La poesia è sentirsi morire.

F. M. Martini, Si sbarca a New York, 1930.

La vita

Fausto Maria Martini nasce a Roma il 14 aprile 1886. Consegue la maturità classica nel collegio Nazareno della capitale, quindi si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma, senza tuttavia riuscire mai a raggiungere la laurea.

Tra il 1903 ed il 1904, insieme ad altre personalità del calibro di Corrado Govoni, Alberto Tarchiani, Alberto Calza Bini, fa parte di quel gruppo di intellettuali crepuscolari sorto attorno alla figura lucente di Sergio Corazzini (1886-1907). Nel 1905 è tra i fondatori della rivista letteraria ed artistica Cronache latine.

Tra il 1906 ed il 1910 pubblica le sue prime raccolte poetiche: Le piccole morte (Torino 1906), Panem nostrum (Roma 1907), Poesie provinciali (Napoli 1910).

Dopo la morte di Corazzini, avvenuta il 17 giugno 1907, Martini, accompagnato dai suoi due amici e colleghi più stretti, Tarchiani e Calza Bini, decide di partire per gli Stati Uniti, a bordo di un vapore spagnolo. Testimonianza di questo viaggio avventuroso, il suo romanzo più celebre, Si sbarca a New York (1930).

Rientrato in Italia nel 1908, gli anni successivi sono caratterizzati da una prima fase di assoluto isolamento – trascorre un intero anno in un convento di frati cappuccini nei pressi di Cittaducale -, e da un successivo periodo di intensa attività teatrale.

Nel 1915 parte volontario per il fronte. Viene ferito due volte. A causa delle lesioni riportate è costretto a trascorrere ben tre anni di erranza tra gli ospedali della penisola. Tre anni in cui sospende necessariamente l’attività giornalistica e quella teatrale, ma non quella letteraria. Produce molti componimenti poetici, inediti fino al 1969, ed il dramma Ridi pagliaccio!, grazie al quale ottiene un grande successo. Durante questo periodo di convalescenza sposa Emma Angelini Paroli, appartenente ad una nobile famiglia perugina, dalla quale ha una figlia, Elena.

Nel 1920 riprende l’attività giornalistica, successivamente, nel decennio che va dal 1921 al 1931, si dedica in particolar modo alla critica teatrale, alla narrativa ed alla produzione commediografa.

Muore a Roma il 12 aprile 1931, all’età di quarantacinque anni.

La poetica

L’esordio poetico di Fausto Maria Martini avviene nel 1906, con la pubblicazione della raccolta di versi Le piccole morte. L’opera è contraddistinta da un’adesione pressoché totale alle poetiche di Carducci e di Pascoli.

La tendenza del poeta muta già con la raccolta successiva, pubblicata nel 1907, ed intitolata Panem nostrum. Nelle composizioni contenute in essa, emerge il Martini dannunziano, che volge lo sguardo ed attinge parecchio dal Poema paradisiaco (1893). Tuttavia in quest’opera emerge abbastanza chiaramente la sua futura tendenza crepuscolare.

Tendenza che si manifesta evidentemente, ed in tutta la sua potente melanconia, nella raccolta Poesie provinciali, del 1910. Il cenacolo formatosi a Roma attorno alla figura di Sergio Corazzini, del quale Martini era uno degli esponenti di maggior spicco, prende vita in queste pagine, circondato da straordinarie e sommesse atmosfere idillico-elegiache tipicamente vespertine. Il poeta è preso alla gola da un’ansia spirituale la cui ombra si allunga in molti versi. Tale apprensione “mistica” si risolve in un’inclinazione alla religiosità, inclinazione, a dir la verità, non troppo decisa che spesso sfocia nel conflitto tra sacro e profano.

La mestizia, la sofferenza, l’incapacità di vivere pienamente, la voglia di amare donne vitree, porcellanee, labili e fugaci. Sono queste le sensazioni che animano, frustrano, inabissano l’Io martiniano.

