«Baudelaire è il Copernico della poesia. Egli inaugura l’era copernicana della poesia, la quale fino allora era stata squisitamente tolemaica».

Alberto Savinio, «Nuova Enciclopedia».

Nella seconda metà del XIX secolo, in corrispondenza con la seconda rivoluzione industriale, in Occidente si assiste ad un mutamento epocale: nasce la modernità. Le città cambiano aspetto, divengono metropoli, ed è emblematico in tal senso il caso di Parigi, che tra il 1852 ed il 1870 subisce la trasformazione ordita da Napoleone III e dal famigerato Barone Haussmann – al posto delle antiche, strette ed anguste vie medievali teatro di memorabili barricate rivoluzionarie sorgono i «grands boulevards», ampi stradoni facilmente controllabili; è un autoritario anelito all’ordine il motore della riedificazione -. Inizia il dominio della scienza, che si sostituisce alla religione, imponendo le sue di superstizioni (non meno nocive di quelle religiose), e della razionalità, che porta ad un imponente, inarrestabile sviluppo tecnologico e dunque industriale, da cui scaturisce la piaga del capitalismo. Trionfa la borghesia con il suo perbenismo ipocrita. Ma, alla faccia del benessere, si formano orde di emarginati senza avvenire divorati dalla miseria, e l’individuo conosce lo spettro dell’alienazione, sprofondando in quella crisi irreversibile che culminerà all’inizio del Novecento.

Il possente mutamento che caratterizza la nascita e lo sviluppo della modernità investe ogni aspetto della società, ogni sua manifestazione, dunque anche l’arte – che si arricchisce di una nuova forma, la meccanica fotografia [1] – e la letteratura. In particolar modo, la poesia è vittima di un irrimediabile processo di svalutazione preludio della postmoderna estinzione. Di conseguenza cambia il ruolo del poeta, a cui viene strappato di dosso quel manto di eccezionalità, di rispettabilità che lo ha ricoperto per secoli, e che, così denudato, viene gettato per strada, tra quei reietti metropolitani che riconosce suoi fratelli.

All’interno di questo scenario inedito ed angosciante si muove Charles Baudelaire, il primo poeta moderno. Dotato di una sensibilità e di una perspicacia fuori del comune, Baudelaire comprende tutto, vede chiaramente l’avanzare della modernità, la nomina e si fa carico delle stranianti conseguenze che derivano da essa. Essere un poeta moderno significa innanzitutto essere consapevoli del ridimensionamento del proprio ruolo, e costruire su questo una nuova grandezza. Il poeta moderno, perduta l’aureola, non si china a raccoglierla, ma la lascia nel fango della strada, a disposizione del primo «cattivo poeta» che si imbatta in essa, come Baudelaire racconta nel celebre poemetto in prosa L’aureola perduta:

«Come! voi qui, mio caro? Voi in questo brutto posto? Voi, il bevitore di quintessenze! Voi, il mangiatore di ambrosia! C’è invero di che restare sorpresi.
– Mio caro, sapete bene quanto mi terrorizzino le carrozze e i cavalli. Poco fa, mentre attraversavo il viale in tutta fretta saltellando in mezzo al fango, in quel caos in movimento dove la morte arriva al galoppo da tutte le parti nello stesso tempo, per un gesto brusco l’aureola mi è scivolata dalla testa nel fango della strada. Non ho avuto il coraggio di raccattarla. Giudicai meno sgradevole perdere le mie insegne che farmi rompere le ossa. E poi, mi dissi, la disgrazia serve sempre a qualcosa. Ora posso andarmene in giro in incognito, compiere azioni basse, darmi ai bagordi come i comuni mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!
– Dovreste almeno pubblicare un annuncio della perdita dell’aureola, o fare denuncia al commissario.
– Proprio no! Mi trovo bene, qui. Solo voi mi avete riconosciuto. D’altronde la dignità mi disturba. E poi penso che qualche cattivo poeta la raccatterà e se la metterà in testa spudoratamente. Che piacere far felice qualcuno! Soprattutto qualcuno la cui felicità mi farà ridere! Pensare a X, o a Z! Ah, sarà davvero divertente!» [2].

Il poeta moderno è conscio della propria alterità, ed in fondo ne va fiero, perché «il dolore è la sola nobiltà / che mai terra o inferno morderanno» (Benedizione, vv. 65-66), e della propria ridicolaggine, allorquando, come l’albatro, «principe delle nuvole», regale in volo, dai cieli scende sulla terra, dove viene deriso, schernito, fatto oggetto del rozzo divertimento di un manipolo di marinai baldanzosi:

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli abissi amari.

Appena deposti sulla tolda,
questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Com’è buffo e docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che sfida la tempesta e ride dell’arciere;
ma, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare [3].

