Credo che seppure mi si dimostrasse mille volte che una cosa è buona o bella in base ai principi vigenti, essa continuerà a rimanermi indifferente, e l’unico segno secondo cui mi orienterò è il fatto che la sua vicinanza mi innalzi o mi faccia affondare.

È il genio mancato, l’amico d’infanzia Walter, permeato della filosofia di Nietzsche e della musica di Wagner, a definire Ulrich un uomo senza qualità:

Walter era bloccato, si sforzava, vacillava. A un tratto proruppe: «È un uomo senza qualità!».
«Che cos’è?», domandò Clarisse ridacchiando.
«Nulla! Non è proprio nulla!».
Ma Clarisse si era incuriosita da quell’espressione.
«Ce ne sono milioni oggigiorno», affermò Walter, «è la tipica razza d’uomini che i nostri tempi hanno prodotto!». Quel termine che gli era improvvisamente uscito fuori era piaciuto anche a lui; come all’inizio di una poesia, era stato trascinato dal suono di quell’espressione, prima ancora di averne colto il senso. «Guardalo! Come lo chiameresti? Sembra un medico, un commerciante, un pittore o un diplomatico?»
«Infatti non lo è!», rispose Clarisse sobriamente.
«E sembra forse un matematico?!».
«Non lo so; non so che aspetto debba avere un matematico!».
«Ecco, hai detto una cosa molto importante! Un matematico non ha un aspetto particolare; cioè avrà un’aria così vagamente intelligente, da non aver alcun contenuto particolare! A eccezione dei preti cattolici, al giorno d’oggi nessuno ha più l’aspetto che dovrebbe avere, perché noi usiamo la testa ancora più impersonalmente delle mani. La matematica però rappresenta il culmine, di se stessa sa altrettanto poco quanto potrà saperne di prati, vitelli e polli la gente che in futuro si nutrirà di pillole energetiche invece che di carne e di pane».
[…] Proseguì il discorso. «Dall’aspetto non puoi indovinare la sua professione, eppure non sembra un uomo disoccupato. E adesso pensa un po’ com’è fatto: sa sempre quello che deve fare; sa guardare una donna negli occhi; in qualsiasi momento è capace di riflettere a dovere su qualsiasi cosa; sa fare a pugni. È talentuoso, dotato di forza di volontà, privo di pregiudizi, coraggioso, tenace, impetuoso, avveduto… Non intendo dilungarmi, ammettiamo pure che abbia tutte queste qualità. Eppure non le ha! Esse hanno fatto di lui quello che è, e gli hanno dato la direzione, ma non gli appartengono. Quando è arrabbiato, qualcosa in lui ride. Quando è triste, si prepara a fare qualcosa. Quando qualcosa lo commuove, la rifiuta. Ci sarà sempre un punto di vista per il quale qualsiasi cattiva azione dovrà sempre riferirla a un possibile contesto. Per lui niente è stabile. Ogni cosa è suscettibile di trasformazione, è parte di una totalità, di innumerevoli totalità, che probabilmente appartengono a una supertotalità, che però lui non conosce affatto. Così ognuna delle sue risposte è una risposta parziale, ogni suo sentimento è solo un punto di vista e, di una cosa, non conta per lui che cos’è, ma sempre e soltanto un secondario “com’è”, un accessorio qualsiasi» [1].