Alcune poesie

QUANDO VENISTI

Ricordo la domenica lontana,
quando venisti… Stava addormentato
nel sole, un mendicante, sul sagrato
della chiesa e dormiva la campana…

Dormiva nella cella solitaria,
in alto, in alto, quasi oltre la vita,
quella che a l’alba sveglia la sopita
gente e nel vespro s’ubriaca d’aria.

Tu passasti e la chiesa non s’avvide
di te che le somigli: una sorella
piena di canti anch’essa e poverella,
che a volte piange e molto più sorride…

Le somigli nei giorni di lavoro,
e di festa, quand’ella s’inghirlanda,
ché allora porti odore di lavanda,
e metti in capo un pettinino d’oro…

Oggi, poiché ho seguito le tue strade,
e m’hai smagato dalla nostra chiesa,
a te porgo la mia lampada accesa,
e il cuor d’argento con le sette spade!…

***

ANNIVERSARIO

Sette d’Aprile! Giorno di partenza,
mattino desolato e pien di sole,
con ripetuti addii senza parole
eppoi la lunga mia convalescenza!
Malato ero di te! Che brutto male!
Per consolare l’ultima mia sera
suonasti al pianoforte una preghiera
del Gounod…E suonasti quasi male!
Ma non eri commossa come me!
Oggi, non t’amo più, nè, certo, m’ami
tu, che nelle tue lettere, non chiami
il cittadino al tuo paese, a te…
Pur son rimaste dentro il cuore l’onde
dè tuoi canti, e i ricordi offusca il velo
del tempo…”Quante stelle stanno in cielo
tanti baci vò dar!” Notti gioconde!
Notti di stelle, quando il timo odora,
e si va stretti, perchè un poco fa
freddo, e se l’uno canta, egli ben sa
che il viso dell’amante trascolora…
Bambina bionda” cantano per via,
e si va stretti perchè s’ha paura
d’ogni ombra incerta nella massa scura.
Come farò a salvar l’anima mia?
L’anima mia somiglia, vedi, al coro
d’una chiesetta, che, se pure tace,
piena è di canti in sua mistica pace,
e sta Maria sopra uno sfondo d’oro!
Ma, non ch’io t’ami! Pure, se potessi,
mi sarebbe assai caro ritornare
al tuo paese, forse, per parlare
di cose serie prima che ridessi…
Chè, se tu ne ridessi, ecco, a ginocchi
ti pregherei per una gioia breve:
solo per darci un bacio così lieve
come fanno le palpebre con gli occhi…

***

DORME

Annie dorme: un chiaror discreto
avvolge come in un segreto
la bruna testa, china giù
sullo scrittoio d’acajù.

Nell’ombra, un suo braccio scoperto
ancora tocca un libro aperto:
intorno a quella nudità
rosea, trema l’oscurità…

Annie, per quale lontananza
la dolce anima tua s’avanza,
mentre riposi, china giù
sullo scrittoio d’acajù?

***

SAN SABA

per Sergio Corazzini

Sergio, e dicevi: «Ella ti vuole morto,
ti stringe ella in un suo gorgo soave…
tu non potrai, fratello, nel risorto
giorno, gridare al sol nascente l’Ave…»

Sergio, dicevi… Or io, nella pazzia
notturna, scaccio la mia mamma santa
come un’immonda… perché non imprechi,
gonfia di mute lagrime, la mia
mamma si parte. Solo con l’affranta
anima, resto: ed ecco, in fondo ai biechi
cipressi brancolanti come ciechi,
tempio al suicida, con le cave grotte
d’ombra, San Saba, immensa nella notte….

Sergio, e dicevi: «Ella ti vuole morto… »

***

AL MIO MEDICO

Al mio medico
Tu, medico, non sai
di quale male io soffra:
né, t’offra il polso o t’offra
il petto, lo saprai.

Non hai stromento adatto
per misurare il male:
è un male eterno, eguale,
è un po’ un male da matto.

Non microbo o veleno
che m’abbian tocco il sangue:
la mia faccia non langue,
il mio respiro è pieno.

Prigione senza uscita,
deserto senza via
è questa malattia.
O medico, ho la vita…

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

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