Il poeta moderno scova la propria Musa in una mendicante sfigurata dalla malattia e dalla povertà, o in una puttana che svende il proprio corpo sfatto per poter andare avanti:

Musa del mio cuore, amante dei palazzi,
basterà forse un tizzone per i tuoi piedi violacei
nelle Tramontane sguinzagliate da Gennaio
e nelle nere noie delle nevose sere?

I raggi notturni filtrati tra le imposte
scalderanno forse le tue spalle di marmo?
Con palato e borsa a secco
mieterai forse l’oro della volta azzurra?

Ma lo vuoi ogni sera il tuo tozzo di pane? E arrangiati,
agita il turibolo come un chierichetto,
canta Te Deum ai quali tu non credi,

o esibisciti, saltimbanco a pancia vuota,
tra lazzi e sorrisi intrisi di lacrime non viste,
fa scoppiare la gente dalle risa! [4]

Il poeta moderno vive l’esperienza estraniante della metropoli, immortalando le sofferenze degli emarginati – uomini ed animali – che vi errano raminghi e dimagrati:

A Victor Hugo

I.

Penso a te, Andromaca! – quel piccolo fiume,
povero e triste specchio dove risplendeva
l’immensa maestà del tuo dolore di vedova,
quel bugiardo Simoenta, che ingrossò con le tue lacrime,

ha fecondato a un tratto la mia fertile memoria,
mentre attraversavo il nuovo Carrousel.
– La vecchia Parigi non esiste più: come muta
più rapido d’un cuore mortale il volto d’una città!

Solo in spirito vedo quel campo di baracche,
quell’ammasso di fusti e sbozzati capitelli,
le erbe, i grossi massi inverditi d’acqua di pozzanghere,
e anticaglie brillanti alla rinfusa dietro le vetrine.

Là, un tempo, un serraglio si stendeva;
là, un mattino, vidi un cigno evaso da una gabbia:
era quell’ora in cui il Lavoro si ridesta
sotto cieli freddi e chiari e lo spazzino

sprigiona un uragano oscuro nell’aria silenziosa.
La bestia sfregava il selciato con i piedi palmati
e trascinava sul suolo secco le sue bianche piume;
presso un rigagnolo asciutto, aprendo il becco,

bagnava nervosa le sue ali nella polvere
e diceva col cuore pieno del bel lago natio:
«Acqua, quando scenderai? E tu, folgore, quando tuonerai?».
Rivedo a volte quell’infelice, mito fatale e strano,

volgere la sua testa sul collo convulso
verso il cielo come l’uomo d’Ovidio,
verso il cielo ironico e crudelmente azzurro,
come se rivolgesse dei rimproveri a Dio stesso!

II.

Parigi cambia! Ma nulla nella mia malinconia
è mutato! Palazzi nuovi, impalcature, massi,
vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria,
e i miei cari ricordi pesano più dei macigni.

Così davanti al Louvre un’immagine m’opprime:
penso al mio grande cigno, coi suoi gesti folli,
ridicolo e sublime come un esule,
corroso da un desiderio senza tregua! E penso

a te, Andromaca, caduta dalle braccia d’un grande sposo,
vile bestia, sotto le mani del superbo Pirro,
china nell’estasi presso una tomba vuota;
vedova d’Ettore, eccoti moglie d’Eleno!

E penso alla negra tisica e smagrita
che cerca, con i piedi nel fango, l’occhio torvo,
le palme assenti dell’Africa superba
dietro la muraglia immensa della nebbia;

penso a chi ha perduto ciò che mai più
ritroverà! Penso a chi beve lacrime
e succhia dal Dolore come da una buona lupa!
Penso ai magri orfanelli appassiti come fiori!

Come suona a perdifiato il corno un vecchio Ricordo
nella foresta dove il mio spirito si esilia!
E penso ai marinai dimenticati in un’isola,
penso ai prigionieri, ai vinti… e ancora a tanti altri! [5]

La metropoli, maestosa, labirintica, sovraffollata, dove l’amore per il poeta moderno non è più al primo, ma «all’ultimo sguardo», come scrive Walter Benjamin – quando la critica stessa si fa letteratura – commentando il seguente, meraviglioso sonetto [6]:

La via assordante strepitava intorno a me.
Una donna alta, slanciata, a lutto, in un dolore
maestoso, passò sollevando e agitando
con mano fastosa il pizzo e l’orlo della gonna,

agile e nobile con la sua gamba di statua.
Ed io, proteso come folle, bevevo
la dolcezza affascinante e il piacere che uccide
nel suo occhio, livido cielo dove cova l’uragano.

Un lampo… poi la notte! – Bellezza fuggitiva
dallo sguardo che m’ha fatto subito rinascere,
ti rivedrò solo nell’eternità?