Walter vede dunque in Ulrich il «disfacimento dell’essere», ma senza cogliere il disfacimento del proprio essere; un errore grossolano. Ogni essere è in disfacimento, e poiché le parole di Walter potrebbero facilmente creare fraintendimenti, ricorro alle parole di Micaela Latini, che spiegano nel modo corretto come la definizione di “uomo senza qualità” debba essere considerata in relazione ad Ulrich: «Ulrich è un uomo della possibilità, ma proprio per questo anche un uomo dell’utopia, e un uomo senza qualità. Il concetto di “mancanza di qualità”, che Musil prende in prestito dalla tradizione mistica e in particolare da Meister Eckhart, è il perno del romanzo. Ulrich è un “uomo senza qualità”, ma in un mondo in cui le qualità sono tutte da stabilire, da rintracciare in un orizzonte svuotato di senso. Se il protagonista del romanzo è un uomo senza qualità, è perché la qualità comunemente intesa s’inquadra nel contesto del reale, nella prospettiva di un’accettazione della realtà in quanto tale. In altre parole le qualità (o anche proprietà) che mancano a Ulrich sono quelle proprie di un mondo meccanicizzato, massificato; sono allora elementi impersonali, non qualità. Di qui può considerarsi a giusto titolo “uomo senza qualità” chi non s’identifica con queste caratteristiche, o meglio le considera come possibilità, e non come realtà incontrovertibili su cui fondare la realtà della propria persona. Si potrebbe anche dire che un uomo della possibilità è l’individuo capace di vedere con occhi nuovi, di mantenersi indipendente dalle vecchie correlazioni, dalle rigide valutazioni e dai clichés stabiliti» [2]. Torniamo dunque al concetto-chiave della possibilità, a cui lego un altro concetto-chiave elaborato da Ulrich, quello della metafora, che incarna una possibilità esistenziale alternativa ed autentica: «Una metafora contiene una verità e una non verità che per il sentimento sono legate indissolubilmente tra loro. Se la prendiamo così com’è e la plasmiamo con i sensi ispirandoci alla realtà, si producono il sogno e l’arte, ma tra questi e la vita vera e piena c’è una parete di vetro. Se la consideriamo invece dal punto di vista intellettuale, separando quello che è coerente da quello che non lo è perfettamente, ne nascono verità e sapere, ma si distrugge il sentimento. Simile a quelle famiglie di batteri che scindono le sostanze organiche in due parti, il genere umano scompone la condizione originaria di vita, che è quella della metafora, nella materia compatta della realtà e della verità da una parte, e nell’atmosfera trasparente dell’intuizione, della fede e dell’artificio dall’altra» (644). E ancora: «la metafora è il legame tra le immagini che regna nel sogno, è la scivolosa logica dell’anima, alla quale corrisponde l’affinità delle cose nelle intuizioni dell’arte e della religione; ma anche quello che esiste nella vita in fatto di comune simpatia e antipatia, di accordo e disaccordo, di ammirazione, subordinazione, attitudine al comando, imitazione e i loro fenomeni antitetici – questi molteplici rapporti dell’uomo con se stesso e con la natura, che non sono ancora del tutto oggettivi e forse mai lo saranno – possono essere compresi solo attraverso metafore» (657). La metafora permette dunque di comprendere i molteplici rapporti dell’uomo con se stesso e con la natura, ma deve essere riportata al suo valore originario, perché «Oggi è spesso difficile non avere l’impressione che i concetti e le regole della vita morale non siano altro che metafore ribollite, avvolte da un vapore insopportabilmente untuoso di sentimenti umanitari» (ivi).

All’interno del romanzo il momento di svolta è rappresentato dalla morte del padre di Ulrich e dalla comparsa della sorella Agathe, cinque anni più giovane di lui, moglie dell’illustre professor Hagauer. Agathe svolge una funzione straordinariamente importante nell’Uomo senza qualità, soprattutto in relazione al protagonista. Agathe denuda Ulrich e gli svela la possibilità di una condizione esistenziale rappresentata dal Regno millenario, di derivazione mistico-nietzschiana. È grazie ad Agathe che Ulrich svela il proprio credo, o non-credo, o entrambe le cose, in un paio di pagine tra le più importanti dell’intero romanzo:

