallela, ma il protagonista non accoglie la sua richiesta, e invece di sentimenti offre alla donna pensieri. Pensieri che, in una natura sensuale come Bonadea, si perdono nel vuoto.

Bonadea si aggrappa ad Ulrich, non può assolutamente permettere che un amante le sfugga così, senza il suo consenso – parlare di amore per una creatura carnale come lei è forse troppo -, ma «mom riusciva mai a esprimere con una grande idea, la grande emozione che provava alla presenza di un amante; ovviamente è purtroppo qualcosa di cui soffre la vita in genere, dove c’è molta emozione e poco senso, ma Bonadea non lo sapeva e si sforzava di formulare una qualche idea» (308-309). In casa di Ulrich, del suo «amico perduto», che la ubriaca di parole ma non ne asseconda le sensuali voglie – perché dopo il primo impatto ogni fascino è svanito per il protagonista -, Bonadea gioca l’ultima carta, il disperato stratagemma della pulce:

E all’improvviso ne balzò fuori un’illusione corporea, una pulce. Bonadea non sapeva se fosse realtà o immaginazione. Sentì un brivido nel cervello, un’impressione inattendibile, come se un’idea si fosse sciolta dall’informe legame con le altre, e malgrado ciò fosse solo fantasia; e al tempo stesso un brivido inequivocabile, assolutamente realistico, sulla pelle. Trattenne il fiato. Come quando qualcosa, tripp trapp, vien su per le scale, e tu sai che non c’è nessuno, eppure senti benissimo; tripp trapp. Come illuminata da un lampo, Bonadea capì che si trattava di un’appendice involontaria della scarpa perduta. Significava un espediente disperato per una signora. Eppure nell’istante stesso in cui voleva scacciare lo spiritello, sentì una puntura forte. Strillò con la voce rotta, le guance le si arrossirono e pretese che Ulrich l’aiutasse a cercare. Le pulci amano le stesse ragioni care agli amanti. La calza fu esaminata dall’inizio alla fine; la camicetta dovette essere aperta sul petto. Bonadea spiegò che l’aveva presa in tram o da Ulrich. Ma non ci fu modo di trovarla, e non aveva lasciato traccia.
«Non so che cosa fosse!», disse Bonadea.
Ulrich le sorrise in modo inaspettatamente affettuoso.
Allora Bonadea cominciò a piangere come una bambina che si è comportata male (309).

L’impossibilità di conoscere Diotima alimenta le fantasie di Bonadea sulla «grande e marmorea» signora, verso la quale prova ammirazione e, al tempo stesso, gelosia. Bonadea, davanti allo specchio, emula Diotima: «Al mattino, dopo che il marito era uscito di casa, momento atteso con ansia, molto spesso Bonadea si metteva davanti allo specchio come un uccello che si risistema le piume. Si legava, intrecciava e arricciava i capelli finché non assumevano una forma non lontana dal nodo greco di Diotima. Quindi li spazzolava e li pettinava per formare qualche ricciolino e sebbene l’insieme risultasse un po’ ridicolo, lei non lo notava, perché dallo specchio le sorrideva un’immagine che nel complesso ricordava lontanamente la Divina. La sicurezza e la bellezza di un essere che ammirava, e la sua felicità, salivano in lei allora in piccole onde tiepide e appena accennate di un’unione misteriosa, seppure ancora non del tutto compiuta, come quando si sta seduti in riva a un vasto mare e si mettono i piedi in acqua. Era un atteggiamento simile a un’adorazione religiosa – infatti fin dalle maschere degli dèi dentro le quali nelle epoche primitive l’uomo si infilava con tutto il corpo, fino alle cerimonie del mondo civile, questa gioia dell’imitazione devota che prende la carne non ha mai perso del tutto il suo significato! – tanto più potente in Bonadea, in quanto lei amava gli abiti e l’apparenza per una specie di coercizione interiore» (582-583).

Con un’ostinazione che in lei forse non ci si aspetterebbe, Bonadea riesce ad entrare in casa di Diotima, approfittando dell’assenza di Ulrich, allontanato da Vienna dalla morte del padre, di cui diviene addirittura l’allieva. Diotima, che nella terza ed ultima parte dell’Uomo senza qualità ha spostato l’attenzione dall’anima alla questione sessuale, indottrina la sua nuova conoscenza, volendola ricondurre sulla retta via. Bonadea, proprio come la sua maestra, crede che salvaguardare il proprio matrimonio sia un gesto molto più nobile di qualsiasi adulterio, e in fondo, scrive ironicamente il narratore, «non aveva mai pensato diversamente, aveva solo sempre agito diversamente» (960). Bonadea si dimostra un’allieva attenta e diligente, ripete con esattezza gli insegnamenti di Diotima, e per Diotima è più di un’allieva, è una «sorella traviata», la sua «protetta». Ma Bonadea cade, cade ancora una volta, e come dopo ogni caduta all’abbandono alla sensualità segue il proposito di redenzione, questa volta reso ancor più intenso e significativo dagli insegnamenti di Diotima: «Immersa in tali ricordi Bonadea giurò a se stessa di non lasciarsi mai più travolgere da una di quelle tempeste improvvise che mettono tutto sottosopra, e lo giurò con tale ardore da vedersi già – nel caso in cui fosse rimasta rigorosamente fedele ai suoi propositi – come l’amante spirituale e priva di caratteri corporei di quell’uomo meraviglioso che avrebbe scelto tra i corteggiatori della sua grande amica. Ma, siccome al momento era innegabile che lei si trovasse ancora poco vestita nel letto di Ulrich e che non voleva aprire gli occhi, quel sentimento pieno di volenterosa contrizione, invece di esserle ancora di conforto, si tramutò in una rabbia risentita e miserabile» (970).

Tra tutte le donne dell’Uomo senza qualità l’abbondante, procace Bonadea è senza dubbio la più femmina. La sensualità, profondamente radicata nella sua persona, la distingue da tutte le altre, avvicinandola al più grande personaggio femminile della letteratura del Novecento, Molly Bloom [6].

NOTE

[1] Le donne dell’Uomo senza qualità: la «grande e marmorea» Diotima.

[2] Le donne dell’Uomo senza qualità: la «verginale ed eroica» Clarisse.

[3] Le donne dell’Uomo senza qualità: l’indolente Agathe.

[4] Per un approfondimento sul protagonista del romanzo di Musil rimando agli articoli Ulrich, l’uomo senza qualità. Prima parte; Ulrich, l’uomo senza qualità. Seconda parte.

[5] Robert Musil, L’uomo senza qualità, traduzione di Irene Castiglia, Newton Compton editori, Roma 2013, p. 69. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[6] Per un approfondimento sul romanzo di Joyce rimando all’articolo L’Ulisse di Joyce:amor matris.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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