Fiamme scoppiettanti, laceranti
incendiano il vecchio mondo,
poeti crepuscolari!
Sull’orlo dell’abisso senza fondo
ove caddero ad uno ad uno infranti
i vecchi altari,
m’accomiato da voi! Rulla il tamburo!

Nino Oxilia, Il saluto ai poeti crepuscolari.

La vita

Nino Oxilia nasce a Torino il 13 novembre 1889. Inizia la carriera come giornalista, lavorando per riviste come “La Gazzetta di Torino” e “Momento”.

Studente presso l’Università di Torino, partecipa attivamente alla vita goliardica del tempo. In particolare, è un noto membro dell’A.T.U. (Associazione Torinese Universitaria) e della Gaja Brigata, dove inoltre riveste il ruolo di “cardinale” sotto il Pontifex Maximus Goliardorum Leo Torrero – futuro avvocato di spicco del capoluogo piemontese.

Oxilia pubblica nel 1909, presso l’editore Spezia di Torino, la prima raccolta di poesie, intitolata Canti brevi, con la quale si inserisce nel movimento crepuscolare. Raggiunge il meritato successo nel 1911, con la commedia Addio giovinezza!, scritta a quattro mani con Alessandro Camasio (1886-1913 giornalista, scrittore e regista). In quest’opera i due giovani autori prendono definitivamente le distanze dai miti romantici del passato, rappresentandoli in divertenti e patetiche scene che prendono spunto dalla vita goliardica della bohème torinese. Da Addio giovinezza! vengono tratte persino quattro pellicole cinematografiche, la prima delle quali girata proprio dal poeta.

Durante la Prima guerra mondiale, il 18 novembre 1917, a soli ventotto anni, Oxilia muore nell’eroica difesa del Monte Grappa, falciato da una granata.

L’anno successivo, viene pubblicata postuma la sua seconda raccolta poetica, intitolata Gli orti, dove avviene un distacco dal Crepuscolarismo. Da un lato, è presente una cauta adesione al Futurismo, dall’altro, si configura una presa di coscienza,  un’accettazione del nuovo presente, caratterizzato dal progresso e dalla tecnologia. Un presente raffigurato a tratti da quel mito della macchina tanto caro ai poeti futuristi, a tratti dalla  moderna realtà cittadina in cui spicca chiaramente l’influsso della Parigi budelairiana.

La poetica

Nella raccolta Canti brevi (1909), il poeta torinese abbraccia in toto la poetica crepuscolare, concentrandosi su quella nostalgia, e su quel sentimentalismo tipici dei vari Corazzini, Gozzano, Moretti dei quali abbiamo parlato nelle precedenti pubblicazioni. Ben presto però, Oxilia prende le distanze da questa visione melanconica peculiare della poesia crepuscolare, rivolgendosi al movimento futurista. Ed è su questo trapasso fondamentale che ci concentriamo in questo articolo. In questo senso, vi proponiamo la composizione Il saluto ai poeti crepuscolari, contenuta nella raccolta Gli orti (1918), che rappresenta proprio la massima espressione del mutamento poetico di Oxilia. Qui egli espone il suo distacco dagli autori crepuscolari, compagni di un tempo, troppo radicati in quell’idea immobile, grigia, mesta, quasi artefatta di passato. Quello crepuscolare è un presente rivolto all’indietro, mentre il presente oxiano è un presente dinamico, aperto, proiettato al futuro.

Nei versi della poesia Il saluto ai poeti crepuscolari, Oxilia traccia un bilancio del Crepuscolarismo. Un bilancio critico, a tratti duro, che evidenzia quanto il poeta torinese non appartenga più a quella corrente, quanto egli sia andato oltre. Oltre il tramonto, oltre quella luce sommessa e soffusa, rosastra e carica di silenzi, di sussurri, di sospiri. Oxilia è giunto alle porte della notte, vi è entrato. Qui egli ha scrutato il mondo, la luna, le stelle, le tenebre più fitte, per poi riuscire durante l’alba. Evidentemente, se Oxilia è riuscito in questo trapasso lo deve soprattutto ai suoi vecchi compagni, i poeti crepuscolari, verso i quali sarà sempre grato.

