Rampollo di un’antica famiglia fiorentina impegnata da sempre nella sfera finanziaria e mercantile, Franco Sacchetti (1332-1400) fu mercante e importante uomo politico, a cui il Comune di Firenze affidò numerosi incarichi diplomatici. A livello letterario, fu autore della raccolta di novelle più importante dopo il Decameron di Boccaccio, il Trecentonovelle. Tra le due opere corrono sostanziali differenze: Sacchetti non ricorre all’artificio della cornice, entro la quale disporre le varie novelle, che si susseguono del tutto indipendentemente, senza fare riferimento ad un disegno complessivo che le coordini e le orchestri. Sin dal Proemio l’autore-narratore dichiara la propria volontà di intervenire nei racconti, di imporre la propria presenza – talvolta fisica, come vedremo -, soprattutto in conclusione delle novelle, in cui dalla vicenda si ricava sempre una morale. Una morale spicciola, che non assume la gravità del censore super partes, ma la levità del mercante borghese che ha il solo scopo di strappare un sorriso – riuscendoci sempre – al lettore.

La scrittura di Sacchetti si caratterizza per la forte componente realistica, che trova espressione in un linguaggio schietto e vivace, che ricorre sistematicamente alle forme “irregolari” del parlato, come emerge soprattutto dai dialoghi tra i personaggi delle varie novelle. È quanto affiora ad esempio dalla divertente novella Gli ambasciatori del Casentino.

«Se lo passato ambasciadore ampliava il suo dire, o la sua rettorica per bere il vino, in questa mostrerrò come due ambasciadori per lo bere d’un buon vino, come che non fossono di gran memoria, ma quella cotanta che aveano quasi perderono.
Quando il vescovo Guido signoreggiava Arezzo, si creò per li Comuni di Casentino due ambasciadori, per mandare a lui addomandando certe cose. Ed essendo fatta loro la commessione di quello che aveano a narrare, una sera al tardi ebbono il comandamento di essere mossi la mattina. Di che tornati la sera a casa loro, acconciarono loro bisacce, e la mattina si mossono per andare al loro viaggio imposto. Ed essendo camminati parecchie miglia, disse l’uno all’altro:
– Hai tu a mente la commessione che ci fu fatta?
Rispose l’altro che non gliene ricordava.
Disse l’altro:
– O io stava a tua fidanza.
E quelli rispose:
– E io stava alla tua.
L’un guata l’altro, dicendo:
– Noi abbiàn pur ben fatto! O come faremo?
Dice l’uno:
– Or ecco, noi saremo tosto a desinare all’albergo, e là ci ristrigneremo insieme, non potrà essere che non ci torni la memoria.
Disse l’altro:
– Ben di’ -; e cavalcando e trasognando pervennono a terza all’albergo dove doveano desinare, e pensando e ripensando, insino che furono per andare a tavola, giammai non se ne poterono ricordare.
Andati a desinare, essendo a mensa, fu dato loro d’uno finissimo vino. Gli ambasciadori, a cui piacea piú il vino che avere tenuta a mente la commessione, si comincia ad attaccare al vetro; e béi e ribei, cionca e ricionca, quando ebbono desinato, non che si ricordassino della loro ambasciata ma e’ non sapeano dove si fossono, e andarono a dormire. Dormito che ebbono una pezza, si destaron tutti intronati. Disse l’uno all’altro:
– Ricorditi tu ancora del fatto nostro?
Disse l’altro:
– Non so io; a me ricorda che ’l vino dell’oste è il migliore vino che io beessi mai; e poi ch’io desinai, non mi sono mai risentito, se non ora; e ora appena so dove io mi sia.
Disse l’altro:
– Altrettale te la dico; ben, come faremo? che diremo?
Brievemente disse l’uno:
– Stiànci qui tutto dí oggi; e istanotte (ché sai che la notte assottiglia il pensiero) non potrà essere che non ce ne ricordi.
