L’obiettivo e le premesse

Questa serie di articoli si propone di indagare su avvenimenti legati ad alcune personalità a dir poco controverse e avvolte da un alone di mistero: molto spesso i motivi che conducono ad imprecise analisi “leggendarie” sono legati all’eccessiva distanza temporale del personaggio in questione la quale non ci permette di recuperare una quantità di informazioni sufficienti per ricostruire la storia, o per carenza di notizie a riguardo dell’indagato.
Chi per un motivo o chi per un altro sono tutti accomunati da questo legame immaginario, dal filo conduttore che è l’eternità e che conferisce all’uomo un aspetto leggendario, spogliato dei difetti umani che avrà sicuramente posseduto, a volte anche in grande quantità.
Ma le leggende non sempre sono vere, e quando si mischiano nel calderone della storia e delle dicerie popolari è impresa ardua ripescare con il mestolo della sapienza la realtà e non la letteratura.

L’intento della rubrica non è dunque di smontare miti e leggende, poiché spesso sono ciò che muove un interesse nei confronti di un autore rispetto ad un altro, ma di svelare e approfondire alcuni retroscena di aneddoti legati ad un artista, con fare voyeuristico, spiando da dietro la tenda della storia.

Borromini e Bernini

Basta solo sussurrare i loro nomi che le strade si infiammano e le luci di piazza Navona tremano fin quasi a spegnersi: stiamo parlando ovviamente del severo Francesco Borromini e l’estroso Gian Lorenzo Bernini, genitori amorevoli del barocco romano, i quali per guadagnarsi l’amore eterno del figlio ribelle arrivarono a schernirsi pubblicamente esibendosi in una sequenza di offese e affronti che si perdono tra verità e leggenda.

Ancora oggi a Roma si raccontano le loro gesta, l’origine della loro rivalità e la tenacia nella loro discordia: ma quanto è vero e quanto no delle leggende popolari?

Gian Lorenzo Bernini, Dettaglio della Statua dei Quattro Fiumi, Rio de la Plata, 1650-51

Gian Lorenzo Bernini, Dettaglio della Statua dei Quattro Fiumi, Rio de la Plata, 1650-51

Cominciamo subito con la storia più nota e chiacchierata: il luogo è ovviamente piazza Navona, centro barocco per eccellenza, mentre le opere in questione sono la stupenda “Fontana dei Quattro Fiumi” di Bernini e la chiesa di “Sant’Agnese in Agone”  del Borromini. Il rapporto tra le due opere, situate una di fronte all’altra, è da sempre legato da una serie di gesti e voci che si rincorrono secondo cui il Bernini, mentre scolpiva la fontana, decise di far compiere al personaggio che raffigura il fiume “Rio de la Plata” un gesto protettivo e di spavento verso l’orrido spettacolo offertogli dalla facciata modellata dal rivale, statua che sembra raccolta in una smorfia che fa presagire un’imminente crollo. Stesso il “Nilo” si copre il volto, anche lui probabilmente schifato.

Il tutto sarebbe stato un affronto incredibile da parte del Bernini, mai possibile un tale accanimento nei confronti di un avversario? Probabilmente si, ma non in questo caso che anacronisticamente rivela il falso mito: se andiamo ad indagare sugli anni di realizzazione delle rispettive opere si scoprirà con somma sorpresa che la “Statua dei Quattro Fiumi” venne ultimata non dopo il giugno del 1651, ben prima dell’intervento borrominiano nel cantiere di Sant’Agnese che avvenne solo nel 1653. Impossibile dunque pensare che le statue vennero messe apposta per dispetto al povero architetto ticinese.

Ma non finisce qui, perché ce ne sono ancora di interessanti leggende legate ai due contendenti: la più interessante e forse anche più accreditata si svolge a pochi passi da piazza di Spagna, quando Francesco Borromini si prese una rivincita morale sul contendente subentrando al suo licenziamento. Lo sberleffo fu doppio poiché il Bernini, che abitava pochi metri più lontano in via della Mercede, oltre a dover passare dinanzi alla sua sconfitta abitualmente si vide scolpire delle belle orecchie d’asino come ornamento del nuovo edificio in costruzione che puntavano proprio verso di lui. Di pronta risposta scolpì un fallo che indicava la fabbrica del rivale, un affronto che raccoglieva il vivo rumoreggiare (ma infondatamente confermato) intorno alla presunta omosessualità del Borromini. Poco dopo entrambe le colorite decorazioni vennero smantellate per il pubblico decoro, lasciandoci oggi con la sola leggenda e poco più.

Il conflitto per eccellenza insomma, una diatriba ancora aperta per molti romani sempre pronti a schierarsi da una parte o dall’altra: chi ha preferito le poliedriche capacità berniniane a chi ha scelto di schierarsi dalla parte scura della genialità nella setta dei ribelli borrominiani o viceversa. Ma in fondo perché scegliere, a godere dei loro magnifici capolavori hanno vinto tutti: Roma, il mondo e l’arte in generale.

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