Riporto un piccolo appunto su Mark Rothko, il grande espressionista astratto, e la vita underground americana, una mescolanza particolare che ha contraddistinto l’inizio della carriera del pittore:
“Che cos’è questo? Un freddo mondo metropolitano dove anime sfuggite vivono la “comedia” della vita.”

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Markus Rotkowics nasce a Daugavpils, una piccola cittadina della Lettonia affacciata sul fiume Daugava. Perché ci dovrebbe interessare la cittadina natale di Rothko? Perché questo incipit da enciclopedia? Perché gli sconosciuti mondi sotterranei del Rothko sotterraneo prendono forma solo grazie alle origini lontane del pittore naturalizzato americano.

Rothko immigra negli Usa all’età di dieci anni, trasferendosi dalla sua remota cittadina negli sfavillanti States alle porte della guerra, un taglio netto che sarà decisivo per la carriera pittorica di Markus.
Il nostro Rotkowics vivrà prima in Oregon e in seguito studierà a Yale, fino ad approdare poi a New york. È la grande mela ad ospitare la fioritura artistica del giovane, che sotto l’influenza di Max Weber inizia ad indagare i mondi urbani e sotterranei che lo circondano. È proprio qui che alla fine degli anni Venti Rothko ritrae la fredda città di economia ed industria, i volti e le scene della gelida modernità americana, materialista e arrampicatrice, questo “mondo nuovo” di “Huxleiana” memoria si contrappone alla sua infanzia in Lettonia. Il pittore ritrae tutto lo sconforto e la caotica monotonia della metropolitana di nuova York, tutta la freddezza di quell’enorme ingranaggio masticatore di uomini-burattini che è divenuta la città.

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Cosa c’è di meglio della metropolitana quando si decide di rappresentare questa terrificante situazione? Rothko ci comunica senza sforzi la difficoltà di ambientamento per un giovane cresciuto in una realtà completamente avulsa dalla megalopoli, grazie al suo nuovo linguaggio espressionista leggero e semplice, caratterizzato da figure sottili e tinte pallide, ci porta direttamente nella metropolitana in una discesa vorticosa nell’inferno, o meglio nel limbo statico dell’inferno moderno.

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Credo che in una accostamento coraggioso sia opportuno lasciarvi il testo originale di Run Run Run dei Velvet Underground, il gruppo americano che ha portato la scena sotterranea nella musica del novecento:

 “Teenage Mary said to Uncle Dave
I sold my soul, must be saved
Gonna take a walk down to Union Square
You never know who you’re gonna find there
You gotta run, run, run, run, run
Take a drag or two
Run, run, run, run, run
Gypsy Death and you
Tell you whatcha do
Marguerita Passion had to get her fix
She wasn’t well, she was getting sick
Went to sell her soul, she wasn’t high
Didn’t know, thinks she could buy it
And she would run, run, run, run, run
Take a drag or two
Run, run, run, run, run
Gypsy Death and you
Tell you whatcha do
Seasick Sarah had a golden nose
Hobnail boots wrapped around her toes
When she turned blue, all the angels screamed
They didn’t know, they couldn’t make the scene…”
                                               ( Run Run Run – The velvet underground – 1967 )

A proposito dell'autore

Architetto

Raffaele Rogaia nasce a luglio del 1989 in un paese minuscolo vicino Perugia. Si laurea in architettura alla Sapienza - Università di Roma. Nel 2012 fonda il sito Freemaninrealworld e più recentemente iMalpensanti.it con cui intervalla il lavoro di Architetto e le pubblicazioni scientifiche. Amante della letteratura mitteleuropèa, della pittura romanticista e dell'arte in generale. Ha pubblicato nel 2017 il libro "Coloreria Schamash" per Morlacchi editore.

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