E accordaronsi a questo; e ivi stettono tutto quel giorno, ritrovandosi spesso co’ loro pensieri nella Torre a Vinacciano. La sera essendo a cena e adoperandosi piú il vetro che ’l legname, cenato che ebbono, appena intendea l’uno l’altro. Andaronsi al letto, e tutta notte russorono come porci. La mattina levatisi, disse l’uno:
– Che faremo?
Rispose l’altro:
– Mal che Dio ci dia, ché poi che istanotte non m’è ricordato d’alcuna cosa, non penso me ne ricordi mai.
Disse l’altro:
– Alle guagnele, che noi bene stiamo, che io non so quello che si sia, o se fosse quel vino, o altro, che mai non dormi’ cosí fiso, sanza potermi mai destare, come io ho dormito istanotte in questo albergo.
– Che diavol vuol dir questo? – disse l’altro. –
Saliamo a cavallo, e andiamo con Dio; forse tra via pur ce ne ricorderemo.
E cosí si partirono, dicendo per la via spesso l’uno all’altro:
– Ricorditi tu?
E l’altro dice:
– No, io.
– Né io.
Giunsono a questo modo in Arezzo, e andorono all’albergo; dove spesso tirandosi da parte, con le mani alle gote, in una camera, non poterono mai ricordarsene. Dice l’uno, quasi alla disperata:
– Andiamo, Dio ci aiuti.
Dice l’altro:
– O che diremo, che non sappiamo che?
Rispose quelli:
– Qui non dee rimanere la cosa.
Misonsi alla ventura, e andorono al vescovo; e giugnendo dove era, feciono la reverenzia, e in quella si stavano senza venire ad altro. Il vescovo, come uomo che era da molto, si levò e andò verso costoro, e pigliandoli per la mano, disse:
– Voi siate li ben venuti, figliuoli miei; che novelle avete voi?
L’uno guata l’altro:
– Di’ tu.
– Di’ tu.
E nessuno dicea. Alla fine disse l’uno:
– Messer lo vescovo, noi siamo mandati ambasciadori dinanzi alla vostra signoria da quelli vostri servidori di Casentino, ed eglino che ci mandano, e noi che siamo mandati, siamo uomeni assai materiali; e ci feciono la commessione da sera in fretta; come che la cosa sia, o e’ non ce la seppono dire, o noi non l’abbiamo saputa intendere. Preghianvi teneramente che quelli Comuni e uomeni vi siano raccomandati, che morti siano egli a ghiadi che ci mandorono, e noi che ci venimmo.
Il vescovo saggio mise loro la mano in su le spalle, e disse:
– Or andate, e dite a quelli miei figliuoli, che ogni cosa che mi sia possibile nel loro bene, sempre intendo di fare. E perché da quinci innanzi non si diano spesa in mandare ambasciadori, ognora che vogliono alcuna cosa, mi scrivino, e io per lettera risponderò loro.
E cosí pigliando commiato, si partirono.
Ed essendo nel cammino, disse l’uno all’altro:
– Guardiamo che e’ non c’intervenga al tornare, come all’andare.
Disse l’altro:
– O che abbiamo noi a tenere a mente?
Disse l’altro:
– E però si vuol pensare, però che noi averemo a dire quello che noi esponemmo, e quello che ci fu risposto. Però che s’e’ nostri di Casentino sapessono come dimenticammo la loro commessione, e tornassimo dinanzi da loro come smemorati, non che ci mandassono mai per ambasciadori, ma mai offizio non ci darebbono.
Disse l’altro, che era piú malizioso:
– Lascia questo pensiero a me. Io dirò che sposto che avemo l’ambasciata dinanzi al vescovo, che egli graziosamente in tutto e per tutto s’offerse essere sempre presto a ogni loro bene, e per maggiore amore disse che per meno spesa ogni volta che avessono bisogno di lui, per loro pace e riposo scrivessero una semplice lettera, e lasciassono stare le ’mbasciate.
Disse l’altro:
– Tu hai ben pensato; cavalchiamo pur forte, che giunghiamo a buon’ora al vino che tu sai.