Il saluto ai poeti crepuscolari

Ma voi non vedeste la vampa
sul mondo, nè potrete
la vita futura cantare.
Cadeste sul limitare
del Tempo; moriste di sete
lasciando alla stampa
un breve sorriso di morte:
la vostra sorte
fu quella dell’onda che sciacqua
lieve lieve sulla sabbia,
non quella dell’ondata che si squassa
sugli scogli con impeti di rabbia;
foste la nuvola che passa;
il vostro nome fu scritto sull’acqua…

E tu cantavi la provincia,
le tragedie dei burattini,
il suono dell’Avemaria;
cantavi le domeniche
piene di sole e di malinconia
e aspettavi di morire,
Sergio Corazzini!
Io sognavo di cantare
la corsa in un mondo
più vasto; in un ciel più profondo,
dentro a un più profondo mare
la corsa vertiginosa:
volgevo la testa e senza posa
vedevo i tuoi burattini
ballare, gestire, manine, piedini,
al ritmo del tuo cuore stanco…
Poi sei morto. Ed io ti canto,
sepolto tra le rose
del camposanto,
poeta delle piccole cose,
mentre rulla il tamburo…

Domani le piccole cose
saranno per sempre sepolte
e la provincia domenicale
non avrà che il tuo tumulo a guanciale.
Le molte
provincie diverranno un regno senza
gli inutili tuoi re di cartapesta
con la corona in testa…
Tutto il mondo sarà
repubblica di scienza,
terra di libertà
dove l’ingegno governa,
e la conquista moderna
e le invenzioni
faran più svelti roteare i mondi
tra le costellazioni;
trascineranno gli uomini
con gesti isterici
e volti cadaverici
sotto le lampade…

E tu cantavi il passato, Guido Gustavo Gozzano!
Il gioco del volano cantavi e il divano tarlato;
cantavi soave, in sordina, i daggherrotipi, le essenze
di rosa, le diligenze; cantavi la crinolina…
Io sognavo di cantare il presente
vertiginoso, le macchine
rotanti, i salvatacchi,
il marciapiede lucente;
volgevo la testa e udivo
il milleottocentosessanta
suonare la gavotta sul pianoforte a coda
con l’aria di chi goda se qualche corda è rotta…
Avrei dato tutto Grimm,
il tuo Grimm falso e tarlato,
per un tango chez Maxim…
Poi sei morto: Ed io ti canto,
poeta del passato,
mentre rulla il tamburo…

Morto è il Passato, poeta!
…Domani passeran fischiando treni
per le ville languidette
del tuo sogno vestito d’ombra e niente:
morto è il Passato e con le baionette
stiamo uccidendo il Presente
per mettere in trono il Futuro…

…Ma tu, Sandro, tu
non cantavi che l’amore
e non usavi rime; amore, amore,
che dà baci e figli…
Oh! quel profumo di tigli
laggiù
nei viali del Valentino!
Oh! i baci nella nebbia del mattino,
gustosi come frutta! Oh! i baci presi
e dati e trascinati per i colli
torinesi!
Ricordo le sere, le folli
chimere, le angosce divine,
i circoli delle sartine,
il cake-walk…
Oh! giovanile certezza
di gloria! O del futuro
smanioso brivido santo!
Ma sei morto. Ed io ti canto,
poeta della giovinezza,
mentre rulla il tamburo…

Domani le piccole cose
dormiranno sepolte fra le rose,
domani il passato
sarà dimenticato,
ma l’amore, l’amore
rifiorirà nel cuore
dopo
tanto odio senza scopo,
riaprendo a fior d’acqua l’occhio puro…

Fiamme scoppiettanti, laceranti
incendiano il vecchio mondo,
poeti crepuscolari!
Sull’orlo dell’abisso senza fondo
ove caddero ad uno ad uno infranti
i vecchi altari,
m’accomiato da voi! Rulla il tamburo!

N. Oxilia, Poesie, a cura di R. Tessari, Guida, Napoli 1973.

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