«Mi hai chiesto in cosa credo», cominciò. «Credo che tutti i precetti della nostra morale siano concessioni a una società di selvaggi.
Penso che nessuno di essi sia giusto.
Un altro senso risplende da dietro. Un fuoco che dovrebbe scioglierli.
Credo che nulla sia giunto alla fine.
Credo che nulla sia in equilibrio, ma che ogni cosa voglia far leva sull’altra.
Questo è ciò che credo; è nato con me, o io con esso».
Dopo ogni frase aveva fatto una pausa perché non parlava ad alta voce e doveva dare enfasi in qualche modo alla professione di fede. I suoi occhi rimanevano fissi sui busti di gesso, collocati in alto sugli scaffali; vide una Minerva e un Socrate; ricordò che Goethe si era messo in camera una testa in gesso di Giunone più grande del naturale. Tale gusto gli sembrò impressionantemente lontano: quella che a suo tempo era stata un’idea florida, si era ridotta ormai a un morto classicismo. Era diventata una certezza epigonale dei coetanei di suo padre. Era stata inutile. «La morale che ci hanno tramandato è come se ci avesse fatto camminare su una corda oscillante, tesa al di sopra dell’abisso», disse, «e non ci hanno dato altro consiglio che questo: stai bene dritto!».
«Sembra che, senza averne alcuna responsabilità né nel bene né nel male, io sia nato con una diversa morale.
Mi hai chiesto in cosa credo! Credo che seppure mi si dimostrasse mille volte che una cosa è buona o bella in base ai principi vigenti, essa continuerà a rimanermi indifferente, e l’unico segno secondo cui mi orienterò è il fatto che la sua vicinanza mi innalzi o mi faccia affondare.
Che mi desti alla vita oppure no.
Che sia solo la mia lingua a parlarne, e il mio cervello, oppure la scintilla di un brivido sulla punta delle dita.
Ma neppure posso dimostrare nulla.
E sono anche convinto che chi cede a questo è perduto. Precipita nel crepuscolo. Nella nebbia e nelle chiacchiere. In una noia confusa.
Se togli l’inequivocabile dalla nostra vita restano solo le pecore senza il lupo.
Credo che l’infamia sia persino il nostro buon genio che ci protegge.
Quindi non credo.
Anzitutto non credo al legame del male con il bene proposto dal nostro miscuglio di cultura: lo trovo disgustoso!
Credo, quindi, e non credo.
Ma forse credo che tra qualche tempo gli uomini saranno in parte molto intelligenti e in parte dei mistici. È possibile che fin d’ora la nostra morale si suddivida in queste due componenti. Potrei anche dire: in matematica e in mistica. In miglioramento pratico e avventura sconosciuta».
Erano anni che non provava un’emozione così sincera. I “forse” del suo discorso non li sentiva, gli sembravano naturali» (842-843).

In queste pagine si conferma il carattere controcorrente di Ulrich, e in una chiarezza fino a questo punto inedita. Nella sorella Agathe il protagonista trova finalmente una donna alla quale confessarsi apertamente per quel che effettivamente è, alla quale svelare le proprie intime convinzioni, in straordinario contrasto con le convenzioni sociali vigenti. Agathe decide di lasciare il marito e di trasferirsi da Ulrich. La sorella ha sul fratello un influsso benefico, positivo, Ulrich la definisce il suo amor proprio – «Ora so chi sei, sei il mio amor proprio! […] Un autentico amor proprio, come quello che è così forte negli altri individui, in un certo senso mi è sempre mancato […]. E ora mi è chiaro che per errore o per destino si era incarnato in te invece che in me!» (980) – e «l’unico punto d’intersezione tra tutto» (1029). Ma anche tra i due «gemelli siamesi», come loro stessi amano definirsi, avviene lo strappo. La causa è una lettera di Hagauer, che si rifiuta di concedere la separazione ad Agathe e fa sprofondare la donna in una crisi profonda, che la conduce sull’orlo del suicidio. La conclusione dell’Uomo senza qualità sancisce l’inattualità di quel Regno millenario a lungo vagheggiato; anche l’ultima illusione va in frantumi. Durante l’ultimo grande Concilio dell’Azione parallela riunito a casa di Diotima, Ulrich annuncia di voler lasciare il comitato e profetizza «la prossima sciagura di massa», la Prima guerra mondiale, ormai alle porte. E le ultime righe del romanzo sono dedicate alla rottura insanabile del rapporto simbiotico tra i due fratelli, con la fuga silenziosa e solitaria di Agathe: «Solo in quel momento Ulrich venne a sapere che Agathe s’era congedata all’improvviso ed era andata via senza di lui; gli riferirono inoltre che non aveva voluto disturbarlo per comunicargli la sua decisione» (1130).

Termina così L’uomo senza qualità di Robert Musil, il più compiuto tra tutti i romanzi incompiuti, pietra miliare della storia della letteratura d’ogni tempo e luogo.

NOTE

[1] Robert Musil, L’uomo senza qualità, traduzione di Irene Castiglia, Newton Compton editori, Roma 2013, pp. 93-94. D’ora in poi il numero di pagina tra parentesi nel corpo del testo.

[2] Micaela Latini, Robert Musil: romanzo e utopia, in Robert Musil, L’uomo senza qualità, op. cit., p. 24.

In copertina: disegno di Egon Schiele.

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