E cosí spronando, giunsono all’albergo, e giunto un fante loro alla staffa, non domandorono dell’oste, né come avea da desinare, ma alla prima parola domandorono quello che era di quel vino.
Disse il fante:
– Migliore che mai.
E quivi s’armorono la seconda volta non meno della prima, e innanzi che si partissono, però che molti muscioni erano del paese tratti, il vino venne al basso, e levossi la botte. Gli ambasciadori dolenti di ciò la levorono anco ellino, e giunsono a chi gli avea mandati, tenendo meglio a mente la bugia che aveano composta che non feciono la verità di prima, dicendo che dinanzi al vescovo aveano fatto cosí bella aringhiera, e dando ad intendere che l’uno fosse stato Tulio e l’altro Quintiliano, e’ furono molto commendati, e da indi innanzi ebbono molti officii, che le piú volte erano o sindachi, o massai.
Oh quanto interviene spesso, e non pur de’ pari di questi omicciatti, ma de’ molto maggiori di loro, che sono tutto dí mandati per ambasciadori, che delle cose che avvengono hanno a fare quello che ’l Soldano in Francia; e scrivono e dicono che per dí e per notte mai non hanno posato, ma sempre con grande sollecitudine hanno adoperato, e tutta è stata loro fattura; che attagliono e intervengono, ed eglino seranno molte volte con quel sentimento che un ceppo; e fiano commendati da chi gli ha mandati, e premiati con grandissimi officii e con altri guiderdoni perché li piú si partono dal vero e spezialmente quando per essere loro creduto se ne veggiono seguire vantaggio».

Sopra ho accennato alla forte presenza dell’autore nella raccolta, presenza che talvolta si impone fisicamente, come nella novella Fazio da Pisa, dove Franco Sacchetti compare in veste di protagonista. Un racconto caratterizzato dalla forma immediata del botta e risposta, che impone un ritmo incalzante e vivace, e rappresenta il trionfo del pratico e arguto mercante sul «tralunato» Fazio che pretende di saper leggere il futuro e non ricorda cosa ha mangiato a colazione.

«Nella città di Genova io scrittore trovandomi già fa piú anni, essendo nella piazza de’ mercatanti in uno gran cerchio di molti savi uomeni d’ogni paese, tra’ quali era messer Giovanni dell’Agnello e alcuno suo consorto e alcuni Fiorentini confinati da Firenze, e Lucchesi che non poteano stare a Lucca, e alcuno Sanese che non potea stare in Siena e ancora v’era certi Genovesi; quivi si cominciò a ragionare di quelle cose che spesso vanamente pascono quelli che sono fuori di casa loro, cioè di novelle, di bugie e di speranza, e in fine di astrologia; della quale sí efficacemente parlava uno uscito di Pisa che avea nome Fazio, dicendo pur che per molti segni del cielo comprendea che chiunque era uscito di casa sua fra quello anno vi dovea tornare, allegando ancora che per profezia questo vedea; e io contradicendo che delle cose che doveano venire né elli né altri ne potea esser certo; ed elli contrastando, parendogli essere Alfonso o Tolomeo, deridendo verso me, come egli avesse innanzi ciò che dovea venire, e io del presente non vedesse alcuna cosa. Onde io gli dissi:
– Fazio, tu se’ grandissimo astronomaco, ma in presenza di costoro rispondimi a ragione: qual è piú agevole a sapere, o le cose passate o quelle che debbono venire?
Dice Fazio:
– O chi nol sa? ché bene è smemorato chi non sa le cose che ha veduto adrieto; ma quelle che debbono venire non si sanno cosí agevolmente.
E io dissi:
– Or veggiamo come tu sai le passate che sono cosí agevoli: Deh, dimmi quello che tu facesti in cotal dí, or fa un anno.
E Fazio pensa. E io seguo:
– Or dimmi quello che facesti or fa sei mesi.
E quelli smemora.