Altrove, assai lontano di qui! Troppo tardi! Forse mai!
Perché ignoro dove fuggi, né tu sai dove vado,
tu che avrei amata, tu che lo sapevi! [7]

Il poeta moderno subisce il fascino del demoniaco, pur anelando sempre, strenuamente alla fede:

San Pietro rinnegò Gesù… e fece bene! [8]

Razza di Caino, sali al cielo
e scaraventa sulla terra Dio! [9]

Satana, abbi pietà della mia lunga miseria! [10]

E del macabro, pur esaltando il culto dell’arte e della bellezza:

Era una forca a tre bracci; si stagliava
come un cipresso in nero contro il cielo: la vedemmo
chiaramente sfiorando la costa tanto vicino
da turbare gli uccelli con le bianche vele.

Feroci uccelli, curvi sulla preda, rabbiosi
massacravano un impiccato, già putrido,
piantando ognuno a mo’ d’attrezzo il becco impuro,
in tutti i sanguinanti angoli di quel marciume;

gli occhi erano due buchi e dal ventre sfondato
colavano pesanti sulle cosce gli intestini;
i carnefici, ingozzati di turpi delizie,
l’avevano proprio castrato a colpi di becco!

Ai suoi piedi avanti e indietro s’aggirava
un branco di quadrupedi invidiosi, col muso alzato;
una bestia più alta, in mezzo a loro, s’agitava
come un boia tra i suoi aiutanti [11].

Il poeta moderno sente nel profondo la crisi dell’individuo, l’alienazione, l’angoscia, da cui nasce il rivoluzionario concetto di spleen [12]:

Quando il cielo basso e cupo pesa come un coperchio
sullo spirito che geme in preda a lunga noia
e abbracciando il cerchio di tutto l’orizzonte
ci versa una luce nera più triste delle notti;

quando la terra si muta in umida spelonca
dove la Speranza, come un pipistrello
va battendo i muri con la sua timida ala
e picchia la testa su fradici soffitti;

quando la pioggia distendendo immense strisce
imita le sbarre d’una vasta prigione
e un muto popolo di ragni infami
in fondo ai nostri cervelli tende le sue reti,

campane a un tratto scattano con furia
e lanciano verso il cielo un urlo orrendo
come spiriti erranti e senza patria
che si mettano a gemere ostinati.

– E lunghi carri funebri, senza tamburi né musica,
sfilano lenti dentro la mia anima; la Speranza,
vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,
pianta sul mio cranio chino il suo nero vessillo [13].

Charles Baudelaire, il primo poeta moderno, il primo poeta senza aureola, ha rivoluzionato la storia della letteratura, come pochi, pochissimi altri scrittori. Baudelaire comprende l’epocale mutamento allora in atto, osserva la nascita e lo sviluppo della modernità, la trasformazione di Parigi – con la distruzione di quelle viuzze strette che conosceva bene, perché giovanissimo vi si era trincerato partecipando alle sommosse parigine dell’incontenibile Quarantotto, ed inneggiando a squarciagola alla morte del generale Jacques Aupick, il suo patrigno arcigno che di rivoluzionario aveva solamente l’anno di nascita -, il montare della marea di emarginati condannati ad una fine miserevole, la malattia mortale che affligge la poesia, eppure non si ritrae inorridito. Di tutto ciò si fa carico. Primo poeta moderno non è una semplice etichetta che gli viene appiccicata addosso dai posteri, no, Baudelaire si conquista in vita questa ingombrante qualifica con forza e determinazione, cosciente di quanto ciò possa costare caro, di quanto ciò possa causare indicibili sofferenze.

NOTE

[1] Rimando all’articolo Baudelaire e la fotografia, un rapporto complicato.

[2] L’aureola perduta, in Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, traduzione di Alfonso Berardinelli, Garzanti, Milano 1999, p. 195.

[3] L’albatro, in Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, trad. it. di Claudio Rendina, Newton Compton editori, Roma 2016, pp. 63-65.

[4] La musa venale, ivi, p. 77.

[5] Il cigno, ivi, pp. 217-221.

[6] Walter Benjamin, Di alcuni motivi in Baudelaire, in Angelus Novus, traduzione di Renato Solmi, Einaudi, Torino 1962.

[7] A una passante, in Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, op. cit., p. 233.

[8] Il rinnegamento di san Pietro, v. 32, ivi, p. 293. Per un approfondimento sulla poesia rimando all’articolo Charles Baudelaire – Rivolta – Il rinnegamento di san Pietro.

[9] Abele e Caino, II, vv. 31-32, ivi, p. 297. Per un approfondimento sulla poesia rimando all’articolo Charles Baudelaire – Rivolta – Abele e Caino.

[10] Le litanie di Satana, ivi, pp. 297-301. Per un approfondimento sulla poesia rimando all’articolo Charles Baudelaire – Rivolta – Le litanie di Satana.

[11] Un viaggio a Citera, vv. 25-40, ivi, pp. 285-287.

[12] Per un approfondimento sul concetto di spleen rimando all’articolo Charles Baudelaire, spleen è vanitas.

[13] Spleen IV, in Charles Baudelaire, I Fiori del Male e tutte le poesie, op. cit., pp. 195-197.

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