… dirovvi il parer mio da mal pensante …

Cari lettori e soprattutto carissime lettrici, è con grande piacere, e moderato entusiasmo, che gli architetti Lorenzo Pica e Raffaele Rogaia, lo storico dell’arte Marco Zindato e il filologo Simone Germini vi danno il malvenuto nel loro nuovo sito. Dopo cinque anni, e qualche mese, al servizio di Freemaninrealworld, è giunto il momento di cambiare, di darci una rinfrescata, di creare uno spazio nuovo. Nuovo nel nome e nella forma, non nei contenuti. La Cultura al centro, come sempre (del resto, come il Guido Cavalcanti di Boccaccio, crediamo che sia proprio la Cultura a distinguere un uomo vivo da uno morto [1]), nelle sue multiformi espressioni, dall’architettura alla filosofia, dall’arte visiva e plastica al cinema, dalla letteratura alla fotografia, con sguardo ammirato e devoto al passato [2], critico e sospetto al presente.

Malpensante si definisce Giacomo Leopardi in una delle sue opere più sorprendenti e irriverenti, i Paralipomeni della Batracomiomachia, geniale satira degli eventi prerisorgimentali. Malpensanti ci definiamo noi oggi. Perché, proprio come scrive Leopardi, chi mal pensa è a metà dell’opera:

… dirovvi il parer mio da mal pensante
qual da non molto in qua son divenuto,
che per indole prima io rette e sante
le volontà gran tempo avea creduto,
né d’appormi così m’accadde mai,
né di fallar poi che il contrario usai [3].

Di starcene zitti, favorendo quel «regno del silenzio» profetizzato da Carlo Michelstaedter ne La persuasione e la rettorica [4] – in quest’epoca come in nessun’altra vicinissimo al suo completo perfezionamento -, proprio non siamo capaci. Le parole dei grandi malpensanti – Michelstaedter li chiama persuasi – che hanno segnato la storia del genere umano, parole che recidono le palpebre, in noi attecchiscono come nei migliori terreni fertili i semi, ripresentandosi sotto nuove forme. Di messaggi che non possono e non devono disperdersi nel nulla, almeno non prima dell’estinzione del genere umano, noi siam echi.

NOTE

[1] Ricordo la spiegazione di messer Betto Brunelleschi alla celebre battuta di Guido Cavalcanti («Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace»), incompresa dai suoi sciocchi compagni: «Gli smemorati siete voi, se voi non l’avete inteso: egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior villania del mondo, per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de’ morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra» (Giovanni Boccaccio, Decameron, VI, 9, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 369). Particolarmente florida in letteratura la tradizione dei vivi morti: prima di Boccaccio ricordo Petrarca, che in un’epistola indirizzata a Giovanni Colonna definisce così i suoi contemporanei: «sono soltanto cadaveri che, sì, respirano, ma sono già putrefatti e deformi» (Francesco Petrarca, Le familiari, traduzione di U. Dotti, Argalia, Urbino 1974); e, secoli dopo, Michelstaedter, che così bolla i vecchi contrapposti all’eternamente giovane Tolstoj: «Giovane è tutto ciò che diviene; vecchio non solo ma morto è ciò che è già divenuto. Guardiamo intorno a noi: noi viviamo in un mondo di cadaveri; cadaveri che mangiano, bevono, dormono, parlano, ma non per ciò cessano di essere cadaveri» (Carlo Michelstaedter, Tolstoi, in Opere, a cura di Gaetano Chiavacci, Sansoni, Firenze 1958, p. 651).

[2] In tal senso, reputo davvero illuminante un passo tratto dal De vita solitaria di Francesco Petrarca: «e verso gli antichi stessi non essere ingrati nei limiti che ci sono consentiti, ma render noti i loro nomi se sconosciuti, farli ritornare in onore se caduti in dimenticanza, trarli fuori dalle macerie del tempo, tramandarli alle generazioni dei pronipoti come degni di rispetto, averli nel cuore, averli sulle labbra come una dolce cosa; in tutti i modi insomma, amandoli, ricordandoli, esaltandoli, render loro un tributo di riconoscenza, se non proporzionato, certo dovuto ai loro meriti» (Francesco Petrarca, De vita solitaria, traduzione di A. Bufano, in F. Petrarca, Prose, a cura di G. Martellotti, P. G. Ricci, E. Carrara, E. Bianchi, Ricciardi, Milano-Napoli 1955).

[3] Giacomo Leopardi, Paralipomeni della Batracomiomachia, V, XXIV, vv. 3-8, in G. Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, Newton Compton editori, Roma 2016, p. 260.

[4] Carlo Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano 1982, p. 173.

1 risposta

  1. Claudio

    “Mere philosophy, mere intelectualism produces monsters”
    A. Orage

    “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
    Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».

    Lc 9,51-62

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