– Rechiànla a somma: Che tempo fu or fa tre mesi?
E quelli pensa e guata, come uno tralunato.
E io dico:
– Non guatare; ove fusti tu già fa due mesi a questa ora?
E quelli si viene avvolgendo.
E io il piglio per lo mantello e dico:
– Sta’ fermo, guardami un poco: Qual navilio ci giunse già fa un mese? e quale si partí?
Eccoti costui quasi un uomo balordo. E io allora dico:
– Che guati? mangiasti tu in casa tua o in casa altrui oggi fa quindici dí?
E quelli dice:
– Aspetta un poco.
E io dico: – Che aspetta? io non voglio aspettare: Che facevi tu oggi fa otto dí a quest’ora?
E quelli:
– Dammi un poco di rispitto.
E io dico:
– Che rispitto si de’ dare a chi sa ciò che dee venire? Che mangiasti tu il quarto dí passato?
E quelli dice:
– Io tel dirò.
– O che nol di’?
E quelli dicea:
– Tu hai gran fretta.
E io rispondea:
– Che fretta? di’ tosto, di’ tosto: Che mangiasti iermattina? o che nol di’?
E quelli quasi al tutto ammutolòe. Veggendolo cosí smarrito, e io il piglio per il mantello e dico:
– Diece per uno ti metto che tu non sai se tu se’ desto o se tu sogni.
E quelli allora risponde:
– Alle guagnele, che ben mi starei, se io non sapessi che io non dormo.
– E io ti dico che tu non lo sai e non lo potresti mai provare.
– Come no? o non so io che io son desto?
E io rispondo:
– Sí ti pare a te; e anche a colui che sogna par cosí.
– Or bene, – dice il Pisano, – tu hai troppi sillogismi per lo capo.
– Io non so che sillogismi: io ti dico le cose naturali e vere; ma tu vai drieto al vento di Mongibello; e io ti voglio domandare d’un’altra cosa: Mangiastú mai delle nespole?
E ’l Pisano dice:
– Sí mille volte.
– O tanto meglio! Quanti noccioli ha la nespola?
E quelli risponde:
– Non so io, ch’io non vi misi mai cura.
– E se questo non sai, ch’è sí grossa cosa, come saprai mai le cose del cielo? Or va’ piú oltre, – diss’io:
– Quant’anni se’ tu stato nella casa dove tu stai?
Colui disse:
– Sonvi stato sei anni e mesi.
– Quante volte hai salito e sceso la scala tua?
– Quando quattro, quando sei, e quando otto
– Or mi di’: Quanti scaglioni ha ella?
Dice il Pisano:
– Io te la do per vinta.
E io gli rispondo:
– Tu di’ ben vero che io l’ho vinta con ragione, e che tu e molti altri astronomachi con vostre fantasíe volete astrologare e indovinare, e tutti sete piú poveri che la cota, e io ho sempre udito dire: «Chi fosse indovino serebbe ricco». Or guarda bello indovino che tu se’, e come la ricchezza è con teco!
E per certo cosí è, che tutti quelli che vanno tralunando, stando la notte su’ tetti come le gatte, hanno tanto gli occhi al cielo che perdono la terra, essendo sempre poveri in canna. Or cosí co’ miei nuovi argomenti confusi Fazio pisano. Essendo domandato da certi valentri uomeni se le ragioni con che io avea vinto Fazio avea trovato mai in alcun libro, e io dissi che sí, che io l’avea trovate in uno libro che io portava sempre meco, che avea nome il Cerbacone; ed eglino rimasono per contenti, facendosene gran maraviglia».

Il Trecentonovelle è certo un testo minore, e da queste poche indicazioni, da questi due soli testi, emerge con chiarezza l’inferiorità rispetto al monumentale e inarrivabile Decameron di Boccaccio. Ma Sacchetti sa strappare un sorriso, ed è apprezzabilissima la sua abilità di scrittura realistica, soprattutto nei dialoghi, che costituiscono il vero punto di forza delle novelle.

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