Ohmè, perché non latra
per me, com’io per lei, nel caldo borro?

All’interno del corpus lirico dantesco si trova un gruppo di rime cosiddette petrose, in quanto indirizzate a colei che viene chiamata madonna Pietra – e si tratta certamente di un senhal, ovvero di un nome fittizio che, secondo la tradizione provenzale, indica le qualità della persona ribattezzata -, donna eccezionalmente crudele e insensibile, che, nell’universo letterario dantesco, si impone come una vera e propria anti-Beatrice, la «gentilissima» esaltata nella Vita nuova [1] ed elevata, dopo la sua prematura, ma necessaria scomparsa, fin sull’Empireo, la vetta celeste dimora dei beati. Tra tutte le rime petrose la più significativa e caratterizzante è senza dubbio la canzone Così nel mio parlar voglio esser aspro, che riporto di seguito.

Così nel mio parlar voglio esser aspro
com’è ne li atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e più natura cruda,
e veste sua persona d’un diaspro

tal, che per lui, o perch’ella s’arretra,
non esce di faretra
saetta che già mai la colga ignuda:
ed ella ancide, e non val ch’om si chiuda
né si dilunghi da’ colpi mortali,

che, com’avesser ali,
giuncono altrui e spezzan ciascun’arme;
sì ch’io non so da lei né posso atarme.
Non trovo scudo ch’ella non mi spezzi
né loco che dal suo viso m’asconda;

ché, come fior di fronda,
così de la mia mente tien la cima:
cotanto del mio mal par che si prezzi,
quanto legno di mar che non lieva onda;
e ’l peso che m’affonda

è tal che non potrebbe adequar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
sì di rodermi il core a scorza a scorza,

com’io di dire altrui chi ti dà forza?
Ché più mi triema il cor qualora io penso
di lei in parte ov’altri li occhi induca,
per tema non traluca
lo mio penser di fuor sì che si scopra,

ch’io non fo de la morte, che ogni senso
co li denti d’Amor già mi manduca;
ciò è che ’l pensier bruca
la lor vertù sì che n’allenta l’opra.
E’ m’ha percosso in terra, e stammi sopra

con quella spada ond’elli ancise Dido,
Amore, a cui io grido
merzé chiamando, e umilmente il priego;
ed el d’ogni merzé par messo al niego.
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida

la debole mia vita, esto perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d’ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
e ’l sangue, ch’è per le vene disperso,

fuggendo corre verso
lo cor, che ’l chiama; ond’io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio manco
sì forte, che ’l dolor nel cor rimbalza:
allor dico: “S’elli alza

un’altra volta, Morte m’avrà chiuso
prima che ’l colpo sia disceso giuso”.
Così vedess’io lui fender per mezzo
lo core a la crudele che ’l mio squatra!
poi non mi sarebb’atra

la morte, ov’io per sua bellezza corro:
ché tanto dà nel sol quanto nel rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Ohmè, perché non latra
per me, com’io per lei, nel caldo borro?

ché tosto griderei: “Io vi soccorro”.
e fare’l volentier, sì come quelli
che ne’ biondi capelli
ch’Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere’le allora.

S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Canzon, vattene dritto a quella donna
che m’ha ferito il core e che m’invola

quello ond’io ho più gola,
e dàlle per lo cor d’una saetta;
ché bell’onor s’acquista in far vendetta.

La canzone, insieme con le altre rime petrose, si colloca agli antipodi delle liriche contenute nella Vita nuova, e delle liriche stilnovistiche di Dante in generale. Lì è il bianco, qui è il nero, nei temi e nel linguaggio. Al centro vi è sempre l’amore, ma un amore distruttivo, che arreca sofferenze immani e porta alla morte. Muta anche il rapporto con la donna, un rapporto ora conflittuale e violento, con il poeta che punta alla vendetta e vuole riversare sulla donna gli stessi suoi tormenti. Beatrice è creatura salutare e divina, Pietra ha invece tratti demoniaci, e contro di lei Dante scaglia il proprio anatema, bestializzandola e maledicendola: «Ohmè, perché non latra / per me, com’io per lei, nel caldo borro?».

A questa devastante svolta tematica si accompagna la svolta linguistica, stilistica. Alla dolcezza delle liriche contenute nella Vita nuova si sostituisce l’asprezza, un’asprezza voluta, cercata, come informa subito il primo verso («Così nel mio parlar voglio esser aspro»). Dante raggiunge vette sperimentali difficilmente eguagliabili, al proprio dolore e al proprio odio cuce addosso un abito espressionistico che amplifica il dramma e sfocia nel grido disperato e rabbioso dell’ultimo verso: «ché bell’onor s’acquista in far vendetta». E nel far ciò Dante guarda certamente a colui che è il vero e proprio maestro del trobar clus, il trovatore provenzale Arnaut Daniel, ma anche al tanto bistrattato Guittone d’Arezzo, di cui mostra di aver assorbito la lezione.

Beatrice trionfa nell’Empireo, tra i beati, e da questi riceve onori, splendendo della luce di Dio e di se stessa. Pietra annaspa in qualche terribile anfratto del «caldo borro», e il poeta sarebbe di certo precipitato con lei se in fondo al cuore non fosse rimasto fedele a Beatrice e al suo culto, alla sua religione, il Beatricianesimo. Le rime petrose segnano solamente un periodo, peraltro breve, dell’esperienza letteraria, dunque esistenziale, di Dante, ma il più drammatico.

NOTE

[1] Per un approfondimento sull’opera si vedano gli articoli Vita nuova: dal Vangelo secondo Dante, gloria a te o Beatrice. Prima parteVita nuova: dal Vangelo secondo Dante, gloria a te o Beatrice. Seconda parte.

[2] Per un approfondimento sul trovatore provenzale si veda l’articolo Arnaut Daniel, il giocatore.

In copertina: Lucio Fontana, Madonna (pietra tufacea vicentina), 1956, Musei Vaticani.

A proposito dell'autore

Classe 1989, dopo il diploma di liceo scientifico mi iscrivo alla facoltà di Lettere presso l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dove mi laureo nel luglio del 2015 con la tesi "Figlie della crisi. I personaggi femminili di Heinrich von Kleist", pubblicata sulla rivista «Le rotte - Il porto di Toledo». Sempre presso lo stesso ateneo, nel settembre del 2017, conseguo la laurea magistrale in Filologia Moderna, con la tesi "Con le parole guerra alle parole. Linguaggio e scrittura in Carlo Michelstaedter". Sul blog bazzecole.altervista.org i maldestri tentativi di scrittura creativa.

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Follow by Email
Facebook
Facebook
Instagram
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: